dsc04963.jpgQualche sera fa, in previsione di un weekend a Londra con il Convivente, ho voluto organizzare una cena tra amici diversa dal solito: fish & chips per tutti! Pur non avendo la friggitrice mi sono cimentata nella ricetta principe (una delle poche in realtà) della cucina inglese ed è venuta talmente bene che non ho neanche fatto caso alla puzza di fritto che ha inevitabilmente rivestito la casa per un paio di giorni.Pensando al pesce fritto magari a molte di voi verranno in mente i “famosi” bastoncini impanati che ci preparavano da piccole pur di farci mangiare del pesce: dimenticateveli, il pesce in questione è tutta un’altra storia. In Gran Bretagna questo piatto è il pasto inglese per eccellenza: da comfort food della classe operaia a sostituto ideale del cibo da fast food. Charles Dickens accennò al pesce fritto già nella prima edizione di Oliver Twist, pubblicata nel 1838, ma l’unione tra pesce e patate fritte comunque non avvenne immediatamente: le patate fritte, tagliate larghe (non come le solite patatine), erano diffuse nel Sud della Scozia, mentre i baracchini di pesce fritto si trovavano principalmente nel Sud dell’Inghilterra. A chi lo assaggia per la prima volta potrebbe ricordare il baccalà fritto che si mangia in Italia, in particolare vi consiglio di provare quello preparato nella piccola osteria romana di Piazza Santa Barbara, vicino a Campo de’ Fiori.Tornando all’inglese Fish & Chips il segreto è nella pastella croccante e saporita che avvolge il filetto di merluzzo, spesso servito in un cartoccio pieno di patate fritte: il tradizionale involucro non è altro che un pezzo di carta di giornale arrotolata su se stessa. Ho saputo da un cameriere londinese che di solito si usava il quotidiano del venerdì, tradizione legata a quella cattolica secondo la quale il pesce si mangia proprio in questo giorno per evitare la carne.Cercando in rete ho studiato diversi modi per preparare l’originale Fish&Chips e vi consiglio di seguire la ricetta proposta da Giallo Zafferano, mi è sembrata la più dettagliata. Di seguito qualche piccolo consiglio sugli ingredienti:

  • Il pesce: ho passato quasi due ore al supermercato per capire quale merluzzo comprare, ovviamente quello fresco è sempre il migliore, e alla fine ho preso sia filetti freschi che surgelati per capire la differenza: nel reparto surgelati, se fate attenzione, ci sono diverse qualità tra le quali scegliere (filetti già suddivisi in porzioni, bustone formato famiglia, pezzi impacchettati sottovuoto) e sono tutte di buon livello.
  • Le patate: è fondamentale a spicchi grandi come indicato e soprattutto cuocerle in due tempi, in modo tale che restino morbide dentro e croccanti fuori.
  • Il condimento: potete usare dal più “volgare” ketchup (fa molto fast food e ve lo sconsiglio con questa ricetta, ma a molti piace) alla maionese, dal più tradizionale aceto (il modo migliore per gustare questo pesce fritto è proprio condirlo con salt&vinegar, ovvero solo sale e aceto bianco) alla salsa tartara.
  • Il purè di piselli: non siate scettiche, preparatelo! Io non l’ho preparato per la mia cena perché non mi convinceva molto, poi lo scorso weekend a Londra ne ho scoperto le virtù. Con il Convivente siamo stati al Rule’s, uno dei ristoranti più antichi di Londra, e come accompagnamento con il Fish & Chips ci hanno servito una salsa tartara fatta in casa e il purè di piselli e menta: fresco, morbido, dal sapore unico e dal colore entusiasmante. Provatelo!

