Giulia  era disperata. La migliore del migliore liceo classico cittadino,faceva la quarta, era stimata dai professori,amata dagli adulti e in grande confidenza con suo padre: un padre veramente attento, disponibile,

aperto, ancor più dopo la separazione dalla moglie. Ma era anche odiata dai suoi compagni di scuola imbranati e, regolarmente, messa in mezzo dalle “bulle” della classe: «Giulia sei una secchiona – le dicevano, per offenderla – Non ti vuole nessuno con quel sederone e quelle tette! Studia, studia, tettona che noi, intanto, facciamo festa e ci divertiamo alle tue spalle!». Giulia si vergognava molto quando le “bulle” o i suoi compagni imbranati la prendevano in giro. Si sentiva “diversa” dai ragazzi della sua età, innamorata delle materie che studiava e del sapere; desiderosa di essere ascoltata, compresa, ammirata, considerata brava ed efficiente soprattutto da sua madre e dai professori. Per lei era indispensabile!

Ne andava della sua autostima che già, peraltro, era sotto i piedi a motivo degli insuccessi che riportava con i ragazzi dei quali si invaghiva. Giulia se ne innamorava, infatti, come era solita fare con un romanzo, una poesia, un concerto. Provava emozioni che la sconvolgevano, che la intenerivano,che la facevano sognare.

Così, quando il ragazzo di turno le si avvicinava “soltanto”! per fare petting, rimaneva sconvolta. Possibile che la vita fosse così matrigna da farle trovare “principi azzurri” interessati soprattutto al suo fondo schiena

e alle sue tette?! Vero è che Giulia, però, le tette le esibiva. Era l’unica cosa che metteva in mostra nella speranza di poter essere considerata, per questo, una ragazza disinibita e moderna.

Ma“le bulle” della classe, comunque, la prendevano in giro: «Metti in mostra le tette, secchiona?Ma non vedi che sei tettona da far paura! E, poi, non hai scopamici!».Gli “scopamici” erano amici e/o compagni di scuola che, senza essere innamorati, per gioco, per provare piacere, per allenarsi, si intrattenevano sessualmente tra loro. Spesso, senza ritegno, in tanti nella stessa stanza. Giulia si sentiva totalmente estranea al comportamento dei suoi compagni di classe, costretta a frequentare soltanto quei quattro “sfigati” che tutti prendevano in giro. UN GIORNO, infine, Giulia chiese aiuto a sua madre. Infatti, era stata, ancora una volta, in classe, aggredita, fischiata, insultata dopo aver chiesto di andare, volontariamente, alla

lavagna per completare la traduzione dal greco, di una favola di Esopo. «Sei la solita fanatica! – le aveva urlato un certo Federico – Vuoi solo fare bella figura con la prof! Ma con me, non fai nessuna figura! Sei una grassona!». L’insulto le era rimasto stampato in mente e, appena giunta a casa, si era spogliata e a lungo guardata allo specchio. Era vero! Era tonda! E, poi, quel seno ingombrante alla sua età, quei fianchi, quelle gambe così massicce.

LA MAMMA a tavola le aveva chiesto cosa avesse. Giulia, infatti, non aveva mangiato nulla e alla fine, si era alzata da tavola e si era andata a chiudere nella sua stanza. Lì, la mamma l’aveva seguita e lei, senza che neppure la madre le facesse una domanda, aveva disperatamente cominciato a piangere e a parlare. «Sono grassa, mamma! – si era lagnata- Una budellona popputa! Nessuno mi vuole. Non ho neppure uno scopamico ». «Cos’è uno scopamico?» – aveva chiesto incuriosita la mamma:«Un amico con il quale si fa sesso senza essere innamorati. Le mie amiche ce l’hanno tutte». «Ma sei impazzita!- le urlò la madre – Ti sembra questo ciò che io e tuo padre ti abbiamo insegnato per garantire a te stessa il rispetto del tuo corpo e dei tuoi sentimenti?» Ma Giulia non la ascoltava. Era assolutamente infelice. Voleva risposte, consigli, accoglienza. Ma la mamma era infuriata e, a stento, si era trattenuta dal mollarle un ceffone. Perciò, la lasciò sola a piangere e, come una furia, chiamò prima suo marito, senza trovarlo e, poi, per fortuna, sua madre. La nonna Bianca, un’anziana, dolce signora, dopo aver ascoltato le parole della figlia, Bianca, con garbo, le ricordò qualcosa che la fece immediatamentetacere. «Livia – disse con voce quieta – ricordi i tuoi 16 anni?». Lei non rispose. Rimase in assoluto silenzio. «Il papà ti trovò nel sottoscala che ti intrattenevi con il figlio del portiere e con un suo compagno. Di nessuno dei due eri innamorata. Ma stavi amoreggiando con tutti e due: baci e altro! Tuo padre ti picchiò. Io ti difesi. Ma ti chiesi il perché. Tu mi rispondesti con una frase che non ho mai dimenticato. “Mi sono sentita così desiderata da tutti e due che ho voluto provare qualcosa di pericoloso e forse sporco che non conoscevo”. Allora, credi di poter dare una mano a tua figlia…». Livia ben ricordava l’episodio dei suoi 16 anni e salutò sua madre, in fretta. Non senza, però, averle prima detto: «Scusa, hai ragione!» Tornò in camera di Giulia che ancora piangeva e l’accarezzò a lungo sui capelli. «Vuoi sapere – disse ad un tratto – che cosa la nonna mi ha ricordato di me, quando avevo la tua età?» E glielo raccontò. «Insomma, io ero una tipa come quegli insolenti dei tuoi compagni e delle tue compagne. Poi, però, ho capito che bisogna educare i sentimenti per accogliere il sesso in modo felice. Per avere un piacere che riesce a combattere la paura, l’angoscia, la violenza che, invece, si nascondono proprio

dietro certe manifestazioni di “sesso da consumo”». Giulia ascoltava con assoluto interesse sua madre: «Grazie – le disse alla fine – Ora capisco molte cose. Ma il nonno non avrebbe dovuto picchiarti,pero!». La madre si commosse ed annuì. «Vogliamo fare un po’ di dieta insieme? – disse a Giulia – Vogliamo andare

a camminare e a correre per essere un po’ più in forma?». La ragazza abbracciò con forza sua madre.

«Ne sarei felice» le rispose. E la baciò.

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