Una favola surreale e ambientalista di Antonio Sassone

Ma quando fiorisci? – chiese in tono di sfida il signor Arrangio al signor  Limonio  che gli stava gomito a gomito  nel  giardino.

Ma, non lo so – rispose Limonio, non senza un certo imbarazzo.

Arrangio  esibiva tanti fiorellini, piccoli ma numerosi, sparsi per tutti i rami che lo infiocchettavano  come  un pacco  da regalo.  

Guarda  me – replicò  – Guardami.  Siamo appena agli inizi della primavera e già sono tutto adornato e profumato.

Non ti dar pensiero per me – si fece forza  Limonio – Io non so quando emetto i fiori. Nessuno me lo ha detto. Lo chiederò a papà Limonon e a mamma Limonel.  Ma quando i fiori spuntano, anche se non lo so, non ho il calendario, me lo sento. Oh! Oh! Se lo sento.

Poverello – lo compatì Arrangio – Io non posso stare a contarli ad uno ad uno i fiori. Scoppiano come  palloncini, senza che  me ne accorga. Mi addormento la sera e la mattina me li trovo spuntati e arzilli, piccoli, eh, ma che già le api vi ronzano attorno per assaporarli e succhiarli.

Per giorni e notti Limonio non dormì. La stagione era incerta. Il caldo non si percepiva, c’era vento e a tratti pioveva. Dello sfottò con Arrangio avrebbe  voluto parlarne con la moglie Lemonene , ma temeva di essere preso per sciocco. Comunque era tormentato dal pensiero della fioritura. Spiava Arrangio e lo vedeva sempre più agghindato come una ballerina di flamengo o una gitana. Perché suo padre e sua madre non gliene avevano mai parlato, non gli avevano mai detto come e quando nascono i fiori? Una mattina Limonio si svegliò ed ebbe subito la sensazione che qualcosa fosse accaduto, come quando spunta la luna e si riflette nel mare o quando spuntano le stelle ed è  il cielo che fiorisce di luci. Sentiva un flusso caldo venirgli su  dal basso, dalle radici. Avvertiva qua e là come un respiro, un soffio. Ma non dovette interrogarsi molto. Che avesse avuto una prima fioritura lo capì dal fatto che il vicino cercava di guardarlo senza farsi notare. Spiava, spiava.

Li vedi? – lo apostrofò Limonio, che non poteva più sopportare quell’atteggiamento di  falsità e di invidia che si andava facendo pesante.

Che cosa? – chiese Arrangio

Come, che cosa,  i fiori, no?

Ah, i fiori. Ma dove sono? Manco si vedono per quanto sono microscopici. Guarda me. Sono rivestito. Porto il manto del re. Ci vorrebbe un pittore che mi facesse un quadro. O un fotografo che mi riprendesse da tutti i lati.   

Limonio si ritirò in santa pace nel suo angolo, a consolarsi della sua minifioritura, Nel cuor suo si augurava che venisse un forte vento in modo da scuotere gli alberi e facesse cadere tutti i fiori prima che potessero essere tagliati a mazzetti e destinati alle spose di famiglia e ai clienti. Ma dentro di sé, malgrado tutto, era costretto ad ammettere che Arrangio fiorito quasi di colpo era uno spettacolo. Si vedeva. E oltre a vedersi, si sentiva per la fragranza che si diffondeva nell’aria, per quel profumo così intenso, che faceva svenire di piacere, che provocava ebbrezza. Invidiava Arrangio, lo immaginava felice con la moglie Arcaquela.

Una mattina venne il padrone del giardino, col suo solito gilet a quadri,  gli stivali e la coppola. Non era solo. Accanto gli stava un uomo tarchiato, basso, col capo coperto da un cappello di lana, le mani infilate in guanti  gialli,  un grembiule di cuoio annodato al collo e lungo fino alle ginocchia. Ma a preoccupare Arrangio  erano le grosse cesoie che quell’uomo dai baffi a manubrio maneggiava per aria tra il pollice e l’indice allo stesso modo con cui lisciava i suoi baffi spioventi.  Dietro a loro, pronta a seguirli passo passo, una donna con un fazzoletto colorato in testa e una sporta tra le braccia.