1 commento

Lucas_BNonna, quanta farina usi per la tua crostata?”
“Mah, non saprei io vado a occhio!”
Se questo scambio di battute non vi è nuovo e la sola idea di “andare a occhio” vi fa saltare i nervi, questo post non fa per voi: non dovete rimanerci male è solo che, come è lecito che sia, fate parte di coloro che non rischiano mai in cucina perché l’idea di cambiare un ingrediente non vi sfiora nemmeno la mente (tranquille, il Convivente è dalla vostra parte). Attenzione: non mi sto rivolgendo a chi ha appena imparato ad accendere i fornelli, ma a chi pur sapendo cucinare ancora non osa.
In cucina capita di fare degli stravolgimenti, ed è un bene: la rigidità può aiutare, ma l’improvvisazione è la qualità da coltivare per cucinare con soddisfazione. La pensa così anche Marc Matsumoto, uno scrittore freelance e consulente marketing, che circa un anno fa ha lanciato il sito NoRecipes.com. Il suo motto – racconta un pezzo del Wall Street Journalè: “basta con le ricette: cucinare senza è molto più divertente“. Matsumoto preferisce concentrarsi sulla tecnica e l’ispirazione, piuttosto che seguire dettagliatissime istruzioni. Il consiglio di Marc è: “buttatevi! Imparate a conoscere gli ingredienti, non limitatevi a sapere che il finocchio è verde e bianco, ma imparate a capire che il finocchio sa di liquirizia e si accosta bene a sapori come il limone e la carne“. Matsumoto ha aperto il suo blog per condividere con chi lo legge le tecniche che ha imparato, far scoprire nuovi ingredienti e magari ispirare i lettori. Se date un’occhiata al sito noterete che in realtà le ricette ci sono (con tanto di quantità segnalate), ma come spiega Marc: “non tutti vogliono subito sperimentare, così scrivo gli ingredienti e il metodo per offrire un punto di partenza. Vi incoraggio a sperimentare e cominciare a creare nuove ricette sostituendo gli ingredienti con quelli che più vi piacciono.

Pensateci bene: quante volte vi siete trovate in casa a sfogliare un libro cercando la ricetta adatta per la serata e sul più bello vi siete accorte che vi mancava un ingrediente? Beh, credo sia fondamentale non fermarsi davanti a queste minime difficoltà, con un po’ di intuito e un frigorifero sempre rifornito con gli elementi base si possono creare piatti nuovi e inaspettati. Non sempre le regole e i tempi che troviamo indicati in una ricetta sono adatti al nostro forno o alle nostre pentole, dobbiamo conoscere la nostra cucina e gli ingredienti prima di affidarci ai libri: i primi sensi da usare davanti ai fornelli sono il gusto e la vista…e non solo perché l’occhio vuole la sua parte!

(foto di Lucas_B)

 

4 commenti

dsc03475.jpgCon un cielo ogni giorno più azzurro e con il sole che ci convince a scoprire le gambe, la voglia di trascorrere la pausa pranzo (o la cena) all’aperto diventa irresistibile: come ignorare il piacere di mangiare una cosa al volo con gli amici, magari un cibo saporito, sfizioso e comodo da tenere tra le mani; la birra o qualsiasi altra bibita appoggiata da qualche parte e un kebab stracolmo da divorare tra una chiacchiera e una risata. Inizialmente era la pizza, poi sono arrivati i fast-food e infine i “kebabbari”: parliamo di quello che possiamo definire cibo da asporto o, con l’ormai noto termine inglese, take-away.
Il bello del take away sta proprio nella possibilità di “portarsi via il cibo” e andarselo a mangiare altrove, anche semplicemente fuori dal locale che ce l’ha preparato: è per questo che la notizia della legge, varata solo due giorni fa dal consiglio regionale della Lombardia, è a dir poco fuori luogo.Vietato consumare sui marciapiedi fuori dai locali” è quanto recita un passaggio della normativa: “nata dietro la spinta della Lega per arginare il fenomeno kebab e combattere gli assembramenti sui marciapiedi, fuori dai ritrovi etnici. Ma sei mesi di revisioni hanno trasformato il progetto di legge «anti-kebab», per ammissione degli stessi esponenti della Lega, in un provvedimento punitivo per tutti gli artigiani del fast food.”
Proprio così, la legge non colpisce solo i locali etnici (e non sarebbe stato comunque corretto), ma tutti coloro che vendono cibo da asporto: dal gelataio (avete mai visto qualcuno che d’estate si mangia un cono al cioccolato in gelateria?) alla famosa panzerotteria Luini, storico ritrovo milanese famoso per i suoi panzerotti fritti.
E’ per questo che oggi, grazie a un passaparola passato anche per Facebook, chi vuole protestare in maniera ironica e pacifica contro questa legge può presentarsi alle 12.30  in Via Borsieri angolo via Porro Lambertenghi a Milano, per mangiare kebab e gelato sul marciapiede insieme a tanti altri “disobbedienti enogastronomici“.
Anche se non siete di Milano cercate di non perdere questo appuntamento, il rischio è che la legge possa arrivare in altre regioni (in Emilia Romagna già ci stanno pensando).

