483675276_38491dfd89.jpgMi sono data alla botanica, o meglio: nel mio terrazzo sopravvivono degnamente circa dieci piantine. Chi mi conosce sa che non ho il pollice verde, anzi sono piuttosto una frana con fiori, piantine, terriccio e innaffiatioi. Amo i fiori e odio gli insetti. Amo le piantine di erbe profumate, ma mi dimentico di dargli l’acqua. Amo tutta l’attrezzatura da giardinaggio, ma non ho la minima idea di cosa farci.
Con me ci hanno provato in molti: chi mi regalava mazzi di fiori recisi, chi delle deliziose piantine grasse, addirittura c’è chi si è spinto oltre regalandomi un bonsai (io poi le cose piccole, insomma in miniatura, non l’ho mai sopportate). Alla fine è arrivata la madre del Convivente che ha capito tutto e mi ha regalato una Rosa di Jericho. Non vorrei però divagare in “ricordi familiari”, quindi torniamo al mio terrazzo che, dallo scorso weekend, ha cominciato a prendere una forma interessante: c’è una scaletta in ferro, otto vasi (misti tra fiori e piante di odori) e un grosso vaso di terracotta nel quale tenta di crescere un arancio. Vi terrò aggiornate sulle evoluzioni: l’obiettivo è arrivare a coltivare qualcosa di buono tipo pomodori, fragole, limoni, cipolle. Forse pretendo troppo da me stessa e soprattutto ho notato che il Convivente non ripone alcuna fiducia in questa mia “svolta verde”. Ho cercato di spiegargli che è un bene, che è importante per l’ambiente, che salveremo il mondo, che non avremo più bisogno di fare la spesa, che saremo autosufficienti…

Magari non sarà così, ma almeno al momento ho la salvia, il rosmarino, il prezzemolo, il basilico e la menta e crescono tutti molto bene, mi sto addirittura ricordando di levare le parti secche e di innaffiarle tutte le sere. Non è mica facile! La menta è la pianta che mi dà più soddisfazione, nel senso che è anche troppo ricca e così ho cercato di capire come usare le foglie in modo utile. Sciroppo di menta fatto in casa, niente di più estivo.

Ingredienti: 100 gr di foglie di menta, 500 gr di zucchero e 250 ml di acqua.
Preparazione: Mettete l’acqua e 400 g di zucchero in un pentolino e portate ad ebollizione a fuoco medio-basso in modo che lo zucchero si sciolga completamente. Sciacquate bene la menta e pestatela con 100 gr di zucchero. Quando lo sciroppo è pronto aggiungete la menta e lasciate raffreddare per almeno un’ora. Filtrate lo sciroppo in una bottiglia e mettetelo in frigorifero. Lo sciroppo goloso si conserva per alcune settimane.

 (Foto di Darwin Bell)

2 commenti

crumble.JPGCapita: quando sei single (parlo in generale, con il Convivente tutto bene) ti guardi intorno, confusa, non sai cosa ti piacerebbe avere, ma sei sempre in cerca. Giri senza senso. È domenica e sei lì, tra i corridoi del supermercato (dicono che sia il posto adatto), e non sai neanche cosa ti manca. Poi ti imbatti in un bel fusto, rossiccio, sembra anglosassone. È un tipo serio: lo prendi, lo conosci meglio, lo spogli (non collabora molto in effetti) e scopri che dentro è fibroso e aspro. Non perdi le speranze (almeno ora sai cosa hai per le mani) e scopri che quando è cotto diventa dolce al punto giusto con un cuore tenero. È lui quello che volevi: un (ra)barbaro!

A Roma sinceramente non l’avevo mai incontrato, ma forse cercando bene nei mercati rionali si trova. A Milano l’ho trovato e l’ho comprato subito, non potevo aspettare: Rhubarb’s Crumble per tutti. La prima volta che ho conosciuto il rabarbaro è stata anche la prima volta in vita mia che ho assaggiato il “crumble” (letteralmente “briciole”), un dolce inglese ottimo e semplice da preparare. In realtà, come ho scoperto con il tempo, il “crumble” è l’elogio della fantasia dal momento che potrete interpretarlo come volete: dolce o salato, con la farina “00″ o quella integrale, con la frutta secca o il pangrattato, con la verdura o con la frutta.