-Ecco, Carmelo, taglia qui – diceva il signore col gilè, con tono da comando. – Taglia bei rametti tutto fiori e poco legno, no,no, quelli striminziti,no, quelli con i fiorellini appassiti, no. Ecco, sì, quello sì, quell’altro pure.

Arrangio tremava tutto, aveva paura che lo spogliassero e lo lasciassero nudo come un verme, col corpo del tronco  esposto al freddo. E senza che i fiori si tramutassero in frutti. Pure Limonio aveva paura. Paura che lo stesso trattamento lo facessero a lui, ora che i fiorellini si andavano moltiplicando, ne uscivano di nuovi  ogni settimana, a volte a mazzetti, a ridosso l’uno dell’altro come a proteggersi come i fratelli che dormono gli uni sugli altri quando non ci sono le coperte.

-Basta così – disse nel frattempo l’uomo col gilè che evidentemente era  il padrone.

Sì, signor Anacleto – rispose il giardiniere. Anacleto diede un’occhiata al cesto e credette  in cuor suo di potersi ritenere soddisfatto. Immaginò che la figlia sarebbe stata uno splendore nel suo lungo abito bianco e  con la corona bianca dei fiori d’ arancio. E che poi sarebbero venute molte clienti a chiedere i fiori d’arancio per  il matrimonio delle ragazze. Anacleto era sicuro che sua  moglie lo avrebbe lodato. Quando scomparve oltre l’aranciera,  Arrangio tirò un grosso sospiro di sollievo. E anche Limonio si sentì liberato.

Venne l’estate e giorno dopo giorno, notte dopo notte Arrangio vedeva che su  ogni fiore si innestava  una pallina piccina piccina, tonda tonda, liscia liscia, di un intenso colore verde che quasi non si distingueva  se non per la forma dalle belle foglie triangolari  che costituivano il suo abito in ogni stagione. Il suo come quello del vicino Limonio, col quale – decise – non era il caso di impiantare questioni di prestigio, tanto meno essere arrogante, aggressivo, offensivo. E ancor meno litigare, giacché potevano  tutti e due incorrere nello stesso destino: essere spogliati di tutto. E poi proprio ora che anche Limonio emetteva di giorno in giorno nuovi fiorellini, bianchi e lunghi, ma come incapsulati in una camicina o in una piccola corazza quasi a protezione.

E’ diverso però il ritmo e il tempo di crescita di chi nasce, di chi deve maturare, di chi deve presentarsi compiuto, di bell’aspetto, elegante per essere cercato, voluto e assegnato  ai compiti che gli spettano.     Arance e  limoni nascono dai fiori in tempi diversi. Chi prima e chi dopo. Chi si forma prima, cresce prima e matura prima.     Primogeniti, secondogeniti,  successivi.  A volte si nasce in coppia, gemelli. Succede pure ai limoni e chissà se si rubano il succo dalla pianta-madre. Se sgomitano. Se si danno calci, Se soffrono quando vengono separati. Se preferiscono finire insieme. Se l’uno si gloria con l’altro vantando doti maggiori, più sostanza, ossia più umore per condire. 

Un giorno, in autunno inoltrato, la primogenita di Arrangio chiamò il primogenito di Limonio.

-Ciao – gli disse – io mi chiamo Rosetta – sto qui in alto in alto, guardami.  Sto all’attico. Anzi sto al superattico. E la mattina mi bacia il sole col suo primo raggio. Bacia solo me. Io non ho bisogno di scostare le tendine, di spostare i rami con le foglie per essere baciata dal Re Sole. Perciò  sono rossa, fulgida, brillo e sono di  fuoco.  E tu come ti chiami?

-Lionardo – rispose con gentilezza e con un po’ di emozione il primogenito di Limonio e Lemonene.

 – Mi chiamo Lionardo. E quanto ad altezza non mi posso lamentare. Sono alto e lungo abbastanza.

- E io mi chiamo Rosina  – si sentì una voce che veniva dal basso. Era l’arancia che stava nel punto più basso, ma così basso che appena appena si staccava dal terreno, più basso che neanche i bassi di Napoli sono così bassi, perché hanno la soglia.

- Ah, figurati, sei così in basso che tutti ti possono guardare, ma passano e se vanno – la schernì la sorella che abitava all’attico.

