Quando il terremoto fa tremare la nostra anima

La professoressa Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta, ci spiega come gestire e affrontare ansie e paure che possono insorgere dinnanzi a un evento traumatico come il sisma

 

Una situazione che non lascia via di fuga alle nostre angosce. Un episodio che sconvolge le nostre vite e la loro quotidianità, travolgendone le certezze e ancor prima noi stessi, mentre la terra da Nord a Sud continua a tremare. È il dramma del terremoto.

Un evento particolarmente dirompente e violento, che entra con prepotenza nel profondo delle  nostre vite, impossessandosi della loro “normalità”. Un accadimento che può generare nel nostro animo ansie e paure, che con il tempo, se non affrontate, possono trasformarsi in  veri e propri disturbi. Si va dalla semplice insonnia notturna ai disturbi d’ansia, fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla sindrome postraumatica da stress.

“I terremoti esterni – spiega la professoressa Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta- alimentano i terremoti interni e abitano dentro di noi come cataclismi dell’anima. È come se, col venir meno della sicurezza della terra sotto i piedi, si determinasse, di riflesso, un profondo tremore interno”.

Quali sono i disturbi che potrebbero colpire chi ha vissuto una catastrofe di questo tipo nei mesi successivi al sisma?  
L’esposizione a un episodio violento, catastrofico e traumatico come il terremoto può portare a disturbi d’ansia, disturbi del comportamento, disturbi dell’affettività, paure, fobie e, nei casi più gravi, alla sindrome postraumatica da stress, caratterizzata da un’intensa paura e da un forte senso di impotenza.
Vale anche per i più piccoli?
I bambini potrebbero manifestare ansia per l’incolumità propria e dei loro familiari, ansia da separazione, disturbi della concentrazione, dell’alimentazione, del sonno, insieme a un diffuso malessere fisico.
Come reagire dinnanzi a una catastrofe di questo tipo per cercare di gestire ansie e paure?
Il disturbo post-traumatico da stress è l’inevitabile conseguenza di esperienze fortemente sconvolgenti come il terremoto. L’elaborazione delle emozioni negative connesse al sisma è fondamentale per ridurre l’incidenza dei sintomi. Determinante è il supporto di mediatori adeguati come psicologi, psichiatri, assistenti sociali, il cui intervento è indirizzato a stabilizzare la fase acuta, attenuare le risposte allo stress, mobilitare le risorse delle persone coinvolte, normalizzare e facilitare il recupero delle loro funzionalità. Perché questo tipo di sostegno possa realizzarsi non solo sul piano individuale, ma anche sul piano collettivo, l’attività di gruppo permette di condividere le paure raccontando, a ruota libera, le proprie esperienze e ascoltando quelle degli altri con empatia. Altrettanto terapeutici sono i momenti ludici e creativi come la scrittura e il disegno, utili valvole di sfogo per liberare l’ansia. La soluzione del problema è ancorata all’etimologia del verbo reagire: dal latino re-àgere, ossia opporre a una data azione un’azione contraria. Per riuscirci occorre passare attraverso tre differenti fasi: prendere coscienza di ciò che è accaduto, elaborare l’accaduto e agire progettualmente.
In questi casi quanto è importante affrontare e condividere la propria esperienza con l’aiuto di un esperto?
Il sostegno psicologico alle vittime è di fondamentale importanza per fronteggiare gli eventi distruttivi, durante e dopo il loro manifestarsi e per avviare percorsi di recupero dai traumi. Occorre una preparazione specifica degli operatori, chiamati a comprendere i fenomeni psicologici che si intrecciano nei contesti di crisi. Per fare questo i professionisti che intervengono sia in un’ottica clinica che psico-sociale, devono, per prima cosa, proteggere se stessi per poter aiutare le vittime e i sopravvissuti. La formazione degli esperti attinge, per questo motivo, alla psicologia dell’emergenza.