Quello che vi propongo è il classico Rhubarb’s Crumble: credo sia l’accostamento migliore per la versione dolce di questo piatto, soprattutto se accompagnato con il gelato.

Crumble al rabarbaro

Ingredienti: 1 kg di rabarbaro a pezzetti (pulitelo come fosse un sedano), 150 g di farina, 100 g di burro freddo, 50 g di farina di mandorle (che potrete sostituire anche con: avena, farina integrale, farina di mais…) 200 g di zucchero di canna, il succo di un’arancia.
Preparazione: Preriscaldate il forno a 180°. Mettete il rabarbaro a pezzi in una casseruola con 100 g di zucchero di canna e il succo dell’arancia. Coprite e lasciate sobbollire per cinque minuti, poi togliete il coperchio e lasciate cuocere a fuoco basso per altri cinque minuti. Prendete una pirofila di vetro (anche una teglia va bene) e versate alla base, in modo omogeneo, il rabarbaro cotto. In una ciotola a parte mischiate con le mani le farine, il resto dello zucchero e il burro freddo a pezzetti. L’impasto non deve formare una palla, ma scriciolarsi tra le vostre mani, se fosse ancora troppo unto aggiungete della farina. Create il vostro crumble, ovvero il composto “sbricioloso”, e versatelo sopra il rabarbaro. Cuocete in forno per 40 minuti e servite caldo con gelato alla crema o panna liquida. Se vi piace (io ne vado matta) potete aggiungere una spolevarata di cannella al crumble prima di cuocerlo.

P.S. Il crumble si mantiene per due o tre giorni, ogni volta che volete mangiarne un po’ vi consiglio di riscaldarlo velocemente,  è molto più buono. Lo potete preparare con la frutta che preferite: quando mi si rovinano un po’ le mele o le pere taglio tutto e preparo un crumble misto, stessa cosa con la verdura. Ma quella è un’altra ricetta

2 commenti

fulvio.jpgÈ tanto tempo che volevo parlarvi di un ristorante che per me significa molto: la prima estate con il Convivente, un’esperienza di vita unica ogni volta, due occhi scuri e burberi che trasmettono esperienza e fascino, il mare, l’odore dell’asfalto bollente, una cucina e pochi tavoli. Si chiama Gambero Rosso e si trova (chissà ancora per quanto) a San Vincenzo, in Toscana. Il nome del ristornate non ha niente a che vedere con la famosa rivista di cucina. Il suo proprietario, creatore e chef è Fulvio Pierangelini: romano, nato nel 1953, una testa di ricci neri e il volto solcato dai  sorrisi che qualcuno ha avuto l’onore di ricevere. Oggi sul Corriere della Sera ho letto una frase terribile: “Ora ho altri impegni, mi sto guadagnando la vi­ta in un altro modo“. Questa è la risposta che avrebbe dato Fulvio Pierangelini al giornalista che al telefono gli ha chiesto come mai il suo ristorante fosse chiuso e dove mai lui fosse finito negli ultimi mesi, dato che in Toscana non lo vedono da un po’. Tra le righe di un giornale, vengo a sapere che il mio ristorante preferito potrebbe chiudere i battenti, per sempre. Non sono certo l’unica che si preoccupa, anche Stefano Bonilli (colui che il Gambero Rosso, quello di carta, l’ha fondato) ne parla sul suo blog e non sembra felice, anche perché leggendo quello che ha scritto in merito questa mattina fa intendere di essere a conoscenza dei veri motivi della chiusura (capisco che si potrebbe trattare di questioni private e il gossip non fa per me): “il Gambero Rosso è stato un pezzo importante della mia vita e il fatto che possa chiudere mi dà un autentico dolore che va oltre la vicenda di un ristorante” scrive Bonilli.

