Buon 2012 a tutti

Si parla di: attualità

Per i bambini che ricordate,

Per i bambini che siete stati,

Per i bambini che avete nel cuore,

Per i bambini che crescono,

Per i bambini intorno a voi,

Per i nostri e i Vostri bambini,

BUON ANNO

Prof.ssa Maria Rita Parsi

Presidente, Fondazione Movimento Bambino

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Care Amiche,

un piccolo pensiero che alcune amiche hanno stampato ed appeso all’albero… l’anno scorso, ma valido anche per NATALE 2011.

 

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Buon Natale a TUTTI VOI

Si parla di: famiglia

Cari genitori,

Auguri di Buon Natale a TUTTI VOI e ricordate sempre che il

mondo è un mondo possibile se è a misura di bambino.

Prof.ssa Maria Rita Parsi

Presidente, Fondazione Movimento Bambino

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Cari genitori,

sapete qual’è il dono più grande che un genitore possa fare al proprio figlio?

La CULTURA.

Credo che di fronte a tutto il male che ci circonda non abbiamo risorse più importanti di questa.

Basti pensare al risultato di un’indagine condotta dalla FAO ( 2005) fra bambini del Sud del mondo: è emerso che la cosa che desiderano di più è la scuola, più di ogni giocattolo, più di qualunque altra cosa considerata di primaria importanza.
I bambini del terzo mondo chiedono di imparare.

Da soli hanno capito che anche il piatto di riso dipende dalla cultura.