 

E per quanto riguarda i più piccoli, è giusto spiegare ai bambini  cosa sta succedendo?
È fondamentale che i genitori, per consolare i bambini, spieghino loro le ragioni del terremoto, nelle forme più semplici e più chiare, proprio come se stessero raccontando una fiaba: la storia della terra che trema a ogni spostamento sotterraneo e che poi assesta. Agli adulti, genitori, educatori, esperti spetta il compito di spiegare ai più piccoli non solo cos’è un terremoto, ma anche come  contenerne gli effetti, come prevenirli e come difendersi quando ci sono eventi così destabilizzanti, in modo da infondere ai bambini quanta più sicurezza possibile e dare spazio alla loro grande capacità, perfino innata, di avere coraggio

0

Libero e Ilio

Si parla di: varie

Il suo amico caro era da tempo malato. Aveva detto, però, già anni prima, parlando dei suoi acciacchi:<<Se dovessi avere un cancro, non ditemelo. Mi renderò da solo quando non ci saranno più speranze.>> Così, nessuno aveva osato parlargli del suo cancro ai polmoni. Nessuno aveva mai fatto accenno all’evidenza di una malattia che lo stava portando via. Ilio, però, aveva un gatto al quale era molto affezionato e per questo, il giorno che sentì d’essere prossimo a morire, parlò con Serena. <<Potresti prenderlo tu? – le aveva chiesto – e il solo bene veramente prezioso che io abbia ed ha bisogno di molte cure. E un gatto diverso dagli altri che comprende, meglio degli umani, i cambiamenti, più o meno definitivi, che avvengono intorno a lui. Io sono inchiodato qua combattere questa maledetta pleurite. Ma soffro ancora di più se so che Libero non è accudito; che la tata non lo pettina e non lo carezza perché è allergica ai gatti! Ti prego Serena, per u po’, ospitalo tu.>> Poi era stato a lungo in silenzio. Serena, allora, trattenendo lacrime e parole, fece soltanto di “sì” con la testa e andò subito a casa di Ilio prendersi il gatto. Libero aveva gli stessi occhi del suo padrone, spaventati, vaghi e verdi come i laghi del nord. Non fu facile, però, per Serena riuscire a prenderlo e portarlo a casa sua poiché Libero non voleva lasciare la sua casa, il suo padrone che, pure, da tempo non vedeva. E miagolava, modulando le espressioni usuali nei gatti come se fossero parole. <<No – diceva- non voglio venire con te! Devo restare qui ad aspettare Ilio! >> o , almeno, questo comprese Serena, spaventata e oltremodo addolorata per le evidenti manifestazioni di sofferenza dell’animale. Alla fine, però, riuscì a prenderlo e a caricarlo sulla macchina. Ma, arrivati a casa, non fece in tempo ad aprire la gabbia che Libero era schizzato via e poi era scomparso. Serena lo cercò  ovunque in casa ma Libero non c’era più: in nessun armadio, sotto nessun mobile, in nessun angolo. Serena, nonostante l’evidenza, ad un certo punto pensò persino di averlo perso. E provò uno sconforto assoluto. Per l’intera notte non chiuse occhio. Poi, alle sei del mattino, ebbe un‘illuminazione. Libero si era nascosto chissà dove ma per mangiare, bere e fare i suoi bisogni, sarebbe uscito. Magari quando lei era al lavoro o dormiva. Così, gli preparò la lettiera e mise cibo buono nella ciotola del gatto. Ma Libero, per tre giorni, non si fece vivo. Infine, quando ormai Serena disperata, pensava già ad una magica sparizione o ad una sua impossibile fuga, il gatto dette segni di vita. Serena trovò la lettiera sporca e qualche croccantino di meno. Allora provò una felicità immensa e tornò a cercarlo in casa. I giorni precedenti erano stati per lei un autentico calvario. L’amico era peggiorato, non beveva e non mangiava più. Dormiva soltanto come se già avesse abbandonato la speranza di reagire comunque. Proprio quella mattina, invece, il fratello di Ilio le aveva comunicato che l’uomo stava meglio, che aveva bevuto un po’ di brodo e mangiato del pollo. E aveva chiesto notizie del suo gatto. <<Come sta, Libero?>> le aveva, pertanto, chiesto Enzo.  <<Bene, credo. Ha mangiato e bevuto ma si nasconde in casa.>> <<Vedrai – la confortò il fratello di Ilio – tra poco uscirà per esplorare la tua casa e si farà, un po’ alla volta, una ragione d’essere stato trasferito , per necessità.>>  Serena ne fu, dopo quelle parole, certa. Ed iniziò a sperare. Quella notte, infine, le sue speranze si materializzarono. Libero uscì dal suo segreto, introvabile nascondiglio e, con delicatezza, arrivò perfino ad acciambellarsi sul suo letto. Al risveglio, Serena lo trovò accanto a sé, sporco, con i bianchi, lunghi peli tutti arruffati, gli occhi vigili, attenti ma non più terrorizzati o assenti. Serena non osò toccarlo né avvicinarsi, nel timore che scappasse di nuovo. Allora fu Libero ad avvicinarsi. Con una zampa le sfiorò la mano come per dirle. <<Vedi, ci sono.>> Poi iniziò a miagolare lamentosamente, come avrebbe fatto una persona addolorata, in lutto. Serena si fece coraggio, prese la spazzola ed iniziò a pettinarlo. E Libero accettò di buon grado quell’operazione. Come un malato o un ferito, dopo lo scampato pericolo. E, alla fine, le venne addirittura in braccio e si fece accarezzare. Erano le nove di un afoso giorno d’estate. Quasi contemporaneamente, squillò il telefono << E’ morto dieci minuti – le disse Enzo – se n’è andato nel sonno, sorridendo. Ilio ora è libero!>> <<Ho il gatto in braccio – rispose Serena, come se parlasse ad Ilio- è il più bel dono, l’ultimo che tuo fratello mi ha fatto. >> E per la prima volta, dopo giorno di impotente dolore, Serena sorrise all’amico  che se n’era andato ma che viveva negli occhi del suo gatto. >> Ora hai un nuovo nome disse Serena, a voce alta, rivolta al gatto. <<Libero Ilio.>>