Mangiamoci un kebab sperando di “portare via” questa legge!

6 commenti

2

Caffè? Tè? Me?

Categorie: Colazione e Brunch

dsc05046.jpgHo sempre amato il tè: lo preferisco bollente, senza zucchero, varietà verde al gelsomino. Il mio è un rito quasi quotidiano, un piacere che scalda e conforta, anche d’estate. Sono mesi che cerco di spiegare anche al Convivente che il tè fa bene e alla lunga è molto meglio del caffè.
“Chi l’ha detto?” è la risposta che arriva ogni volta che cerco di infondere nel Convivente, caffeinomane incallito, qualche sana abitudine. Volevo condividere con lui dei semplici momenti: io, lui e una teiera.
- Il caffè mi piace e poi il tè è roba da donne.
- Chi l’ha detto?
- Io!
Stufa di questi scambi di battute senza senso mi sono messa a cercare una spiegazione che potesse convincerlo che il tè è un’ottima alternativa al caffè, anche per lui: un uomo, un “geek” (data la quantità di ore che passa davanti al computer), un caffeinomane.
Ho trovato la mia risposta poche settimane fa leggendo un articolo sul sito americano di Wired: secondo l’autore del pezzo, Brian X. Chen, “il tè è il nuovo caffè, la bevanda scelta dal Web 2.0 non è più l’espresso”.
- Amore, senti un po’ cosa ho trovato: i maggiori esponenti della Rete, come Kevin Rose di Digg, si sono convertiti al tè – nei nostri uffici eravamo pieni di Red Bulls, caffè e altre bevande simili, ora spendiamo circa mille dollari al mese in tè. Sembra che nella Silicon Valley farsi il tè stia diventando la nuova moda e lo stesso Rose è uno dei promotori di un “movimento per il tè”, l’obiettivo è far diventare questa la bevanda un’abitudine trendy tra i nuovi new-age geek, ossessionati dall’essere svegli e energici almeno quanto lo sono per la velocità dei loro computer.
- Amore, scusa…
- No, no aspetta non è finita, ascolta: sembra che Rose abbia creato anche una pagina di Facebook per i fan del tè e un account di Twitter (@goodtea). Alla fine dell’articolo c’è pure un sondaggio e alla domanda “Caffè o tè?” il 65% dei votanti ha risposto “tè tutta la vita! Il caffè è così fuori moda.”
- Amore, posso parlare?
- Ora sì.
- Ti sembro un geek? O meglio, come hai appena detto, un geek new-age?
- No, ma…
- Ti risulta che io metta incensi in giro per casa, faccia yoga e segua il tantra?
- No, niente, soprattutto niente tantra. Dovresti però: lo sai che si dice che Sting grazie al tantra possa fare sesso per sette ore di seguito.
- Si, lo so, ormai è una leggenda metropolitana e poi ha pure specificato che nelle sette ore sono compresi anche una cena e un film. Non è questo il punto: il punto è che il tè non mi piace, mi fa schifo la tua teiera (quella nella foto è davvero la mia nuova teiera di ghisa) e, soprattutto, odio quelle foglioline che restano in fondo alla tazza.
- Lo vedi che sei isterico bevi troppo caffè. Ho deciso, ti faccio una camomilla che ti calma.
- Chi l’ha detto?

Ho lanciato nel forum il sondaggio di cui parlavo al Convivente. E voi cosa preferite: tè o caffè?

