‎27 Gennaio – GIORNO della MEMORIA. Noi oggi ricordiamo Janusz Lorcazk.
Dalla parte dei bambini e con loro fino alla fine …

E’ FATICOSO FREQUENTARE BAMBINI di Janusz Korczak

Dite: è faticoso frequentare bambini.

Avete ragione!

…Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi,
curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto!

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Dislessia, ombrello diagnostico inflazionato?

Etichetta che racchiude senza distinguo le diverse graduazioni riscontrabili nei DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento), intrecciandoli arbitrariamente all’ADHD (la sindrome dell’attenzione e dell’iperattività)?

Di fronte a statistiche che valuterebbero il 23% dei bambini dai 3 ai 10 anni, a Roma, a rischio DSA, da un lato, ed a analisi più prudenti che riducono al 4% tale stima, occorre, a mio avviso, fare un passo indietro. Perché l’interesse dei bambini di avere la massima attenzione e le maggiori opportunità di benessere psico-fisico non può ridursi alla gelida statistica. I bambini sono individui, non numeri e vetrini da microscopio, ed è fondamentale, per loro, il giusto stimolo atto ad assicurare il massimo dispiegamento delle loro potenzialità. Casa e scuola hanno un ruolo centrale. Ma fin qui, tutto ciò è lapalissiano, la base di ogni teoria pedagogica. Ciò che manca è il passaggio alla pratica quotidiana. Che dovrebbe avvenire con l’intervento sinergico di un’equipe scolastica permanente, che si avvalga delle competenze di insegnanti, psicologi, neuropsichiatri infantili, sia per limitare “sentenze diagnostiche” superficiali, sia per rendere omogeneo l’approccio educativo nei riguardi dei bambini stessi, siano o non siano affetti da dislessia o altri disturbi classificabili come DSA o ADHD. Questo anche per evitare confusioni, indicazioni disorientanti ai genitori, metaforiche bollature di “diversità” ai bambini. Il che genera un’ipotesi d’intervento. Esiste un metodo, messo a punto da un medico di Philadelphia, Glenn Doman, che oltre cinquant’anni fa si dedicò al recupero dei bambini cerebrolesi. Apparentemente, può sembrare eretico raffrontare le due situazioni che convergono solo nel fatto che si applicano a bambini; le procedure ed i protocolli previsti da Doman, però, “lavorano” sul cervello del bambino affinché si accendano tutte le aree, si dispieghino le potenzialità, dunque, agisce indipendentemente dalla presenza di un handicap. E’ anzi, democraticamente applicabile a tutti i bambini, e già avviene negli USA, ottimizzandone le capacità. In Italia, il metodo Doman ha il suo fulcro negli Istituti per il Raggiungimento del Potenziale Umano – Europa, a Fauglia (Pisa), luogo dove si applica il Metodo solo nel settore del recupero. Non è escluso, però, di ampliarne l competenze come negli USA.