0

3

La Favola di Natale

Si parla di: bambini, natale, nonni, varie

C’era una volta un nonno che amava molto i suoi nipotini: Cris sette anni, Giulio cinque, Caterina quattro. E i nipotini lo amavano moltissimo.
Da quando erano nati, il nonno aveva sempre giocato con loro, li aveva fatti sorridere e ridere, li aveva portati al parco. Aveva insegnato a Cristina come andare in bicicletta senza le rotelline laterali  e a Caterina che aveva paura degli animali, a tenere con sé un piccolo gattino di nome “Pico”, tutto bianco, con una macchia rossa in mezzo alla fronte.
Giulio, invece, la prima parola che aveva detto era  stata: “Nonno”. E il nonno Arturo, questo era il suo nome, per questa meraviglia era andato in solluchero. Del resto era il solo nonno che i tre bambini avessero accanto. Infatti, nonno Arturo era  vedovo ed era il papà della loro mamma.
La nonna Virginia, sua moglie una mattina di tanti anni prima, non si era più svegliata. Era andata vita nel sonno, nel posto dove abitano anche gli angeli oltre che le anime. Da tanti anni, purtroppo, il cuore della Nonna Virginia batteva in modo pericolosamente irregolare. Così irregolare che, a volte, pulsava di più, a volte quasi si fermava. Ma batteva sempre, però! Invece, quella volta, il cuore si fermò  e non tornò più a battere.
I bambini ricordavano la nonna Virginia morta sei anni prima, ogni domenica, prima di andare a Messa con la mamma e il nonno, disegnavano cuori e fiori per lei. Il nonno, nella sua stanza, aveva anche una grandissima scatola di plastica trasparente (plexiglass) per raccogliere i cuori e i fiori dedicata alla nonna Virginia. Lì i nipotini deponevano i loro affettuosi disegni colorati.  Ma, chiederete voi, gli altri nonni, i nonni paterni di Cristina, Caterina e Giulio, dov’erano? Erano molto, molto lontani. Infatti, il papà era nato in Cina e i suoi genitori, ovvero i nonni paterni di Cristina, Caterina e Giulio, vivevano a Pechino.
Facevano i contadini ed erano persone molto semplici, coraggiose e povere. Per questo e anche per altri motivi, difficilmente essi avrebbero potuto lasciare la Cina e venire a conoscere i loro nipoti in Italia. Per fortuna, con i nonni cinesi, tutta la famiglia si metteva in comunicazione , ogni settimana, attraverso  Skype.
Così Cristina, Caterina e Giulio, a segni e suoni, parlavano spesso con i nonni cinesi. I nonni cinesi, comunque, avevano una  religione, il buddismo, diversa da quella dei loro nipotini italiani e inoltre  avevano letto e straletto “Il libretto rosso di Mao”, un grande rivoluzionario di quelle parti che era diventato importante per miliardi di cinesi, soprattutto poveri, perché aveva cercato di cambiare, in meglio, la loro vita. Così i nonni cinesi non celebravano il Natale via Skype.
Il nonno Arturo, invece, ogni anno, preparava il presepio, costruendo, a mano, con la cartapesta e i colori, la grotta, la stella cometa e molte figurine  di pastori, contadini, animali. Inoltre preparava l’Albero di Natale con i suoi nipotini e, in tutta la casa, appendeva festoni, stelle di Natale rosso ed oro, ghirlande verde mela e nastrini di colore argento. Poi, sul grande cammino del salone , tre lunghe calze per la festa della Befana. Insomma da Natale alla Befana, in casa di Cristina, Caterina e Giulio, c’era sempre festa e si aspettavano sorprese  e doni. Una sorpresa, infine, che ogni anno nonno Arturo preparava per i suoi nipotini, per sua figlia e suo genero, era quella della notte di Natale.
Bisogna sapere, infatti, che nonno Arturo era un collaboratore, affezionato e molto esperto, di Babbo Natale e, ogni anno, già ad ottobre, gli scriveva una lettera per ottenere da lui il permesso di poterlo sostituire per portare a casa dei suoi nipotini i regali che loro gli avrebbero richiesto, nelle loro letterine, a mezzanotte in punto del 24 dicembre. Allora, Babbo Natale gli inviava il suo permesso con un piccione viaggiatore, raccomandandogli sempre di fare ogni cosa in maniera perfetta.
