Ma a voi capita mai di andare a fare la spesa e vedere finalmente quel frutto che tanto aspettavate per poi trovarlo ancora troppo acerbo una volta a casa?
Beh, a me capita spesso. Preferendo abitualmente la frutta di stagione aspetto con ansia l’avvento di albicocche, pesche, fragole e così via solo che la gola è tale per cui quando sul banco della frutta appaiono i primi esemplari io li compro al volo e il più delle volte sbaglio perché è ancora troppo presto. È anche vero che se i produttori mettessero in commercio solo la frutta davvero matura non sarebbe male…
L’altro giorno dunque compro due cestini di albicocche e due di ciliegie: le seconde le ho mangiate pur essendo ancora un po’ asprigne e rosate, ma a me piacciono anche così, con le albicocche invece sono rimasta piuttosto delusa perché se l’albicocca non è dolce a puntino rischia di essere quasi cattiva. Le mie erano una via di mezzo e vedendole lì, abbandonate nel cestino e quasi sul viale della spazzatura ho provato a renderle più dolci e gustose.
Ce l’ho fatta, e in foto potete ammirare il risultato.

Ricetta per salvare la frutta troppo acerba (vale un po’ per tutta la frutta, direi).
Prima di tutto ho pulito le albicocche, le ho divise a metà e l’ho grigliate su entrambi i lati in padella. Poi ci ho versato sopra due cucchiai di miele e ho lasciato caramellare un paio di minuti. Ho montato 100 g di panna, aggiunto due cucchiai di zucchero e due di crème fraîche o panna acida (potete anche usare un formaggio cremoso, tipo Philadelphia) per inacidire un po’ la panna, altrimenti sarebbe risultato tutto molto stucchevole.
Alla fine ho composto le mie coppe: albicocche al miele, mix panna e crème fraîche, ancora albicocche e – come ha suggerito il Convivente arrivato post-assaggio – qualche scaglia di mandorla pelata.

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Il Convivente ama il cioccolato, la cioccolata, il cacao. Sempre. Soprattutto a colazione.
Quotidianamente – weekend esclusi – la colazione è un rito abbastanza consolidato: io prendo due caffè con il latte caldo e qualche biscotto secco, mentre lui preferisce un po’ di latte freddo, magari al cioccolato, e cinque, sei, biscotti sempre al cacao.
Per motivi di tempo e praticità di solito compro i biscotti al supermercato e vi assicuro che ho fatto il giro di tutte le marche, ma il problema “inzuppamento” rimane. Di cosa parlo? Beh, sembra che i biscotti d’oggi non assorbano più il latte come si deve, almeno questo è quanto sostiene il Convivente.
“Non sprofondano!” ripete ogni mattina.
Io sostengo sia colpa del latte freddo, dato che a me i biscotti scompaiono in un attimo avvolti dal latte caldo, ma lui è convinto: i biscotti sono cambiati!
E proviamo a cambiare anche noi: facciamoli in casa ‘sti benedetti biscotti al cioccolato. Ovviamente le versioni sono infinite, ma inizierei dalle basi poi si vedrà.

Ingredienti: 150 g di farina, 80 g di fecola di patate, 50 g di cacao, 100 g di burro, 150 g di zucchero, un uovo, un cucchiaino di lievito in polvere, 6 cucchiai di latte, un pizzico di sale.
Preparazione: mescolate a una parte gli ingredienti secchi (farina, fecola, zucchero, cacao, sale e lievito), aggiungete poi l’uovo e il burro ammorbidito. Mischiate e cominciate a impastare, per ammorbidire aiutatevi con il latte. Formate un panetto, avvolgetelo nella pellicola e lasciatelo in frigorifero per circa mezz’ora. Scaldate il forno a 180° e nel frattempo stendete la pasta e ricavate con le formine i vostri biscotti che farete cuocere per circa 15 minuti. Una volta freddi conservateli in un bel barattolo di latta.