Ed è così: chi passa per quel piccolo ristornate, con pochi tavoli, le finestre sul porto e il sole che scalda, non se lo scorda più. Il Convivente mi ci ha portato ogni estate da quando viviamo insieme e la spuma di baccalà con tartufo, il maialino di cinta senese e la crème brulée che ho mangiato da Pierangelini ancora mi fanno venire l’acquolina in bocca solo a pensarci. La scorsa estate ho raggiunto l’apice della felicità quando arrivando al ristorante ci ha accolto proprio lui e, rivolgendosi a me, ha detto: “State venendo da me? Vuoi passare per la cucina?”.  È stato un attimo, solo un minuto: ho attraversato un paradiso di acciaio e fornelli e respirato l’atmosfera che sta dietro alla preparazione di ogni piatto. Basta così poco per farmi felice, il Convivente lo sa, ma quel giorno l’ha capito pure lo Chef romano che ha modificato le mie papille gustative per sempre.

Il suo olio (regalato proprio l’anno scorso) è ancora lì, immacolato, nella mia cucina.

E voi: avete un ristorante del cuore? O meglio: avete uno Chef nel cuore?

 

 

5 commenti

merylstreep_child.jpgL’altro giorno curiosando su alcuni siti americani mi sono nuovamente imbattuta nel nome di Julia Child: chef, autrice e personaggio televisivo che fece conoscere la cucina francese e le sue tecniche al grande pubblico americano attraverso i suoi libri e i suoi programmi televisivi. Morta cinque anni fa, Julia è stata fonte di ispirazione per migliaia di casalinghe americane, ma non solo. Le sue ricette sono state il punto di svolta per la vita di Julie Powell: giovane americana stufa di inseguire le grandi imprese delle sue amiche (tutte donne in carriera superimpegnate), ma soprattutto annoiata dal suo lavoro, trova quello che stava cercando tra le pagine del libro di Julia Child “Mastering the Art of French Cooking“. È proprio sfogliando quelle ricette, scritte nel 1961, che ha inizio l’impresa di Julia: cucinare tutte e 524 le ricette della signora Child in 365 giorni. Il progetto inizialmente viene documentato solo sul blog di Julie, “The Julie/Julia Project“, poi il blog diventa un libro e ora il libro è diventato un film (in America uscirà il 7 agosto 2009).
Julie&Julia è il film per quelle come me: golose, curiose, appassionate di cucina, romantiche, pasticcione, cuoche… Insomma, se posso permettermi, come voi!
Norah Ephron (“Harry ti presento Sally” vi dice nulla?) è la regista e sceneggiatrice e per l’adattamento cinematografico ha avuto l’intuizione di unire il libro di Julie “Julie & Julia” all’autobiografia di Julia Child “My life in Paris” uscita nel 2006 e scritta durante gli ultimi mesi di vita della Child. Meryl Streep sarà la Julia di Parigi, mentre Amy Adams è Julie Powell a New York: due storie vere, due donne affascinanti che, pur vivendo in anni e città diverse, scoprono come superare la noia quotidiana grazie alla cucina.

Con passione, ambizione e burro tutto è possibile!

9 commenti

Peter AntonAvete ancora un mese buono per progettare una mini vacanza a New York: può sembrare complicato, ma è così che dovrete fare se volete vedere dal vivo le eccezionali sculture di Peter Anton (a meno che qualche museo non decida di averle in Italia al più presto). Gelati, scatole di ciambelle da far morire sul colpo Homer Simpson, cioccolatini e coni gelato: tutto extra-large.
Amo ingigantire il cibo per dargli un nuovo significato. Ho un innato rispetto per ciò che mangiamo. Il cibo avvicina la gente e non c’è miglior modo al mondo per celebrare la vita.  Attraverso il senso dell’umorismo, l’ironia, la grandezza e l’intensità delle mie sculture, il cibo che diamo per scontato diventa, in maniera atipica, esteticamente piacevole e seducente. Le mie sculture mettono chi le guarda in una condizione di vulnerabilità e in questo modo posso comunicare con loro in maniera più diretta e onesta; faccio scattare in loro quel senso di fame per tutti i cibi che danno piacere e li costringo ad arrendersi. La sensualità trasmessa dai miei lavori stimola i bisogni e i desideri umani più naturali come solo la vera passione sa fare.”
Così Anton descrive i suoi lavori e come dargli torto: ci vuole molto poco ad essere stimolati da questi prodotti giganti. A voi che effetto fanno?
Ad esempio, io non ho mai amato il classico cremino, ma ora non vedo l’ora di andare al bar e gustarmene uno: quello scricchiolio di cioccolata fondente, leggerissima, quel velo nero che ricopre, nascondendola, una panna gelata, fresca, latte all’ennesima potenza.