2 commenti

logo_slowfish.gifAvete progetti per questo weekend? Se così non fosse, ho un’idea per voi: Slow Fish, dal 17 al 20 aprile nel nuovo padiglione B della Fiera di Genova. L’iniziativa a cadenza biennale organizzata da Slow Food e dalla Regione Liguria, giunta alla sua quarta edizione, ha come obiettivo principale quello di educare al gusto e al rispetto del mare.
Il programma è ricco di eventi: convegni, incontri, laboratori e degustazioni organizzate ad hoc per informare sulla produzione ittica sostenibile ed educare i partecipanti all’acquisto e al consumo di prodotti ittici in maniera responsabile. All’interno dello spazio espositivo di Genova, progettato da Jean Nouvel e affacciato direttamente sul mare, troverete un mercato ricco di pesce fornito da espositori italiani e stranieri ai quali è stato richiesto di non utilizzare conservanti e aromi artificiali e di non vendere tonno rosso, pesce spada, anguilla e salmone, tutte specie a serio rischio d’estinzione; inoltre, sempre all’interno del mercato, saranno presenti i Presìdi del mare (15 italiani e 9 internazionali) e 10 comunità del cibo, esempi concreti di come i pescatori possano vivere in sintonia con il proprio territorio preservando la fauna ittica e valorizzando il proprio lavoro tramite l’offerta di un pescato fresco di giornata, assieme a trasformati di qualità. Sin dalla prima edizione altro impegno concreto di Slow Fish è quello di coinvolgere i più piccoli: con “L’alice nel mare delle meraviglie” e “Gusto e sbagliato” i vostri bambini, e le scolaresche presenti, potranno imparare a riconoscere e gustare il pesce.

La novità principale di questa edizione è il personal shopper: un esperto vi accompagnerà tra i banchi del mercato durante l’acquisto del pesce alla scoperta dell’immensa varietà dell’universo ittico (far la “spesa guidata” è necessario prenotarsi sul sito).

In attesa di partire per la vostra gita a Genova, ecco qualche consiglio per comprare del buon pesce:

  • Chiedete sempre informazioni (da dove proviene? È allevato o pescato?)
  • Preferite la produzione nazionale, ancora meglio se della propria zona.
  • Orientatevi sul pesce azzurro (alici, sardine, sgombri, palamite, tombarelli, …) e sui frutti di mare: sono prodotti con molti pregi, sia ambientali che nutritivi.
  • Evitate sempre pesce sotto taglia.
  • Alle specie sovrasfruttate (tonno rosso, pescespada, cernia, salmone…) preferite quelle che subiscono una minore pressione di pesca.
  • Preferite i pesci con un ciclo vitale breve, cioè che raggiungano l’età adulta nel giro di un anno o due (triglie, sogliola, acciughe…).

Commenta

302295130_5e9c6c7c83.jpgSe c’è una cosa che amo preparare e prepararmi sono i panini: toast, tramezzini, bruschette, pizzette. Qualunque sia il tipo involucro e di condimento, cerco sempre di creare sapori sempre nuovi che mi soddisfino e mi stupiscano: da piccola ero capace di creare un panino a quattro strati solo con i crackers e sono certa che se ne fossi stata capace avrei creato un panino pure a due anni, magari seduta sul seggiolone. Già me lo immagino: uno strato di Plasmon e uno di omogeneizzato, il tutto accompagnato da un biberon di latte.

Una delle trasmissioni che preferisco ultimamente è quella di Marco Bolasco su Rai Sat Gambero Rosso Channel (canale 410 di Sky): “Panino amore mio”. In poco più di mezz’ora grandi chef, in compagnia di Bolasco, preparano panini curiosi, nuovi e insoliti. Ingolosita da quelle ricette ho curiosato un po’ su internet scoprendo il blog di Marco Bolasco, “Panino d’autore“. Alla fine di uno degli ultimi post ho trovato uno strumento utile e divertente: il regolo per panini, un’idea geniale per aiutarci a creare il panino perfetto, riuscendo a combinare al meglio salumi e formaggi. Grazie alla partnership con la Negroni, Bolasco ha messo a disposizione di tutti (basta scaricare il file in pdf) “una ruota che gira attraverso 26 combinazioni di panini possibili, per divertirsi e provare in tempo reale tanti e sfiziosi matrimoni del gusto, alcuni più classici, altri più innovativi“. Salumi, qualità di pane, formaggi, salse o verdure e infine birra o vino: questi gli elementi del regolo che, girando su se stesso, scopre uno dopo l’altro gli abbinamenti ideali per la creazione del panino perfetto.