Il che voleva dire, mezzora prima della mezzanotte del 24, indossare,anzitutto, la divisa da Babbo Natale . Poi, mettersi la barba bianca e dei caldissimi scarponi. Infine, caricarsi la gerla con i doni sulle spalle e, dopo che tutti in casa erano andati a letto, così vestito, depositare i regali sotto l’albero di Natale, accanto al  camino.
Durante tutto quell’anno, però, il nonno non era stato bene. Infatti, già  prima dell’estate aveva, un po’ alla volta, iniziato a dimenticare , con evidenza, le cose. Era come se perdesse, con i capelli, brani della sua memoria, gli avvenimenti della sua vita passata e il ricordo del colore del grano.
I tre nipotini ma, soprattutto, la mamma e il papà erano molto dispiaciuti. Il dottore, infatti, aveva detto loro che il nonno si era ammalato di Alzaimer, una malattia che fa perdere, giorno dopo giorno, la memoria alle persone. Come se, insomma, chi si ammala di Alzaimer se ne andasse, un po’ alla volta, con la sua memoria.
Gli ammalati di Alzaimer, poi, non riconoscono, anche le persone più care.
Se non a momenti e, man mano che la malattia avanza, vivono in un mondo tutto loro, senza più contatto con la realtà. Il nonno Arturo, purtroppo, peggiorava a vista d’occhio: se ne stava ore in silenzio, seduto sulla sua poltrona, come perso in un sogno ad occhi aperti. Poi, però, all’improvviso, urlava e gettava a terra le cose, quasi fosse arrabbiato con il mondo. Così, nessuno in famiglia, già alla fine del mese di novembre, avrebbe mai pensato che, anche quell’anno, il nonno Arturo avrebbe fatto, come l’anno prima, prima il collaboratore di Babbo Natale. Infatti, a malapena, a volte, il nonno riconosceva i suoi tre nipotini e, spesso, poi, chiamava uno con il nome dell’altro. Insomma, una pena. I bambini, poi, erano veramente tristi. Pertanto, quell’anno,  il loro papà decise che i suoi genitori, ovvero i nonni cinesi, sarebbero venuti da Pechino a conoscere, in carne ed ossa e non in Skype, i loro tre nipotini. Allora, mise insieme i soldi  per il costoso viaggio aereo e, il 23 dicembre, due giorni prima di Natale, i nonni cinesi arrivarono.
Per i nipotini fu una gioia, una scoperta, una grande novità e, per un giorno, almeno, furono meno tristi del solito.
Il 24 dicembre, però, la giornata passò con dolorosa lentezza. Il nonno Arturo, i nonni cinesi, i bambini, la mamma e il papà cenarono tutti insieme. Ma era,però, come se, il nonno Arturo, con la sua aria totalmente assente,  non ci fosse già più! Alle 10 di quella sera, infine, i bambini andarono,assai  tristi, a dormire e anche il nonno Arturo fu messo a letto.
Gli altri rimasero in piedi, aspettando, insieme, la mezzanotte. Ma ecco che, quando mancava mezzora alla nascita del Bambino Gesù,  si sentì un gran rumore provenire dalla camera di nonno Arturo. Il nonno  aveva, chissà come, ricordato che quello era il giorno e quella era l’ora di portare i doni. La sua mente si era illuminata di ricordi! Perciò, aveva indossato l’abito di Babbo Natale ed ora cercava, facendo un gran baccano, i regali per i nipotini proprio nel suo armadio dove, gli anni passati, era solito nasconderli.
Il papà e la mamma compresero  al volo quel che stava accadendo e, perfino, i nonni cinesi si accorsero che qualcosa di bello, magico, santo stava avvenendo nella casa del loro figliolo e della sua famiglia. Il papà e la mamma, infatti, corsero a tirar fuori i doni che avevano preparato  per i bambini e li misero nella gerla che nonno Arturo teneva chiusa in una delle ante del suo enorme armadio. Così lui se la caricò sulle spalle, attraversò la casa fino al salone e andò a depositare tutti quei doni davanti al camino.
I nipotini, Cristina, Guido e Carlo che erano stati svegliati da tanto improvviso movimento, andirivieni, rumore, accorsero in pigiama, per cercare di scoprire cosa  fosse mai  successo.  E così, tutta la famiglia si trovò radunata intorno al cammino e intorno a nonno Arturo, vestito da collaboratore di Babbo Natale.
Vero è, però, che si era dimenticato la barba bianca e così si vedeva benissimo che era lui! Ma poco importava di questo a nessuno dei suoi familiari che, intorno al nonno Arturo, facevano festa: nipotini, nonni cinesi, papà, mamma. In una parola: la famiglia a Natale.