Allora per NATALE regaliamo  … tante cose belle, ma non dimentichiamo i LIBRI

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La Favola di Natale

Si parla di: bambini, natale, nonni, varie

C’era una volta un nonno che amava molto i suoi nipotini: Cris sette anni, Giulio cinque, Caterina quattro. E i nipotini lo amavano moltissimo.
Da quando erano nati, il nonno aveva sempre giocato con loro, li aveva fatti sorridere e ridere, li aveva portati al parco. Aveva insegnato a Cristina come andare in bicicletta senza le rotelline laterali  e a Caterina che aveva paura degli animali, a tenere con sé un piccolo gattino di nome “Pico”, tutto bianco, con una macchia rossa in mezzo alla fronte.
Giulio, invece, la prima parola che aveva detto era  stata: “Nonno”. E il nonno Arturo, questo era il suo nome, per questa meraviglia era andato in solluchero. Del resto era il solo nonno che i tre bambini avessero accanto. Infatti, nonno Arturo era  vedovo ed era il papà della loro mamma.
La nonna Virginia, sua moglie una mattina di tanti anni prima, non si era più svegliata. Era andata vita nel sonno, nel posto dove abitano anche gli angeli oltre che le anime. Da tanti anni, purtroppo, il cuore della Nonna Virginia batteva in modo pericolosamente irregolare. Così irregolare che, a volte, pulsava di più, a volte quasi si fermava. Ma batteva sempre, però! Invece, quella volta, il cuore si fermò  e non tornò più a battere.
I bambini ricordavano la nonna Virginia morta sei anni prima, ogni domenica, prima di andare a Messa con la mamma e il nonno, disegnavano cuori e fiori per lei. Il nonno, nella sua stanza, aveva anche una grandissima scatola di plastica trasparente (plexiglass) per raccogliere i cuori e i fiori dedicata alla nonna Virginia. Lì i nipotini deponevano i loro affettuosi disegni colorati.  Ma, chiederete voi, gli altri nonni, i nonni paterni di Cristina, Caterina e Giulio, dov’erano? Erano molto, molto lontani. Infatti, il papà era nato in Cina e i suoi genitori, ovvero i nonni paterni di Cristina, Caterina e Giulio, vivevano a Pechino.
Facevano i contadini ed erano persone molto semplici, coraggiose e povere. Per questo e anche per altri motivi, difficilmente essi avrebbero potuto lasciare la Cina e venire a conoscere i loro nipoti in Italia. Per fortuna, con i nonni cinesi, tutta la famiglia si metteva in comunicazione , ogni settimana, attraverso  Skype.
Così Cristina, Caterina e Giulio, a segni e suoni, parlavano spesso con i nonni cinesi. I nonni cinesi, comunque, avevano una  religione, il buddismo, diversa da quella dei loro nipotini italiani e inoltre  avevano letto e straletto “Il libretto rosso di Mao”, un grande rivoluzionario di quelle parti che era diventato importante per miliardi di cinesi, soprattutto poveri, perché aveva cercato di cambiare, in meglio, la loro vita. Così i nonni cinesi non celebravano il Natale via Skype.
Il nonno Arturo, invece, ogni anno, preparava il presepio, costruendo, a mano, con la cartapesta e i colori, la grotta, la stella cometa e molte figurine  di pastori, contadini, animali. Inoltre preparava l’Albero di Natale con i suoi nipotini e, in tutta la casa, appendeva festoni, stelle di Natale rosso ed oro, ghirlande verde mela e nastrini di colore argento. Poi, sul grande cammino del salone , tre lunghe calze per la festa della Befana. Insomma da Natale alla Befana, in casa di Cristina, Caterina e Giulio, c’era sempre festa e si aspettavano sorprese  e doni. Una sorpresa, infine, che ogni anno nonno Arturo preparava per i suoi nipotini, per sua figlia e suo genero, era quella della notte di Natale.
Bisogna sapere, infatti, che nonno Arturo era un collaboratore, affezionato e molto esperto, di Babbo Natale e, ogni anno, già ad ottobre, gli scriveva una lettera per ottenere da lui il permesso di poterlo sostituire per portare a casa dei suoi nipotini i regali che loro gli avrebbero richiesto, nelle loro letterine, a mezzanotte in punto del 24 dicembre. Allora, Babbo Natale gli inviava il suo permesso con un piccione viaggiatore, raccomandandogli sempre di fare ogni cosa in maniera perfetta.