Non dimenticate però che anche il panino, come ogni ricetta che si rispetti, richiede la sua dose di fantasia. E’ per questo che voglio darvi un altro consiglio, un’idea per il prossimo weekend di festa: andate a Firenze e, tra una visita alla Galleria degli Uffizi e il Ponte Vecchio, fatevi fare un panino da “I Fratellini”. Il piccolissimo locale gestito da due fratelli è un luogo mitico, conosciuto da tutti i golosi e dai fortunati fiorentini che riescono a trascorrere lì, appoggiati al mini bancone in Via dei Cimatori 38 (una traversa di Via dei Calzaioli), la propria pausa pranzo. La scelta delle combinazioni è infinita e i prodotti di altissima qualità: lardo di colonnata, ricotta e salsiccia fresca, pomodori secchi, mozzarella, prosciutto di cinghiale. A voi non resta altro che metterci un po’ di fantasia e tanta voglia di azzannare il vostro panino perfetto accompagnato da un bicchierino di vino rosso (che non fa mai male).

Il mio panino ideale è con ricotta, salsiccia fresca e pomodori secchi…sublime!

(Foto di pcarpen)

 

1 commento

don_judy_lg1.jpgLe feste comandate sono famose per un motivo preciso: si mangia. Quando a pranzo ci si ritrova a dover fare i conti con la sequenza mortale composta da pasta al forno, contorni iperconditi, agnello, patate al forno, colomba con le mandorle ripiena di crema e ricoperta al cioccolato, uova di Pasqua, caffè e ammazza caffè, alla fine ci si guarda negli occhi tra parenti e amici e si pronuncia la fatidica frase: “no, non mangio più per almeno due giorni!“. Quante di voi hanno realmente rispettato quel fioretto il giorno di Pasqua? Possiamo confidarcelo senza problemi: verso le nove di sera, quando la casa ormai si era svuotata e lavatrice aveva finito il suo quinto ciclo, il nostro stomaco ha cominciato a brontolare e, pur cercando di non rispondere a quello stimolo per almeno mezz’ora, alla fine abbiamo ceduto. Cosa vi siete mangiate?
Non avendo alcuna voglia di mettermi a cucinare e volendo evitare la pasta e la carne ho deciso che era la serata adatta per un brinner: orzo, pane, burro e marmellata. Lo so, vi starete chiedendo che razza di cena sia, in effetti non è proprio il pasto adatto a chi vuole rimanere leggero, ma è un’abitudine che ho sin da quando ero piccola. Chi l’ha detto che pancakes, waffles e uova con il bacon non si possano mangiare anche a cena? Per descrivere questa cena particolare l’unico termine che mi è  venuto in mente è brinner (breakfast+dinner), in pratica un brunch (breakfast+lunch) serale. La parola brinner mi è saltata in testa proprio l’altra sera mentre riguardavo le repliche di Scrubs: ecco dove l’avevo già sentita! Cercando su Google ho scoperto che la parola “brinner” esiste e sembra proprio sia stata pronunciata pubblicamente la prima volta nell’episodio “My bad too” della settima stagione della serie americana Scrubs (andato in onda in Italia a novembre 2008 con il titolo “Le mie colpe condivise”, su MTV).
Turk: “Tesoro, non mi crederai, ma il gelato al bacon è il finale perfetto per il brinner.
Carla: “Allora, sei pronto per la prossima sorpresa?”
Turk: “Piccola, mi hai già preparato il brinner!”
Carla (spogliandosi): “Ma ho anche questo per te.”
Turk: “Sei pazzesca…ma è piuttosto difficile battere il brinner!”

Il brinner è così, tutto passa in secondo piano: un piacere per il palato, uno strappo alla regola che all’apparenza sembra minimo ma che può rivelarsi molto più ricco e pesante di una vera e propria cena (è chiaro quindi che dovrete evitarlo se avete in mente un romantico dopocena).  In America c’è chi lo preferisce al brunch e per gli appassionati esistono una serie di gadegt con il logo “I love brinner“; a Milano il Sergeant Pepper’s di Via Vetere 9 la domenica ha già inserito nel menù questo nuovo modo di cenare.