3

LIBERTA’

Si parla di: varie

Care mampartiamo oggi con un percorso alla scoperta dei valori più importanti, evocati attraverso le “Keyword“, le parole che ci invitano a riflettere.

Vi lancio il mio invito a commentare la 1° keyword a voi tutti molto cara: LIBERTA’.

E’  una parola evocata continuamente, a torto o ragione. C’è, non c’è. Perché c’è; perché non c’è.
Non è soltanto la possibilità di tornare tardi la sera; è il diritto di pensare, di esprimere le proprie opinioni liberamente, di schierarsi in favore delle proprie idee.

Diceva Pericle che “Il segreto della felicità è la libertà; ma il segreto della libertà è il coraggio”.
E c’è anche chi ha sostenuto che “La libertà è un dovere, prima ancora che un diritto.”

Vi sentite liberi? Perché sì? Perché no?
Chi definireste, fra i personaggi pubblici, uomo/donna di libertà?

http://keyword.blog.rai.it/2011/06/16/hello-world/#comments

0

4

CARO VASCO …

Si parla di: varie
Carissimo Vasco,

tu rappresenti la generazione degli anni 70, la mia generazione: quella che sempre canta, che sempre

ricorda inseguendo ,con emozione e malinconia, ogni speranza di cambiamento, di rivoluzione della

mente e del cuore di ciascuno e della società tutta. Quella che sfida, quella che contesta, quella che ama.