(Foto di bochalla)

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Quanto mi sei mancato:  la tua crema spumeggiante, il tuo cacao polveroso che mi s’infila nel naso e mi fa starnutire, i tuoi savoiardi morbidi, né troppo bagnati né troppo asciutti, quel tuo leggero retrogusto di Marsala…
– Marsala?
- Certo! Marsala, caffè e zucchero.
- A parte il fatto che stai parlando con una porzione di tiramisù, ma guarda che non ci va il liquore nel tiramisù.
- Senti, a me piace così. Sono nove mesi che non affondo il cucchiaino in una porzione di tiramisù ed esigo mangiarlo come piace a me.
- Ma a me non piace il liquore nei dolci e vedrai che neanche Coso lo amerà.
- Coso lo nutro io. Stai tranquillo che la cannella e il Marsala nel tiramisù saranno due delle sue passioni culinarie.

Questa conversazione privata non è ancora avvenuta realmente, ma conoscendo il Convivente non appena preparerò il mio primo tiramisù amodomio post-parto so che è quello che ci diremo. Lui adora questo dolce, ma come lo fa sua madre, ovvero senza liquore. A me, se non si esagera, un leggero retrogusto di liquore insieme al caffè piace molto e dato che non vi avevo ancora mai proposto questa ricetta ho deciso che è arrivato il momento. In attesa di capire, tra qualche anno, se a Coso piacerà di più la versione della mamma o quella della nonna…

E voi come lo preferite il tiramisù? Via al sondaggio: liquore sì o no?

Ingredienti: 500 gr di mascarpone, 5 tuorli, 5 albumi montati a neve ferma, 100 gr di zucchero, 300 gr circa di savoiardi, 100 ml di caffè, 60 ml di marsala, 50 ml di acqua, 100 gr circa di cioccolato fondente, cacao amaro q.b.
Preparazione: Montate i tuorli con lo zucchero finché non otterrete una crema spumosa e molto chiara. Montate a neve ben ferma gli albumi. Aggiungete il mascarpone ai tuorli montati, amalgamate bene e poi aggiungete gli albumi a neve continuando a mescolare bene con un movimento dal basso verso l’alto per evitare di smontare gli albumi. Preparate il caffè, allungatelo con l’acqua e il marsala e aggiungete 50 gr di zucchero. In una pirofila di vetro componete il tiramisù alternando uno strato di savoiardi bagnati con l’aiuto di un cucchiaio di miscela di caffè e marsala (senza immergerli), uno strato di crema al mascarpone e una grattugiata di cioccolato. Completate con un ultimo strato di crema spolverizzato con il cacao amaro e grattugiatevi sopra qualche scaglia di cioccolato fondente.