- Lo dici tu – replicò  Rosina – A me mi ammirano tutti. Mi guardano, mi palpano, mi danno dei buffetti, mi strizzano leggermente con il pollice e l’indice. Che emozione. Che sfregatura. Come se mi volessero levare qualche pellicina, ma io peli non ne ho. Sono proprio liscia come devo essere.

- E io allora che devo dire ?-  intervenne da un ramo a metà  condominio Rosangela -  A me l’altra mattina mi è venuto a baciare un merlo. Quant’era bello. Il suo viso, pardòn, il suo beccuccio, era sottile e colorato. Puntava, puntava, mi girava da tutte le parti. Fino a che non gli ho detto: guarda che mi fai male. Avevo paura che mi facesse un taglio, una ferita, che potessi perdere sangue, pardòn, umore e poi cadere per terra prima del tempo dove mi avrebbero raccolto solo per buttarmi via.

 Com’era quel merlo ? – chiese dalla parte opposta  Rosaria  – Quando torna, se torna, fallo passare da me. Io sono dalla parte del buio. A me mi bacia solo la luna. Ma non gradisco i suoi raggi. Sono troppo languidi. Però anche se sono all’ombra, sono purpurea da tutte le guance e quando mi vedono tutti mi vogliono.

-I raggi della luna lasciatemeli a me – disse il limone Lelelao, che abitava dalla stessa parte di Rosaria . Anzi quando spunta la luna e diventa piena piena, col viso illuminato come il tuo, io ti canterò una canzone e mi piegherò fino a te, con la mia forza, per baciarti.

Tutte le arance e tutti i limoni sentendo queste confidenze intonarono bellissime canzoni. Si misero a ballare tutti insieme perché il vento smuoveva i rami di qua e di là e traeva una musica di violini. Alla fine scoppiarono tutti in croscianti applausi fino a che intervenne Arrangio con Arcaquela per far tacere tutti, perché due delle figlie, Rosolella e Rosabella, erano malate, forse un virus o forse per l’attacco di sparvieri o piccioni, che  avevano procurato loro forti ferite e lacerazioni, fino a farle sanguinare

-Abbiamo paura per loro. Chissà se guariranno o se ci dovranno lasciare prima del tempo.

Venne il tempo di Natale. Le arance e  i limoni furono staccati ad una ad una, dall’attico ai bassi, dalle ruvide mani di  Carmelo e Anacleto e adagiati in ampi cesti e panieri portati dalle donne di casa. Furono assegnati a uno dei più grandi e lussuosi alberghi della città e  sistemati in due grandi vasi di vetro,su  due preziosi tavoli. Il rosso a fianco del giallo.  Vicini come i loro genitori alberi e come loro quando erano giovani. Passavano importanti personaggi, diplomatici, attrici, cantanti, calciatori, uomini d’affari. Tutti vestiti con grande eleganza. Le donne in abito lungo, gli uomini in smoking. Si fermavano e dicevano: che belle queste arance. E le arance risplendevano di piacere e di gioia. Altri dicevano: che belli questi limoni.  E i limoni emettevano lampi di luce.  Di volta in volta una signora o un signore chiedeva: posso prenderne una? Posso prenderne uno? Gli inservienti, i camerieri erano cortesi m fermi. Rispondevano: no, sono qui solo per bellezza, per un augurio. A queste risposte le arance si gonfiavano il petto e i limoni distendevano i pettorali. Arance e limoni si volevano bene. Si amavano.

0

2

Fiabe e figli intelligenti …

Si parla di: bambini, fiabe

“Se volete figli intelligenti leggete loro le fiabe. Se volete figli molto intelligenti leggete loro molte fiabe.”