E dopo una breve pausa… 

dsc_0053_2.jpg peter_anton_sm_cone.jpg pbjcracker1full.jpg peter_anton_boxed_doughnuts.jpg 

Eccomi di nuovo qui: voi magari non ve ne siete neanche accorte, ma durante la stesura di questo post sono davvero andata al bar, ho comprato il mio gelato e ora, mentre giocherello con la lingua con lo stecco legnoso privo ormai del suo gelato, vi segnalo dove potrete trovare queste sculture golose e giganti: la mostra si chiama “How sweetit is! The Art of candy” e la troverete alla Allan Stone Gallery (113 East 90th Street, Manhattan, NY) fino al 19 giugno. Come se non bastasse in contemporanea, sempre presso la Allan Stone Gallery, troverete i dipinti e, soprattutto, le nature morte di Gina Minichino: un’altra artista che ha deciso di riprodurre il cibo su tela con un realismo tale che solo a guardare le sue opere viene l’acquolina in bocca.
Se riuscite a passare per New York buon viaggio, altrimenti accontentatevi dei link ai siti dei due artisti: basta un click per avere fame!

Commenta

peanut butterBanana schiacciata con zucchero e nutella.
Biscotti spezzati nello yogurt con miele.
Coppa del Nonno ricoperta di Nutella.
Gelato alla vaniglia con cannella e granella di biscotti.
Mascarpone e Nutella.
Pane, burro e marmellata.
Pancake con burro e sciroppo d’acero.
Pane, burro e burro di arachidi.
Pane burro d’arachidi e marmellata di lamponi.
Pane, burro, zucchero e Nesquick.
Pop Corn al caramello con il burro fuso.
Pop Corn salati con formaggio fuso.
Risolatte e marmellata.

Questa è una breve lista delle prime “schifezze” che mi sono venute in mente e che, se non fosse per l’alto contenuto calorico, mangerei spesso e volentieri. In particolare, mi ricordo che le prime delusioni d’amore sono state tutte, completamente, alleviate dalla Coppa del Nonno con la Nutella: aprite la coppa, prendete la Nutella e riempite il mezzo centimetro che rimane vuoto tra il gelato e il bordo della coppetta, lasciate a riposare un paio di minuti e poi tuffate il cucchiaino e mangiate; lasciatevi confortare dai gusti che si mischiano, il freddo con il caldo, il gelato con la crema. Basta che mi vien voglia!
Quali sono le vostre “schifezze” preferite?
Sì, proprio quelle che oggi vi fanno dire ai vostri figli e compagni indisciplinati “tesoro non ti fanno bene. Lascia stare. Sono schifezze“, mentre un tempo erano la vostra (mia) preziosa dose di piacere che in cinque minuti sapeva rimediare alle amarezze del mondo.

(Foto di JustABigGeek)

1 commento

Evidentemente il problema “scadenza” è la mia ossesione, ma non è solo mia! Tempo fa vi avevo parlato di un servizio offerto sul sito Real Simple che sembrava molto utile, un semplice vademecum per capire quanto a lungo si potevano conservare i cibi nel proprio frigorifero.
stilltasty.jpgOra ho scoperto un nuovo sito che supera quello già citato in comodità, chiarezza e facilità di ricerca: si chiama StillTasty (letteralmente “ancora buono”) e si propone di dirvi con assoluta certezza quanto potrete conservare i vostri cibi (freschi o già cotti) in frigorifero e nel freezer. Creato da un’esperta di conservazione dei cibi e da sua figlia, una giornalista, StillTasty traccia le linee guida per la conservazione di qualsiasi tipo di cibo o bevanda. Ma non finisce qui: il sito presenta, nella sezione Shelf Talk,  preziosi consigli sull’uso dei cibi -  ad esempio “tre consigli per scongelare al meglio la carne” – e idee per riproporre i piatti del giorno prima.