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Quasi un anno fa, per Capodanno, decisi di sbizzarrirmi in un dolce che non avevo mai provato prima: il croquembouche. Per prepararlo mi limitai a fare una buona crema pasticciera, montare la panna e preparare il caramello per poi assemblare tutto insieme ai bignè e creare la torre che vedete in foto. Speravo di fare una rete di caramello migliore, ma il risultato fu comunque soddisfacente, soprattutto a detta dei miei ospiti (ma forse erano ubriachi e euforici, come accade a Capodanno).
I bignè, dicevamo: quelli li ho comprati. Sono passata dal mio panettiere e li ho ordinati per tempo, per poi scoprire che anche i loro uscivano fuori da una grossa busta di bignè industriali, a saperlo li avrei presi direttamente al supermercato (sbagliando si impara). E così, sin dall’anno scorso, sono rimasta con la convinzione che preparare i bignè fosse una delle cose più difficili, dato che lo stesso panettiere evitava di prepararli artigianalmente. Convinzione che si è smontata come la maionese quando impazzisce nell’istante ho deciso di provare a farli in casa.
Era domenica, pioveva, avevo voglia di dolci, ma volevo anche far felice il Convivente – quindi niente torte secche – e così ho aperto uno dei tanti libri di cucina e ho letto le istruzioni. Circa mezz’ora dopo avevo il piano della cucina invasa da buffi bignè gonfi e dorati pronti per essere farciti.
Arriviamo al dunque: come si fanno i bignè. Tanto per cominciare si prepara la pasta choux.
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Da qualche settimana, non potendo mangiare troppe cose crude, ho cominciato a cucinare i finocchi alla maniera di una foodblogger (anche se prima di tutto un’amica) e sono rimasta sbalordita.
Mi piacciono molto i finocchi, anche crudi, mentre generalmente quando li cuocevo li amavo sempre un po’ meno perché lessandoli o cuocendoli al vapore perdevano il loro sapore fresco e soprattutto la croccantezza.
Ho provato così a cuocerli al forno come dice Sara e il mio rapporto con i finocchi cotti è diventato amore al primo assaggio.
La ricetta è davvero semplice: prendete un finocchio a persona (anche se io ne mangio due da sola) e tagliatelo con la mandolina a fettine molto fini, poi disponeteli in una pirofila in un solo strato e irrorate il tutto con olio extra vergine d’oliva (più o meno un cucchiaio per finocchio) e il succo di mezzo limone. Io non aggiungo nemmeno sale e pepe, lascio fare al gusto di chi li mangia. Infornateli a 180° C per 20 minuti, o finché iniziano a dorarsi. Servite caldi, tiepidi o freddi.
Casualmente pochi giorni fa un’altra foodblogger (amica anche lei) ha notato la stessa cosa, mentre  l’unico a non aver apprezzato il nuovo metodo di cottura è il Convivente. Mi verrebbe da aggiungere “ovviamente”, in realtà non lo fa apposta è solo che a lui piacciono altre cose.
Cosa? Beh, ieri sera se ne è uscito con l’idea che potremmo inventare una ricetta con i Fonzies: sì, proprio le patatine al formaggio. Poi ha sostenuto che nel soufflé al formaggio non ci va assolutamente la groviera: “Ti pare che se Julia Child avesse saputo dell’esistenza della fontina avrebbe continuato a usare la groviera?” – e ancora- “Pensa che bontà sarebbe un mix tra soufflé e foduta: un fondlé!”
Lo so, sembra fuori di testa, ma non lo è. Lui pensa di dare consigli, proprio come con i finocchi. Ed ecco la sua idea a proposito di finocchi cotti: dato che i classici finocchi gratinati con la besciamella come li faccio io (ovvero prima cotti al vapore, poi ricoperti di besciamella e parmigiano e, infine, infornati per mezz’ora) sono mosci, lui sostiene che sarebbe meglio prima friggerli (Sì, avete capito bene, FRIGGERLI!) e poi cospargerli di besciamella, magari con qualche Fonzies sopra per dare maggiore croccantezza al piatto.
Che mi tocca sentire, ma direi che ormai non lo cambio e mi tengo anche le sue idee assurde sul cibo.
E voi i finocchi come li fate?

(Foto di Sara Maternini)

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Quando qualcuno sta poco bene di stomaco di solito gli si consiglia di mangiare in bianco. Ecco, diciamo che il Convivente non ha proprio capito il significato di quel “in bianco”.
Secondo lui la pasta con la panna, il pollo con il burro o il risotto al gorgonzola sono in bianco.
Ho provato a spiegargli che non si tratta prettamente di una questione prettamente cromatica, ma non ho avuto molto successo. Sia chiaro, il Convivente sta benissimo, ma quando capita che, per un motivo o per l’altro, qualcuno in casa si senta poco bene lui non riesce proprio a concepire l’idea che ci si possa mangiare solo del riso o della pasta conditi con un filo d’olio.
Pensando a questa sua visione originale ho cominciato a riflettere e mi sono resa conto che esistono tantissime ricette per la pasta in bianco, alla maniera del Convivente.
Vale tutto: la cacio e pepe (anche se forse quella è melangiata), il classico americano – mai provato fino ad oggi- maccaroni&cheese, la zuppa di cavolfiore, il pollo con vino e panna…
Insomma le varianti sono tantissime, ma credo che la mia preferita sia la pasta con la ricotta.
È un condimento veramente semplice, quasi banale, ma la sua capacità di stupirmi sta proprio nell’ingrediente principe: la ricotta.
A Roma ne mangiavo quintali: buona, cremosa e saporita. Mi raccomando, ve ne prego, quando tenterete di farla a casa non comprate la ricotta in barattolo che trovate nel banco frigo. A costo di spendere qualche euro in più andate nella migliore gastronomia della vostra città e scegliete la ricotta che preferite (vaccina, di capra, di bufala), ma che sia di ottima qualità.
Il gioco poi è semplice: una volta cotta la pasta la mischierete con la ricotta, un mestolo di acqua di cottura e sale quanto basta (se la ricotta è molto saporita lasciate perdere il sale, tanto ne avrete già usato un po’ per cuocere a pasta).

Un ottima cena per le vostre serate – di pasta – in bianco (chissà se anche questo concetto nella testa del Convivente ha assunto un altro significato? Meglio non indagare).