Il che voleva dire, mezzora prima della mezzanotte del 24, indossare,anzitutto, la divisa da Babbo Natale . Poi, mettersi la barba bianca e dei caldissimi scarponi. Infine, caricarsi la gerla con i doni sulle spalle e, dopo che tutti in casa erano andati a letto, così vestito, depositare i regali sotto l’albero di Natale, accanto al  camino.
Durante tutto quell’anno, però, il nonno non era stato bene. Infatti, già  prima dell’estate aveva, un po’ alla volta, iniziato a dimenticare , con evidenza, le cose. Era come se perdesse, con i capelli, brani della sua memoria, gli avvenimenti della sua vita passata e il ricordo del colore del grano.
I tre nipotini ma, soprattutto, la mamma e il papà erano molto dispiaciuti. Il dottore, infatti, aveva detto loro che il nonno si era ammalato di Alzaimer, una malattia che fa perdere, giorno dopo giorno, la memoria alle persone. Come se, insomma, chi si ammala di Alzaimer se ne andasse, un po’ alla volta, con la sua memoria.
Gli ammalati di Alzaimer, poi, non riconoscono, anche le persone più care.
Se non a momenti e, man mano che la malattia avanza, vivono in un mondo tutto loro, senza più contatto con la realtà. Il nonno Arturo, purtroppo, peggiorava a vista d’occhio: se ne stava ore in silenzio, seduto sulla sua poltrona, come perso in un sogno ad occhi aperti. Poi, però, all’improvviso, urlava e gettava a terra le cose, quasi fosse arrabbiato con il mondo. Così, nessuno in famiglia, già alla fine del mese di novembre, avrebbe mai pensato che, anche quell’anno, il nonno Arturo avrebbe fatto, come l’anno prima, prima il collaboratore di Babbo Natale. Infatti, a malapena, a volte, il nonno riconosceva i suoi tre nipotini e, spesso, poi, chiamava uno con il nome dell’altro. Insomma, una pena. I bambini, poi, erano veramente tristi. Pertanto, quell’anno,  il loro papà decise che i suoi genitori, ovvero i nonni cinesi, sarebbero venuti da Pechino a conoscere, in carne ed ossa e non in Skype, i loro tre nipotini. Allora, mise insieme i soldi  per il costoso viaggio aereo e, il 23 dicembre, due giorni prima di Natale, i nonni cinesi arrivarono.
Per i nipotini fu una gioia, una scoperta, una grande novità e, per un giorno, almeno, furono meno tristi del solito.
Il 24 dicembre, però, la giornata passò con dolorosa lentezza. Il nonno Arturo, i nonni cinesi, i bambini, la mamma e il papà cenarono tutti insieme. Ma era,però, come se, il nonno Arturo, con la sua aria totalmente assente,  non ci fosse già più! Alle 10 di quella sera, infine, i bambini andarono,assai  tristi, a dormire e anche il nonno Arturo fu messo a letto.
Gli altri rimasero in piedi, aspettando, insieme, la mezzanotte. Ma ecco che, quando mancava mezzora alla nascita del Bambino Gesù,  si sentì un gran rumore provenire dalla camera di nonno Arturo. Il nonno  aveva, chissà come, ricordato che quello era il giorno e quella era l’ora di portare i doni. La sua mente si era illuminata di ricordi! Perciò, aveva indossato l’abito di Babbo Natale ed ora cercava, facendo un gran baccano, i regali per i nipotini proprio nel suo armadio dove, gli anni passati, era solito nasconderli.
Il papà e la mamma compresero  al volo quel che stava accadendo e, perfino, i nonni cinesi si accorsero che qualcosa di bello, magico, santo stava avvenendo nella casa del loro figliolo e della sua famiglia. Il papà e la mamma, infatti, corsero a tirar fuori i doni che avevano preparato  per i bambini e li misero nella gerla che nonno Arturo teneva chiusa in una delle ante del suo enorme armadio. Così lui se la caricò sulle spalle, attraversò la casa fino al salone e andò a depositare tutti quei doni davanti al camino.
I nipotini, Cristina, Guido e Carlo che erano stati svegliati da tanto improvviso movimento, andirivieni, rumore, accorsero in pigiama, per cercare di scoprire cosa  fosse mai  successo.  E così, tutta la famiglia si trovò radunata intorno al cammino e intorno a nonno Arturo, vestito da collaboratore di Babbo Natale.
Vero è, però, che si era dimenticato la barba bianca e così si vedeva benissimo che era lui! Ma poco importava di questo a nessuno dei suoi familiari che, intorno al nonno Arturo, facevano festa: nipotini, nonni cinesi, papà, mamma. In una parola: la famiglia a Natale.