Albert Einstein

2

Mi capita spesso di ricevere domande sul tanto dibattuto tema: ciuccio, a che età bisognerebbe toglierlo, eventuali danni derivati dall’abbandono dell’atto di suzione etc.
Occorre premettere che le tempistiche ideali non sono codificate ma dipendono da persone, circostanze, contesti. Il ciuccio è soprattutto un surrogato affettivo che placa l’ansia abbandonica del neonato e del bambino molto piccolo.
Una volta presa la dicisione di toglierlo, occorre fornire rassicurazioni affettive ai bambini: accarezzandoli, coccolandoli, facendo sentire il contatto fisico.
E’ importante domandare ai bambini se siano disposti a cedere il ciuccio in cambio di carezze.
Bisogna stringere con loro un vero e proprio patto, un baratto di affettività.
Un alternativa può essere sicuramente rappresentata da un oggetto affettivamente compensativo, come un piccolo animale cui voler bene, un tradizionale orsacchiotto o una bambolina di pezza.
Se poi i bambini hanno superato i due anni, perchè non far provare loro i vantaggi del diventare grandi, condividendo con discorsi, cinema e qualche piccola uscita serale….
Ovviamente sono curiosa di conoscere le vostre esperienze…. dalla condivisione e confronto nascono solitamente i migliori momenti di crescita….
A presto.

Maria Rita Parsi

5

2

Fiabe: Zahra e il Natale

Si parla di: fiabe, natale

Nella sacra magia che avvolge il miracolo della vita che nasce, nel silenzio dell’attesa, nella promessa di pace, l’umanità intera si riconosce.

Riconosciamoci, nelle nostre individualità, ricordando sempre il valore di ciò che nel profondo unisce.

Una fiaba di Natale per tutti. Da Fondazione Movimento Bambino un Augurio dai mille colori.

Clicca sulla copertina per scaricare la fiaba:

2

2

Fiabe: Mon Mongolfiera

Si parla di: fiabe

Quante volte ci è capitato di incontrare una difficoltà, di scorgere un ostacolo sulla linea del nostro orizzonte?

Quante volte, mossi da un istinto di protezione che isola, che impedisce la condivisione, abbiamo interiorizzato? Un istinto di isolamento che inizia a manifestarsi a volte fin dall’infanzia…

Leggiamo questo racconto e discutiamo dell’importanza di comunicare in una società che fonda sulla comunicazione le basi dell’esistere; una comunicazione virtuale, spesso rinchiusa in community di solitudine…

Clicca sulla copertina della fiaba per scaricarla!

Mon mongolfiera

2

La fiaba di Alvaro

A volte capita di apostrofare i bambini dicendo: “Se non fai il bravo arriva il poliziotto” …

Perchè invece non raccontare che

Clicca sulla copertina della fiaba per scaricarla!

1

7

Fiabe: Il brutto anatroccolo

Si parla di: fiabe

Care Amiche,

oggi proviamo ad immaginare, favolando, cosa sarebbe successo al piccolo anatroccolo che conosciamo come “brutto” se i protagonisti fossero stati…

Clicca sulla copertina per scaricare la fiaba:

Il brutto anatroccolo

7

1

Fiabe: il manuale per piccoli internauti

Si parla di: fiabe

Care Amiche,

da sempre favole e fiabe sono il cibo fondamentale della psiche del bambino, l’alimento indispensabile che rende possibile lo sviluppo di una personalità equilibrata. Un bambino che non si è nutrito di storie diventa spesso un adulto incapace di affrontare la realtà e i suoi ostacoli, spesso pronto a evitarli attraverso facili (e spesso pericolose) scorciatoie.

Abbiamo pensato di condividere con voi l’esperienza del fiabare proprio perchè la favola può fare di più: attraverso la metafora mette in scena dinamiche universali, permettendo al bambino di comprendere, accettare e affrontare i conflitti; concorre al raggiungimento del benessere psichico, un benessere che si basa su un’adeguata capacità di sentire, riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, i propri bisogni e i propri desideri.

Attraverso dunque lo stimolo dell’immaginazione, ogni favola diventa uno strumento prezioso per fare emergere gioia e paura, odio e amore, gratificazione e senso di colpa, per superare la barriera dell’isolamento e della sfiducia, in questo modo aiutando anche il bambino, il ragazzo e l’adulto più chiuso a conoscere se stesso e gli altri, rispettarsi reciprocamente, difendersi ed arricchirsi.

Iniziamo questo viaggio dal mondo virtuale con il manuale per piccoli internauti: una fiaba per alfabetizzare adulti e bambini avvicinadoli al mondo della Rete.

Buona lettura, a tutte le mamme e i papà … e buon ascolto a tutti i bambini.

Clicca sulla copertina della fiaba per scaricarla:

Manuale per internauti

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

1


Switch to our mobile site