Un esempio? Scopriamo cosa mi consigliano di fare con le lasagne preparate dalla madre del Convivente che, data la quantità, non siamo riusciti a finire l’altra sera:

  • Scrivo “lasagna” nella barra dedicata alla ricerca.
  • A questo punto appaiono diversi risutati da cliccare:
  1. Lasagne: fatte in casa, avanzate.
  2. Lasagne: surgelate, tipo commerciale.
  3. Pasta per lasagne: cucinata, avanzata.
  4. Pasta per lasagne: secca, non cotta, ancora confezionata, chiusa o aperta.
  • Clicco sulla prima scelta.
  • Ecco la schermata con i consigli (vedi foto): un grafico molto chiaro mi dice che posso tenerle in frigorifero per 3/5 giorni o congelarle nel freezer, a quel punto durerà circa uno/due mesi; inoltre mi consiglia di coprirle bene con un foglio di alluminio al massimo due ore dopo averla cotte.

Commenta

hospital foodHo scoperto pochi giorni fa questo blog chiamato Hospitalfood (in realtà si tratta di un tumblr, una sorta di mini blog) sul quale vengono caricate le foto dei vassoi degli ospedali di tutto il mondo. Inviando la mail all’indirizzo riportato in testa al tumblr chiunque può caricare la foto di quello mangia mentre (suo malgrado) è ricoverato. Mi ha incuriosito capire cosa mangia la gente in ospedale, anche perché si sente spesso parlare di cibo scadente, pasta scotta e brodini insipidi ed è un vero peccato: per quale motivo uno che già sta male deve mangiare peggio? Fortunatamente non sono mai stata ricoverata, ma so perfettamente che uno dei sintomi della malattia (anche se si ha una semplice influenza) è la mancanza di fantasia in cucina: a me passa la voglia di cucinare, il Convivente al massimo può “scuocere” un riso in bianco e gli amici di solito ti consigliano un brodino leggero.
Per fortuna qualcuno ha trovato un modo per risolvere la situazione: il professor Alessandro Gaetini, in collaborazione con quaranta professori ordinari della Facoltà di Medicina dell’Università di Torino e con l’aiuto delle più note scuole alberghiere piemontesi, ha scritto il libro “Il medico in cucina” (Edizioni Minerva Medica), ne leggevo proprio oggi sulla Stampa.
«Dopo molti anni dedicati alla medicina e alla chirurgia ho pensato di raccogliere il contributo di illustri clinici, affermati medici di famiglia ed esperti nutrizionisti per selezionare su base rigorosamente scientifica le esigenze delle terapie con ricette da buongustai» - racconta Gaetini nell’intervista. Il libro, che verrà presentato alla prossima Fiera del Libro di Torino, è composto da 36 capitoli ognuno dei quali presenta delle ricette adatte a specifici casi medici: chirurgia dei trapianti, malattie reumatiche, del sistema nervoso e così via. Le ricette riportano le quantità adatte a quattro persone e l’ultimo capitolo è dedicato ai bambini. Non ve lo auguro di certo, ma se mai ne avrete bisogno questo libro potrà darvi qualche idea in più per trascorrere al meglio la degenza, vostra o dei vostri parenti e amici.