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LIBERTA’

Si parla di: varie

Care mampartiamo oggi con un percorso alla scoperta dei valori più importanti, evocati attraverso le “Keyword“, le parole che ci invitano a riflettere.

Vi lancio il mio invito a commentare la 1° keyword a voi tutti molto cara: LIBERTA’.

E’  una parola evocata continuamente, a torto o ragione. C’è, non c’è. Perché c’è; perché non c’è.
Non è soltanto la possibilità di tornare tardi la sera; è il diritto di pensare, di esprimere le proprie opinioni liberamente, di schierarsi in favore delle proprie idee.

Diceva Pericle che “Il segreto della felicità è la libertà; ma il segreto della libertà è il coraggio”.
E c’è anche chi ha sostenuto che “La libertà è un dovere, prima ancora che un diritto.”

Vi sentite liberi? Perché sì? Perché no?
Chi definireste, fra i personaggi pubblici, uomo/donna di libertà?

http://keyword.blog.rai.it/2011/06/16/hello-world/#comments

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FELICITA’

Si parla di: attualità

Care donne e mamme,

è assodato che anche la felicità, come tanti altri concetti astratti, nella concretezza di ogni individuo assume un significato specifico e diverso. E che c’è una felicità assoluta e generale ed un’altra relativa.

Utile potrebbe essere spiegare in quale momento ciascuno si sia sentito felice; e perché; ma anche, facendo l’indagine al contrario, quale sia il picco d’infelicità che si sia provato come persona singola e come facente parte di un soggetto sociale.
E ancora, varrebbe la pena chiedere quale siano le azioni che possono accrescere il livello di felicità.