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Quando lei nacque, una bambina ahimè!, suo nonno ordinò che le imposte della casa rimanessero chiuse per quattro giorni. In segno di lutto. Quello fu il benvenuto che il nonno-padrone dette a Costanza e che continuò a manifestarsi nel tempo, con una serie di persecuzioni nei suoi confronti. Come del resto nei confronti di tutte le donne di casa. Ad esempio, Nonno Enrico non voleva che si spendessero soldi né per i vestiti di Costanza, né per le sue scarpe, né per libri e quaderni della scuola. Una bambina, sosteneva, non aveva alcun bisogno di studiare. Doveva diventare invisibile, così da non dare alcun fastidio né con il suo pianto, né con i suoi primi discorsi, né con possibili malattie. Se si fosse permessa, poi, di parlare, per interrogare gli adulti, per esprimere quel che pensava o per contrapporsi; se avesse fatto capricci che, invece, ai maschi venivano consentiti; se si fosse ammalata, costringendo la sua famiglia a pagarle le medicine, avrebbe veduto vedersela con i divieti di nonno Enrico. Era, poi, lui che consigliava, al padre di Costanza, suo figlio, di picchiare la ragazzina di santa ragione; era lui che aveva trasformato suo figlio in una bestia in nome della supremazia familiare dei maschi sulle femmine. Però, Ivo, il papà di Costanza aveva molto amore per la sua figlioletta e se, in taluni occasioni, sempre davanti al terribile nonno Enrico, le allungava qualche sberla e perfino un calcio, quando il nonno Enrico non c’era, le dava spesso carezze dolcissime sulle guance e sulla testa. E, poi, baci affettuosissimi e caramelle e cioccolati che, nascostamente, uscivano dalle sue tasche e mai erano destinate a Federico, il maschio primogenito. Così, Costanza sentiva che lei e suo padre erano prigionieri del nonno Enrico, il quale anche con la piccola, bistrattata, silenziosa nonna Clara abitava, purtroppo, insieme a loro. Costanza, infine, ce l’aveva molto con sua madre. Rosita, infatti, quasi seguendo il modo di comportarsi di Clara, non parlava quasi mai. Era un’ottima donna di casa, molto efficiente e gran lavoratrice. Ma silenziosa ed incapace di contrapporsi al marito e al suocero. Anzi, lei, di buon grado, era solita, come la nonna Clara, accudire, quasi fossero bambini, il nonno,  ogni volta  che tornava dalla campagna, e il marito, ogni volta che tornava dal lavoro. E se erano arrabbiati non si metteva mai a contrastarli: neppure quando Costanza veniva aggredita verbalmente o picchiata. Neppure di fronte alle urla e alle sevizie . Non interveniva mai. E se ne stava lì, assai spesso con la suocera al suo fianco, come impietrita, ad assistere ad ogni sceneggiata , ad ogni esternazione di rabbia, ad ogni violenza. Qualche volta, poi, anche la mamma e la nonna le prendevano di santa ragione. O perché avevano dimenticato di sistemare qualcosa o perché il cibo non era cotto a puntino oppure perché il nonno Enrico aveva voglia di sfogarsi e trovava il pretesto per offenderle e picchiarle. Erano quelle le occasioni in cui Costanza stava più male. Avrebbe voluto che il nonno morisse, che suo padre reagisse, che sua madre e sua nonna urlassero la loro rabbia contro il nonno e si difendessero. E, ancora, che la difendessero. Non era, forse, anche lei una donna seppure ancora bambina? Non era anche lei una creatura di vetro, una femmina alla quale sarebbe toccato di essere schiacciata, fermata, minacciata, di assistere a violenze o a subirne? Poi, però, un giorno il nonno si ammalò e Costanza iniziò a creder che fossero state le sue preghiere a farlo crollare. Aveva, infatti, pregato tanto la madonnina di liberarla., vergognandosi , però, alla fine di ogni avemaria perché l’intenzione dei suoi rosari era che il nonno passasse a miglior vita. Ma Nonno Enrico aveva una tal fibra che, seppure dal letto, continuava a dettare legge. Sbraitava e minacciava tutto il giorno tra le lenzuola e le coperte ma si vedeva, però, che quelle erano le ultime forze che gli restavano. Un po’ alla volta, come un ceppo consumato dal fuoco, cominciò a spegnersi e, una notte, verso le tre, mentre tutti dormivano profondamente cominciò a vomitare sangue. Senza riuscire, peraltro, a chiedere aiuto. Costanza, però, forse per quel senso di colpa che sempre animava le sue giornate, quasi pensasse:<<Ma non sarò stata io a ridurlo così?>> si svegliò di soprassalto e si accorse che il nonno stava veramente male. Allora, senza svegliare gli altri, lo soccorse , lo ripulì, lo lavò e lo asciugò, gli mise sulla fronte pezze fredde, gli preparò i medicinali che il medico aveva indicato. E, in men  che non si dica, nonno Enrico si riprese. Con stupore, allora, s’accorse che a curarlo così bene e a impedire che morisse soffocato dal suo vomito, era stata la tanto maltrattata nipotina. Sgranò gli occhi, fece uno strano gesto di ringraziamento con le mani e , all’improvviso, due lacrime gli scesero lungo il viso. <<Proprio tu?>> – le disse, alla fine con voce stentata e arrochita dal male. <<Proprio io! – confermò Costanza- Ora stai meglio, vero? Vedrai che, domani mattina, ogni tuo male sarà passato.>> E, così, incredibilmente, fu! Dal giorno dopo, il nonno cominciò a migliorare ma né lui né Costanza dissero mai agli altri cos’era accaduto quella notte. Pertanto, il cambiamento di Nonno Enrico fu, per loro, un’autentica sorpresa. Un’inaspettata, impensabile felicità. Il nonno non urlò più, non maltrattò più nessuno e predilesse, da quel momento, la compagnia di Costanza e lei, guardando con occhi attenti, le altre donne di casa le iniziò al cambiamento. Quelle, infatti, si fecero più ciarliere, più allegre, gioiose. Ed anche suo padre, cambiò. Al punto che un giorno, assestando una tirata d’orecchi al suo prepotente primogenito, sempre ostile e sgarbato con la madre, la nonna e la sorella, ebbe a dire:<<Impara a rispettare le donne!>>.