(Foto di cafemama)

3 commenti

160241352_69ef1c3e3c.jpgComincia a fare davvero caldo e la pausa pranzo sotto il sole ha bisogno di essere consumata con tranquillità e leggerezza e non mi riferisco solo al nostro stato d’animo, ma a ciò che mangiamo. È iniziata la stagione dell’insalata: condita, speziata, ricca, semplice, con le salse, con il mais, con il pollo, con il pesce. La scelta è tutta vostra perché quando si parla di insalata non si deve pensare, come fa il Convivente, a “roba verde da donne“. L’insalata è come una relazione, indefinibile: sei certa sin da subito dell’ingrediente base, ma poi sta a te condirla e trasformarla ogni giorno in qualcosa di diverso. Forse il paragone è un po’ azzardato, ma per chi come me ama mangiare l’idea di preparare una semplice insalata è totalmente inconcepibile: se devo mangiare leggero, almeno fatemi divertire.
Dal momento che non esiste una sola ricetta per l’insalata ho deciso che di tanto in tanto, tra la primavera e l’estate, vi presenterò le mie insalate preferite, voi però tirate fuori le vostre idee: come preparate l’insalata? Come la condite? Usate degli ingredienti segreti? Tra le tante insalate che ci vengono presentate nei menù dei ristoranti ne appare sempre una in cima alla lista, come se ormai fosse data per scontata e tutte noi sapessimo cosa diavolo c’è dentro: la Caesar’s Salad.
Quest’insalata è opera di Cesare Cardini, un italiano emigrato in Messico: agli inizi del ’900 gestiva un ristorante a Tijuana e la storia vuole che il 4 luglio del 1924 Cesare si ritrovò con molti clienti affamati e pochissime provviste, così prese tutto quello che aveva, lo raccolse in una grossa ciotola e mischiò insieme i vari ingredienti. Lattuga, olio d’oliva, limone, sale, pepe, aglio, senape, salsa Worcestershire, parmigiano, pane tostato e tuorli d’uova sbollentate è così che nasce la famosa insalata di Cesare. Un’intervista a Jorge Chávez, l’attuale direttore del Caesar’s Restaurant (Avenida Revolución, a Tijuana), apparsa sul New York Times qualche mese fa, racconta proprio la nascita e la creazione di quest’insalata fuori dal comune, nella quale “ogni sapore si mescola all’altro senza predominare“.

Gli ingredienti segreti di questa insalata sono le uova e la salsa Worcestershire, ma se ne voleste sapere un po’ di più vi consiglio di leggere questo passaggio tratto dal libro “Julia Child’s Kitchen” della famosa chef e critica enogastronomica Julia Child che da giovanissima ha avuto il piacere di assaggiare la vera Caesar Salad di Cesare e di una cosa è certa (smentendo così le molte ricette che troverete on line): non ci vanno le acciughe!

La vera ricetta della Caesar Salad
(secondo Julia Child e Rosa Cardini, la figlia del mitico Cesare)

Ingredienti: 2 cespi di lattuga romana, 2 spicchi d’aglio, sale, pepe, 180ml di olio d’oliva, un limone, 2 uova, 30g di Parmigiano grattugiato fresco, salsa Worcestrshire.
La lattuga romana: staccate 6-8 foglie di lattuga, lavatele con cura senza romperle, asciugatele con della carta assorbente e riponetele in frigorifero mentre preparate gli altri ingredienti.
I crostini di pane: schiacciate gli spicchi d’aglio e metteteli in una ciotolina con un po’ di sale e 3 cucchiai d’olio, lasciate insaporire e poi versate il tutto in un padellino nel quale farete tostare il pane tagliato a dadini. Asciugate i crostini e versateli nella ciotola che userete per l’insalata.
Gli altri ingredienti… et voilà! Poco prima di servire: spremete il limone, fate bollire per un minuto esatto le uova, grattugiate il parmigiano e sistemate tutti questi ingredienti nella ciotola con il resto dell’olio, i crostini, il pepe, il sale e la salsa Worcestershire. Organizzate le foglie di lattuga in un bel piatto da portata, versateci sopra gli ingredienti e girate l’insalata con dei gesti ampi e lenti, proprio come faceva Cesare.

(Foto di .michael.newman.)