Tu sei, “l’anima fragile”, potente, coinvolgente che ciascuno di noi porta con sé, quale talismano musicale

e poetico, non cedibile nè alterabile, di quegli anni. Tu (e noi , naturalmente!) siamo i saggi; siamo

“i senex dei puer” ovvero dei ragazzi che, intorno a noi, crescono. Tu sei il saggio dei tuoi fans che ti

amano, che credono nella forza di aggregazione delle tue canzoni e nella tua intenzione di provocare il

mondo, interrogandolo, affinchè ti dia una risposta . Tu interroghi perché sai che domandare è umano,

rispondere è generoso, arte del cuore, coraggio, divinità, mito.

E tu sei un mito di oggi che, rivelando,oggi, le sue condizioni depressive, dà una testimonianza sincera

e coraggiosa di sé. Ci sono e ci sarò sempre, per voi- dici ai tuoi fans- Sono ancora qui! Ce la faccio e

ce la farò ancora: a mostrarmi, a cantare, a comporre. Ma per dare veramente una risposta; per dare

consistenza al “mito” che sei; per rispettare quelli che ti seguono, cantando o ripetendo le frasi delle tue

canzoni come fossero parole della loro vita e, anzi, lo sono!; come fossero poesie, mantra, preghiere, tu

oggi, Vasco, dovresti raccontare, agli altri e a te stesso, le radici, il perché della depressione che dal 2001

ti attanaglia. Perché dietro ogni depressione c’è una storia, fatta di predisposizione, fatta di eventi dolorosi

oppure di strepitosi successi e, ancora, di fatiche troppo, troppo, stressanti. Insomma, fatta di eccessi.

Abbiamo, spesso, detto ai giovani , e tu dovresti aiutarci proprio adesso, proprio con la tua testimonianza,

che certo la giovinezza è fatta di spericolatezza, prove, sfide.

Ma che l’obiettivo è creare, fare cultura, arte, memoria, Bellezza, contro ogni dittatura , ogni

discriminazione, ogni distruzione; che l’obiettivo, dunque, è cantare e crescere, amare, lottare e non

morire per il solo rischio degli “sballi”. Così, da evitare è l’uso dell’alcool, delle droghe. E, non soltanto,

”l’erba del rock” ma la cocaina, soprattutto, che ,oggi, scorre a fiumi; le anfetamine, l’eroina, l’ecstasy;

le frenesie dei concerti e dei rave, governati dal bere e dal “farsi” , dallo sballo totale . Dopo questi raduni

e anche dopo molti concerti, diventa necessario,per molti giovani, curarsi seriamente per contenere varie

depressioni, esordi psicotici, gravi ossessioni e fobie, buffet deliranti , tentativi di suicidio . Ogni eccesso

costituisce uno stress che fiacca la mente e il corpo. Stressarsi violentemente e costantemente, significa

consegnarsi al malessere mentale ed anche alla distruzione di sé e dei rapporti con gli altri. Spesso,

coinvolgendo gli altri nel proprio malessere e spezzando sentimenti e affetti. Ecco perché questa lettera

aperta, a te, Vasco. Perché tu hai, dalla tua, la forza di chi viene ascoltato, seguito; di chi è costantemente

emulato; di chi è riconosciuto per le sue parole,per i suoi pensieri, per la sua musica; di chi può fornire un

modello di riferimento individuale, sociale, culturale a milioni di persone, soprattutto giovani.

Si tratta di una responsabilità grande ,oltre che di un grandissimo successo delle tue opere. Per questo,

ai giovani, nonostante tutto quello che essi possono e potranno continuare a fare, proprio da una persona

come te ,va detto che l’arte non deve logorare ma accendere. Accendere la mente e il cuore e farli brillare,

senza bisogno di stampelle, di dipendenza da droga e alcool; e, senza cadere nel nero buco di un’inedia

che non ti dà più voglia di vivere. “Ganeremos” ovvero vinceremo, solo e soltanto, se le persone come te

aiuteranno i giovani a ritrovare la strada della salute mentale, dell’impegno, del cambiamento creativo, dei

sentimenti. L’arte come terapia contro la solitudine, la malinconia, il vuoto di vivere, l’angoscia di finire.

Una canzone, tante canzoni perché “un popolo che canta non morirà!”. E, ciascuno riuscirà a sentirsi

protagonista, ad avere un’identità, a voler costruire, con la solidarietà e l’impegno, un mondo finalmente

migliore e a misura umana.