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I passeggeri della Costa Concordia saranno, a lungo, tormentati dalla “Sindrome del Titanic” ovvero dal passare, traumaticamente, da una condizione di vacanzieri felici in serena traversata, con tutti i confort e le garanzie, all’improvvisa scomparsa, al capovolgimento sconvolgente , di tutto questo. Così come avviene in ogni umana tragedia, allorquando un minuto prima c’è, magari, tutto il sereno ed il bene possibile mentre, un minuto dopo, anzi, un secondo dopo, tutto ci viene  tolto: ogni ruolo, ogni funzione, ogni potere, ogni definitiva collocazione, ogni garanzia.  E vengono a decadere accordi , protocolli, finalità, progetti. E tutto si trasforma in una drammatica condizione senza controllo, senza alcuna norma di riferimento, con la morte che, ormai, fa da sentinella alla possibilità di sopravvivere. Come dire che la “Costa Concordia” e il suo naufragio ( sono, al momento, 5 i morti ma ben 40 le persone disperse!) rappresentano, in modo tragicamente metaforico, la condizione attuale, non solo dell’Italia, ma del mondo intero e, al contempo, ci indicano  quale “disturbo da stress post-traumatico” ovvero, quale profondo disagio, delusione, destabilizzazione; quale malessere psicofisico accompagneranno, nel tempo, gli scampati ad ogni  naufragio e/o a naufragi psico-econimici della società dei consumi e della finanza. Infatti, tale malessere potrà manifestarsi sia in modo evidente (crisi di panico, disturbo del sonno e dell’alimentazione, incubi, ecc.) o rimanere, a lungo, nascosto e rimosso, per esplodere, poi, magari a  motivo di un altro trauma scatenante. Insomma, i reduci dal naufragio della Costa Concordia dovranno affrontare, sopportare e curare il profondo abbandono e l’incuria che hanno patito. Infatti, essere di fronte all’incapacità, all’improvvisazione di chi è al comando e ai servizi di una “città galleggiante” ovvero, degli effettivi governanti di un’isola di umanità totalmente affidata alla loro responsabilità; dover verificare che queste autorità sono inadeguate, incompetenti e, come il capitano che ha abbandonato la nave fra i primi e i suoi ufficiali che ne hanno seguito, immediatamente, l’esempio, decisamente interessati a salvaguardare, prima e innanzitutto, la propria incolumità Senza preoccuparsi dei passeggeri in balia della mancanza di coordinamento nelle operazioni di salvataggio, della paura di morire, del mare. Significa, per i passeggeri, aver sperimentato l’abbandono, la sfiducia e la delusione nei confronti delle autorità, della loro capacità di rispettare e far rispettare le leggi; della loro non autentica disposizione a proteggere e a tutelare, fino in fondo, chi era loro affidato e che, pertanto, attendeva, proprio da loro, la verifica della validità di un servizio che era già stato pagato! Così la Costa Concordia è il mondo, anche in considerazione di tutte le etnie presenti a bordo e della trasversalità di mezzi, mestieri, ruoli, poteri, responsabilità, ivi presenti. Un luogo di incontro tra tutti e per tutti. .Quando, dunque, ricevuta una simile lezione,  impareremo in Europa. In America, in Cina, in Africa  e ovunque nel mondo, a scongiurare ogni possibile naufragio?

 

Maria Rita Parsi

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