 E voi: in quale momento vi siete sentite felici?

http://keyword.blog.rai.it/2011/12/07/felicita/

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LE BAMBINE DI PIAZZA DEL POPOLO

Si parla di: attualità, donne

“Tutti insieme contro la violenza alle donne”

 

Le donne sono giunte di fronte ad un bivio: c’è “Via della Rassegnazione”;  imboccarla, le porterebbe per inerzia ad accontentarsi di piccole “concessioni”, di passi avanti microscopici e fonte di umilianti sottolineature. E c’è il “Viale dell’Autoaffermazione” che darebbe loro una corsia preferenziale da cui poter interloquire con la metà, finora imperante, del cielo, affinché sia possibile un duopolio che dia prosperità alla società composta da uomini e da donne.
Rappresentavo nella mia mente questa immagine metaforica così significativa Domenica scorsa, in Piazza del Popolo, mescolata all’eterogeneo popolo delle donne convenuto in occasione della manifestazione “Se non le donne, chi”, auto-organizzata e così pacifica e colorata da allargare il cuore alla speranza.
Mi guardavo intorno e coglievo tante sfumature, tanti messaggi, non semplicemente racchiusi in cartelli e striscioni. Il linguaggio del corpo, la presenza – anche di molti uomini – completavano le parole e le note che venivano dal palco; e poi c’era quell’importante presenza di bambine che, mano nella mano con le loro mamme, erano la rappresentazione vivente di un messaggio di continuità positiva.
Quelle bambine, spontanee e interessate, che ascoltavano intente e sorridevano; che, con la loro partecipazione, stavano ad indicare che il discorso è tramandato e radicato, come tutto ciò che, trasversalmente, lega le generazioni, costituiscono l’autentica novità di una manifestazione che, dal nucleo di protesta del 13 febbraio, si è trasformata nella raggiera di proposta, rispetto ad un cambiamento radicale del contesto politico e sociale, avveratosi in appena 9 mesi – potrebbe non essere casuale che si tratti dello stesso arco di tempo necessario a concepire e far venire al mondo un essere umano -.
Le bambine di Piazza del Popolo sono una task force “speciale”, che, come lievito, porteranno dentro di sé il pensiero della parità e dell’azione femminile a sostegno di una società di eguali. E’ loro l’orizzonte che si apre più libero e luminoso, nonostante le contingenze sfavorevoli del momento, e che dovranno imparare a costruirsi, tassello dopo tassello, coi loro talenti mai più repressi o misconosciuti, con una condivisione di ideali che non si zavorra rasoterra ad una parapolitica che avvilisce le individualità e le omologa a modelli femminili subalterni e colpevolizzati nel loro desiderio di “equità”.
Perché non esiste soltanto un’equità riconducibile a discorsi meramente economici; c’è, ad un livello più alto, quell’equità che non riguarda il ventaglio delle classi sociali, bensì l’equilibrio fra i sessi, finora pesantemente sbilanciato verso quello maschile. Ed è da quell’equità aprioristica che discende l’equità economica e sociale oggi invocata, piuttosto riduttivamente, allorché si valuta la manovra finanziaria che dovrebbe servire a non far precipitare l’economia nazionale nel baratro del default.
Che è un default tutto maschile, visto che da sempre hanno tenuto fra le mani le leve del comando; ed è grazie a loro che il bad-fare in cui si è ridotto il potenziale e buona-volontaristico wel(l)fare, ritenuto uno spreco di risorse, priva il mondo, il nostro mondo delle risorse inespresse del femminile.
Quest’alleanza fra i talenti femminili rappresentata dall’incontro di oggi, sia battistrada affinché tutta la società si permei del soffio vitale del Genio delle donne: Roma, il cui nome è così chiaramente donna (pensiamo ai suoi mitici primordi, alle donne anche umili che le diedero vita, da Acca Larentia, a Rea Silvia, dalle Sabine rapite a Virginia oltraggiata, alla grande Cornelia) qui ed ora è Capitale del grande capitale umano finora poco rappresentato e utilizzato ma che potrebbe fare la differenza per una nuova Era di concordia e pace per l’Umanità.  