5 commenti

SaltHo conosciuto tanti uomini e li ho visti tutti a tavola.
Non mi riferisco ai “miei uomini”, ma a tutti i fratelli delle mie amiche, i padri, i parenti, gli amici e gli amici dei miei amici.
Esistono diverse tipologie di uomo a tavola e ognuna ha un suo modo di sparecchiare:

  • L’iperattivo: sparecchia ogni volta che si finisce una portata. Non si ferma un attimo, ma  quando torna a tavola si dimentica sempre qualcosa. A quel punto la madre (figlia, moglie, fidanzata, amica) si alza e va prendere quello che manca.
  • Il pigro: vorrebbe sparecchiare, ma con i suoi tempi. Prima si beve il caffè, poi l’ammazza caffè, poi accende la tv, magari si fuma una sigaretta, poi si addormenta, poi va in bagno, poi si mette a giocare ai videogiochi, poi fa una telefonata, poi, poi, poi… Intanto la madre (figlia, moglie, fidanzata, amica) ha già messo a posto la cucina e, a volte, ha già preparato il menù per l’intera settimana.
  • Il bugiardo: quello che vorrebbe “tanto” sparecchiare, ma «ormai lo stai facendo tu!». Si differenzia dal pigro per la sua incontenibile capacità di inventarsi delle scuse plausibili per farci capire che possiamo sempre contare su di lui.
  • Il viziato: non alza una forchetta neanche se dovesse crollare il tavolo. A lui è sempre stato concesso tutto, la colpa è attribuibile alla madre (figlia, moglie, fidanzata, amica), ma ormai non potete più farci nulla.
  • Il casalingo disperato: sono modificati geneticamente alla nascita, fanno tutto loro! Se doveste diventare la fidanzata di uno di loro state certe che non vi dovrete più preoccupare delle faccende di casa: lavare i piatti, fare la spesa, cucinare, spolverare e a volte (casi tra i più gravi e rari) stirare. Quando avete a che fare con uomo di questo tipo sarete considerate da tutti delle donne molto fortunate, ma alle vostre spalle la gente mormora e si chiede: «siamo sicuri che quei due fanno sesso!»
  • Lo studente: è colui che non ha mai avuto bisogno di sparecchiare. Si potrebbe anche definire un “viziato-pigro-ingenuamente bugiardo”: lui non è che non vuole sparecchiare, è che proprio non è mai stato abituato a farlo, ma per essere carino con voi vuole imparare e rendersi utile.

Avete ritrovato il vostro Lui in una di queste definizioni? Rispondete anche al sondaggio nel forum.

Il Convivente, ad esempio, è uno studente (al momento si trova all’asilo nido) e ha imparato subito a sparecchiare, è un ragazzo con grandi capacità solo che a volte non si applica. Ha un modo tutto suo di sparecchiare, per quanto io mi sforzi e cerchi di capire la sua tecnica non ci sono ancora riuscita: raccoglie tutti i piatti insieme rischiando ogni sera che gli cada tutta la pila dalle mani, poi porta via acqua e bicchieri, prosegue con i condimenti e infine recupera le tovagliette americane. Mentre   sparecchia di solito io sono già in cucina pronta a caricare la lavastoviglie e mentre lo faccio lui prepara il caffè. In effetti, raccontata così sembriamo una coppia organizzata: il Convivente si beve il caffè e si butta davanti alla televisione, io finisco la cucina e poi mi dirigo verso il divano per rilassarmi un po’, magari abbracciata a lui. Entro in soggiorno e “TA-DAAA”, un regalo: non vi emozionate, non parlo di un vero regalo, mi riferisco a quell’oggetto (un bicchiere, il sale, il sottopentola…) che lascia sempre sulla tavola dopo averla sparecchiata.
“Amore, perché c’è ancora il sale in tavola?”
“Uh! Scusa, non l’avevo visto.”
La serata finisce così: io levo il sale e passo uno spray per pulire la tavola.

Perché Lui non pulisce anche la tavola? Dategli tempo, la maestra non glielo ha ancora insegnato, dicono sia una materia che si impara in prima elementare.

(Foto di steena)

2 commenti