Chi può credere nell’utopia, ha nel cuore il progresso . Chi la rinnega , rinnega la mappa del mondo nel

quale viviamo adottando una visione depressiva dell’esperienza umana. Vero è, poi, quello che diceva

Oscar Wilde: “Una mappa del mondo che non prevede il paese dell’utopia, non merita neppure uno

sguardo”. Lo sguardo di una persona depressa, non conosce la geografia dell’anima; lo sguardo di una

persona in preda allo “sballo”, non ricerca mappe, indicazioni, percorsi: è troppo dipendente e

disorientata per trovare la strada. Invece, lo sguardo di chi vuole costruire con gli altri, anima subito

paesi e città. Ed ha canzoni che accompagnano percorsi, noti e ignoti. L’avventura di ogni depressione,

di ogni dolore è quella dell’occasione che essi forniscono: ricercare se stessi, conoscersi, dire non soltanto

una verità agli altri ma la verità a se stessi; agire poeticamente il disagio per farne palestra di vita e di

emozioni. Sei stato e sei, Vasco, un autentico coach, un allenatore delle emozioni altrui che ora, però,

deve, soprattutto, fare i conti con le proprie. Siamo con te perché ce lo chiedi. Ma anche perché non

sapremo rinunciare alle storie delle nostre vite intrecciate con tante delle tue canzoni. Insieme, però,

dobbiamo accenderci per costruire, ora che tu hai aperto il cuore sul tuo dolore. “Un’anima fragile” può

essere la roccia alla quale aggrapparsi e il faro che può guidarci nella tempesta perfetta. Auguri, Vasco

e che il tuo rivelato dolore, il tuo faticoso percorso, la tua promessa di esserci, possano ancora diventare

canzoni e amore.

autore: Maria Rita Parsi

 

4

La sindrome rancorosa del beneficato

Si parla di: varie

Cos’è la “Sindrome Rancorosa del Beneficato”?

Una forma di ingratitudine?  Ben di più.
L’eccellenza dell’ingratitudine. Comune, per altro, ai più. Senza che i molti ingrati “Beneficati” abbiano la capacità, la forza, la decisionalità interiore, il coraggio e, perfino, l’onestà intellettuale ed etica di prenderne atto.

La “Sindrome Rancorosa del Beneficato” è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come una autentica malattia, come una febbre delirante, chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente “debito di riconoscenza” nei confronti del suo Benefattore. Un beneficio che egli “dovrebbe” spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il Benefattore stesso in una persona da allontanare, da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare.

Per un approfondimento sul tema:

“Ingrati. La sindrome rancorosa del beneficato”
di Parsi M. Rita
Editore Mondadori

0

Care mamme,

dopo alcuni ultimi episodi di allontamento da luoghi pubblici di mamme che allattavano, volevo condividere con Voi un mio pensiero:

ALLATTAMENTO al SENO: una donna che allatta è una Madonna che rappresenta il simbolo della continuità della vita.

Non si può parlare di comune senso di pudore in presenza di una donna che allatta … è Vita.

Perchè allora non ci vergogniamo quando immagini di seni scoperti e involgariti ci vengono proposti dalla Tv, dal Virtuale, dalla Pubblicità?

Per celebrare le Donne, bisogno celebrare la femminilità, la maternità, il seno delle donne come Trionfo della Vita.

 

E Voi cosa ne pensate?

5

 

Soltanto chi non cede,
chi resiste,
quale conferma a se stesso ed agli altri
di “esistere in prima persona”,
soltando chi attraversa il tempo del dolore,
accettando il tempo della sua durata
e confidando, però, nella fine di ogni sofferenza, nella gioia,
nella Risurrezione,
può sentirsi libero di crearsi e creare.

Maria Rita Parsi
 

3

1

In chat con Maria Rita Parsi

Si parla di: varie

Care Amiche,

vi aspetto lunedì 13 alle 16 per chattare insieme.

Chiacchiereremo di Natale, di regali, di mamme, di noi…

Non mancate!

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

1


Switch to our mobile site