Maria Rita Parsi

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Racconto: La Ballerina

Si parla di: attualità

Si incontrarono a Courmayeur, a Carnevale. Lui era vestito da banana.  Si vedevano soltanto i suoi occhi e la bocca, imbustato  com’era nella gialla guaina a forma di  fallico frutto. Lei era vestita da pirata: cappello nero a larghe falde, camicia bianca con gilet scuro, giacca di lapen nero corvino, pantaloni incollati alla gamba, cintura borchiata, stivali di pelle dagli altissimi tacchi, spada e pistola a tracolla, a destra e a sinistra. Era bellissima e avanzava,nel corteo, danzando, a ritmo di samba. Lui rimase così colpito da lei che Veronica si accorse d’essere guardata insistentemente dalla  banana gialla. Quegli occhi, infatti, le rimasero puntati addosso per tutta la festa ed erano così vivaci, così brillanti ed eccitati che, tra sé e sé, cogitò: “Deve essere un uomo! Le donne non guardano le altre donne così né si vestono da banana! O, almeno, speriamo!” Poi, rientrata a casa non ci pensò più. Aprì il suo computer ed ecco che, su face book, qualcuno , un certo Manlio, le chiedeva la sua amicizia. “Chi sarà?” si domandò. E,poi, digitò: “Okay”. Era una ragazza  curiosa Veronica e, soprattutto, era una  bellissima ragazza, infelice per amore. Livio ,Il suo ragazzo,rappresentava, per lei, un costante problema:non voleva crescere e, a 23 anni, beveva, si faceva canne tutto il giorno, si ubriacava e provocava incidenti. Inoltre,la perseguitava telefonicamente  non appena lei decideva di lasciarlo nell’intento di farlo cambiare. Livio, però, non cambiava. Non ci riusciva. Era un ragazzo che, senza Veronica, si disperava come un neonato per la perdita della madre  ma che non riusciva a chiudere con nessuna delle sue tante dipendenze né con la  paura di crescere che aveva. Veronica, allora, si sentiva in trappola. Temeva, infatti, di non poterlo lasciare senza provocare un aggravarsi delle sue già precarie condizioni emotive; temeva che si sarebbe ubriacato di più, impizzato, incannato di più; che avrebbe moltiplicato       i rischi e la velocità impressionante con la quale, di notte, scorazzava per la città;  che si sarebbe, in qualche modo lasciato morire perché lei non lo amava più. Temeva,infine, che si sarebbe fatto pestare e, perfino, uccidere andando a provocare  i suoi rivali, quelli , per intenderci, che, nell’intervello tra una rottura e l’altra, andavano a fare la corte a Veronica. Le scriveva sempre, perfino sul muro di casa: “Se non sei mia, non sarai mai di nessuno!” La fiaba preferita da Veronica era, non a caso: “La Bella e la Bestia”. In quella fiaba,infatti, la Bestia, orribile come erano orribili i difetti, le dipendenze, le bugie, le mancanze di Livio , stava per morire perché Bella, proprio come Veronica,  se ne era andata. Così,  Veronica era infelice perché aveva abbandonato Livio, era tornata dai suoi genitori ed era, però, così addolorata ed oppressa che quel Carnevale a Courmayeur era la sua prima “libera uscita”, dopo mesi di pianti, distacchi e nuovi incontri con Livio. E, ancora, dopo il distacco finale. Per mesi, infatti, Internet era stato il solo passatempo di Veronica chiusa in casa. E, per  lei, adesso, Facebook e la possibilità di dialogare con gli amici sulla sua chat privata, era diventata la consuetudine di ogni sera. “Chissà se questo è veramente unl nuovo amico  ,-si disse-. Oppure è   Livio camuffato che è riuscito ad aggirare la password della mia chat privata”. Perciò digitò: “Ciao, chi sei e perché vuoi la mia amicizia?” “Sono Manlio. Ci siamo conosciuti stasera, alla sfilata delle maschere” “Non ho conosciuto nessuno stasera a meno che non sia la maschera della banana  che mi guardava insistentemente….” “Ah, ah, ah, sono proprio io!” “Per me non sei un volto ma una maschera un po’ ridicola, in verità” “Non ti  piace?”- interrogò lui. “Neppure un pò”-rispose lei. “Tu, invece, sei il pirata più bello che abbia mai visto- E vorrei tanto incontrarti…” “No!, Non posso……” “Perché”-  chiese lui? “Perché la mia storia sentimentale     è troppo complicata. Troppo- Se il mio ex ragazzo, “ex” capisci, viene a sapere che esco con qualcuno, anche soltanto per fare amicizia, viene  a minacciarlo e a picchiarlo. E sono guai. “Ma se non sa chi sono?- digitò lui. Per ora oltre al nome Manlio , io sono per te soltanto una maschera a forma di banana!” E’ simpatico- pensò lei- E’ una persona ironica. Mi piacerebbe conoscerlo! Però digitò: “No! Perché, comunque, verrebbe a saperlo. E’ uno spione cibernetico oltre ad essere spaccone, picchiatore e veramente pericoloso. Può darsi che, anzi, stia già leggendo il dialogo del nostro incontro in chat”. A quel punto Manlio non rispose più. Si è spaventato- pensò Veronica-! Bene, meglio così! Livio, con i suoi trabocchetti cibernetici, è riuscito a leggere quel che ci siamo scritti. Vorrà dire che mi tormenterà di meno! Io, però, questo Manlio lo voglio proprio conoscere . Voglio vedere chi si nasconde  dietro la  maschera della banana!”. E dal giorno dopo, Veronica cominciò ad indagare. E’ così piccola, Courmayer! E seppe subito chi era quel Manlio. Un ragazzo molto bello, molto ironico, molto ricercato. Ci rimase , lì per lì, veramente male. Perché? Perché lui non l’aveva più ricercata in chat e quello per Veronica significava una cosa sola: “Ha paura!”. Ed era lei,poi, ad avergliela messa, quella paura! Per paura di Livio, per paura d’essere controllata, per paura d’aver voglia di smettere di avere paura. Così, quella sera,cinque giorni dopo la fine del Carnevale, in piena Quaresima,Veronica pianse e pianse. E,mentre stava piangendo, suonò il telefono di casa, il telefono fisso che la sua famiglia aveva da anni: “Pronto- disse una voce allegra- sono Manlio. Vorrei parlare con Veronica” “Sono io- sillabò lei, già rossa in viso per l’emozione. “Hai visto che sono riuscito a trovarti!- continuò lui- E ,questa volta, spero proprio che nessuno ci ascolti perché vorrei invitarti a cena”. “Ci vengo, ci vengo- rispose , subito lei. Voglio proprio vedere che volto hai!”. “C’è il mio profilo su face book- sottolineò,allora, Manlio-  non sei stata abbastanza curiosa d’aver già scoperto chi sono?”. E’ vero- si disse Veronica- Non mi è neppure venuto in mente! “Magari- incalzò lui- dopo avermi visto, non vorrai incontrarmi!Allora, ti dò subito un appuntamento. Ci vediamo al bar sottocasa tua. Tra cinque minuti, se vuoi”. “Okay”- rispose lei. E, senza neppure guardare il profilo di lui, su Internet, si mise la giacca di lapen corvino e scese  le scale di casa. Lo trovò al portone che già l’aspettava. “Ma è bellissimo!”- pensò Veronica mentre il cuore le scoppiava in petto. Lui si inchinò, con garbo. “Sono Manlio-disse sorridendo- E vorrei dirti, alla maniera di Steven Jobs: “Perché essere un ammiraglio ,se puoi essere una piratessa?” La piratessa  si  sentì felice.

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Questa poesia è di Kenneth Patche, poeta americano con una storia di povertà ed emarginazione alle spalle.
E’ molto bella e singolare. Con lo sguardo di un bambino che non può avere quello che hanno gli altri, mette a confronto la società dei ricchi con quella dei poveri … di quelli che si comportano come se “le ciliege fossero loro invenzione personale”  Scritta negli USA negli anni 40 e di un’attualità impressionante.
DA LEGGERE AI NOSTRI BAMBINI

Non mi volevano tra i piedi
dicevano che non potevo avere ciliege
o guardarli raccogliere le ciliege
e neppure stare alla loro tavola
dove uno di quei Kultur – Kookie - Klucks
con il loro largo sorriso corpulento
si preparava a raccogliere una bella ciliegia rossa
nel suo cucchiaio d’oro
sapete che non amo quella gente
che agisce come se le ciliege
fossero loro invenzione personale

P.S. La versione originale della poesia riportata sul libro di Donatella Bisutti ( Feltrinelli) riporta la traduzione Ciliege ( senza i – ciliegie ) e cos’ l’abbiamo lasciata nella poesia.

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