3 commenti

PetitPlat by sk_Da oggi in poi quando troverete una ricetta su un libro oppure nei vecchi ricettari di famiglia la prima domanda che vi farete non sarà più “quante calorie avrà?” ma: “sarà possibile riscriverla in soli 140 caratteri?”

E’ così che diventerete delle seguaci della minirecipe mania scoppiata grazie a Twitter. Con il servizio online di microblogging, di cui vi avevo parlato qualche settimana fa, basta crearsi un account e in 140 raccontare quello che vogliamo far leggere ai nostri “followers” (coloro che si sono iscritti al nostro Twitter) e allo stesso tempo seguire i twit (letteralmente cinguettii) dei nostri amici o di appositi account nati per raccogliere frasi su uno stesso tema: Twecipe, Cookbook e TinyRecipes raccolgono solo ricette. L’unica nota negativa, se così possiamo definirla, è che le ricette andranno interpretate, cercando di capire sin da subito il linguaggio accorciato ad hoc. Niente di complicato: si tratta solo di ricordarsi un paio di abbreviazioni riferite alle unità di misura anglosassoni, ad esempio “T” sta per tablespoon (cucchiaio) e “t”per teaspoon (cucchiaino).
Se non credete sia possibile scrivere una ricetta in soli 140 caratteri guardate gli esempi riportati negli articoli apparsi sul Guardian e su Wired, che hanno voluto mettere alla prova i migliori chef inglesi e italiani. Loro ci sono riusciti, provateci anche voi!

(La foto e la creazione ritratta sono di PetitPlat by sk_)

 

Commenta

carrie_closet2.jpgDomenica mattina, ore dieci: a casa di Fiamma e del Convivente è arrivata la primavera. Secondo lei.
Signorina Fiamma – Buongiorno amore, è una bellissima giornata. Senti che caldo…
Il Convivente – No, non lo sento! Ho ancora freddo, perché hai spalancato tutte le finestre?
SF - E’ caldo, c’è il sole, quel venticello primaverile…
C – Venticello appunto: freddo, vento, sono le dieci, è domenica. Lasciami dormire.
SF
- Eh no, amore, ho bisogno della stanza: non vedi la scala?
C (con un solo occhio aperto) – Che ci fa una scala in camera?
SFDevo fare il cambio di stagione! Hai ancora tutti i maglioni di lana fuori e non mi pare tu li metta, poi ci sono le scarpe invernali, i calzini, per non parlare dei pigiami con i pantaloni lunghi.
C – Ma perchè non inizi con il tuo armadio? Non ci credo che hai già fatto tutto il cambio, sono le dieci!
SFAlzati e vedrai, così ti spiego una volta per tutte come si fa.

1. Svuotare tutto l’armadio con i vestiti invernali.
2. Controllare cosa si potrà usare anche durante la primavera e cosa invece portare tutto l’anno (jeans, t-shirt, vestiti…).
3. Dividere i maglioni pesanti, i pantaloni, le gonne, le maglie a collo alto, le sciarpe, i cappelli e le calze.
4. Controllare, prima di mettere via tutto, che non ci siano capi che non metteremo più. Con questi ultimi preparare due sacchetti: nel primo mettere tutto quello che potremo regalare alle amiche più magre, mentre nel secondo andranno le cose da buttare nei cassonetti della Caritas.
5. Tirare fuori tutta la roba primaverile/estiva e dividere quella prettamente primaverile da quella estiva (la mini gonna a fiorellini che si alza alla prima folata di vento va bene solo se una è Kate Moss, al massimo la useremo come pareo in spiaggia).
6. Mettere tutta la roba invernale nelle scatole in cui si trovavano le cose estive solo dopo averle pulite e riempite di prodotti antitarme).
7. Infine: pulire l’armadio e mettere apposto tutto l’abbigliamento scremandolo prima, come abbiamo fatto per i vestiti invernali (i due famosi sacchetti).
8. Ripetere l’operazione con scarpe e borse.
9. Non accettare aiuti da parenti o conviventi: loro non sanno come si fa, voi sì.
10. Ricordare che il cambio di stagione è una di quelle operazioni che si fanno due volte l’anno, richiede pazienza e sicurezza: se non ce la sentiamo è meglio rimandare!

    (Foto: l’armadio di Carrie Bradshaw in Sex and the City)

    1 commento

    pastiera 1Fiori rosa, fiori di pesco…ma no meglio i fiori d’arancio: l’essenza di questi fiori, insieme al grano cotto, è l’ingrediente principale della la pastiera. Sulle origini di questo dolce circolano leggende affascinanti: pare infatti che la sirena Partenope si innamorò del golfo di Napoli e decise di stabilirsi proprio in quelle acque; il suo canto attirò gli abitanti che per onorarla le portarono dei doni: farina, ricotta, uova, grano tenero bollito nel latte, acqua di fiori d’arancio, spezie e zucchero. Partenope prese i suoi regali e li depose ai piedi degli Dei che inebriati dai profumi degli ingredienti decisero di mescolarli insieme dando vita alla Pastiera. Altro aneddoto storico è legato alla regina di Napoli, Maria Teresa D’Austria, moglie del re Ferdinando II° di Borbone, soprannominata “la Regina che non sorride mai”: per fare un favore al marito, famoso per la sua passione per i dolci, un giorno decise di accontentarlo assaggiando un pezzetto di Pastiera e, secondo la tradizione, non riuscì a trattenere il sorriso. Il Re fu così felice che esclamò: “Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo”.

    Ieri mi sono sentita proprio come il Re quando il Convivente e i nostri amici non hanno potuto fare a meno di sorridere gustandosi la mia pastiera. Erano diversi anni che non la preparavo, ma l’aveva insegnata una cara amica di origini napoletane. Sono convinta che nella vita dovremmo riuscire a conoscere almeno una persona per ogni continente, ancora meglio sarebbe conoscere una persona per regione: solo chi vive le tradizioni, i sapori e i profumi di un posto può trasmettere veramente agli altri le tecniche e i segreti di ricette che altrimenti non avremo mai sperimentato. La pastiera non è una torta facilissima, ma non è neanche così difficile come magari vi hanno fatto credere fino ad oggi e poi è il dolce di Pasqua. Comprate subito gli ingredienti e prendetevi un paio d’ore per prepararla con calma. Successo assicurato!
    La ricetta l’ho ricuperata dal numero di aprile di Cucina Moderna: nella mia versione ho escluso i canditi dato che al Convivente e a me non piacciono, ma nessuno vi impedisce di usarli.

    dsc04989_2.jpgPastiera Napoletana

    Ingredienti: 1 confezione di pasta frolla (se preferite potete anche farla a mano), 370 g di farina, 300 g di zucchero, 200 g di burro, 400 g di grano precotto per pastiera (lo trovate in tutti i supermercati), 350 g di ricotta,  8 tuorli, 3 albumi montati a neve, 1/2 fiala di aroma di fiori d’arancio, 1 dl di latte, un limone, un’arancia, 200 g di burro, un pizzico di cannella, 200 ml di crema pasticciera, zucchero a velo.
    Per la crema pasticciera: 2 dl di latte, un limone, 2 tuorli, 40 g di zucchero, 30 g di farina, un baccello di vaniglia.
    Preparazione:

    • Scaldate il grano per 5 minuti con il latte, un cucchiaio di burro, la scorza d’arancia grattugiata, 2 cucchiai di zucchero e la cannella. Mescolate, unite l’acqua di fiori d’arancio e fate raffreddare.
    • Preparate la crema: portate a bollore il latte con un baccello di vaniglia inciso nel senso della lunghezza e la scorza di un limone. A parte montate i due tuorli con lo zucchero e la farina. Incorporate a filo il latte caldo filtrato, verste la crema in una casseruola e cuocete a fuoco basso finché non si addensa.
    • Montate i tuorli e lo zucchero rimasti e continuando a montare aggiungete prima la ricotta, poi il composto di grano, la crema pasticciera e infine i tre albumi montati a neve.
    • Stendete la pasta frolla e sistematela in uno stampo di circa 25 cm. Punzecchiate il fondo e versate la crema del ripieno. Stendete altra pasta frolla e create delle strisce che incrocerete sulla torta. Infornate per un’ora a 180°, una volta cotta lasciatela raffreddare molto bene, cospargetela di zucchero a velo e servite.

    2 commenti