(Foto di jules:stonesoup)

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Il dilemma del tostapane

Il dilemma del tostapane va avanti da anni, ma non ve ne ho mai parlato perché me ne vergogno quasi.
Andiamo con ordine: la convivenza Convivente-Fiamma procede bene e ne siamo felici, ma anche noi – come tutte le coppie – abbiamo le nostre divergenze e il caso vuole che tali divergenze si manifestino proprio in cucina.
Vi ho sempre detto che il Convivente in cucina – nella Mia cucina – non ci mette piede, ma in realtà ogni tanto ci mette la bocca e la cosa mi innervosisce non poco.
Uno dei nostri problemi maggiori al momento è dato dal tostapane.
Il Convivente non mangia quasi mai a pranzo, ma io non lo vedo fino alla sera e quindi la domanda “Hai mangiato qualcosa?” non me la pongo minimamente. Nel weekend invece capita spesso che, una volta digerito il brunch, verso le cinque del pomeriggio si faccia sentire per tutti e due un leggero languorino e scatta la questione toast.
Il toast di Fiamma
- Farcitura: classica, meglio se un classico prosciutto e formaggio con salsa tartara.
- Tostatura: deve essere perfetta. Il pane scurito il giusto, croccante, caldo e non troppo pressato.
- Pane: uso quello per sandwich all’americana, quindi con fette più grandi del classico pancarré industriale.
- Utensili e strumenti: il modo migliore per ottenere questo tipo di toast è quello di avvalersi di una padellina antiaderente e una paletta per schiacciare il giusto il panino in questione, ma andrebbe bene la classica piastra doppia da bar con la superficie liscia o rigata o, addirittura, un tostapane verticale.

Il toast del Convivente
- Farcitura: più è “carico” di ingredienti e meglio è. Tonno, maionese, pomodoro, pancetta, uova, salse varie….
- Tostatura: anche qui deve essere perfetta, ma molto diversa da quella del toast di Fiamma. Il pane scurito il giusto, croccante, caldo e soprattutto molto, molto pressato.
- Pane: il classico pancarré affinché entri nell’apposito tostapane.
- Utensili e strumenti: solo ed esclusivamente il tostapane a doppia piastra con tagli in mezzo e righe concentriche che lo pressino e lo sigillino completamente.

La questione tostapane non sta tanto nella farcitura che, quando ho gli ingredienti a disposizione, faccio in un attimo sia per lui che per me, ma il problema è il tostapane, lo strumento. Finalmente l’altro giorno siamo finiti in un negozio di elettrodomestici e abbiamo comprato ben due tostapane.
Così, mentre io mi tosto il pane quasi tutti i giorni per colazione o per pranzo con il mio nuovo tostapane verticale, il sabato tirerò fuori pure il suo e lo farò felice con un toast “spiaccica tino” (così lo definisce) come piace a lui.
E voi: avete dilemmi assurdi come questo in casa vostra? E, soprattutto, quale è il vostro toast preferito?

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caffe.jpgCome ogni anno l’estate ha il suo tormentone musicale, ma esistono anche i tormentoni gastronomici. Non siete d’accordo?
Non parlo delle mozzarelle blu che hanno tenuto banco nelle pagine di cronaca, ma di veri e propri must estivi, ogni anno diversi e nuovi.
Un tempo c’era il Cucciolone, prima ancora il gelato fatto a forma di pantera rosa con il naso da masticare, la cedrata, la spuma, il gelato al puffo, il gelato morbido come quelli americani, il gelato allo yogurt… Mi sono spiegata?
Beh, quest’anno il mio tormentone, o meglio quello del Convivente, è stato la crema di caffè fredda: quella cremina un po’ spumosa, fredda come un gelato, dal sapore simile a una Coppa del Nonno ma sciolta, che si trova in molti bar. Questa cremina nel periodo che abbiamo trascorso al mare è stato un vero incubo: dopo pranzo e dopo cena (a volte anche a colazione) il Convivente voleva che andassimo al bar a prenderne un bicchiere. A me piace, per carità, ma alla lunga annoia. In molti forse ancora non lo sanno, ma il Convivente è un caffeinomane e la sua passione per la bevanda nera è a trecentosessanta gradi: tutto ciò che sa di caffè è degno di essere quantomeno assaggiato. Ho scoperto che alcuni bar la preparano con delle miscele “da bar”, questa cremina, altri invece si affidano a marchi di caffè molto noti come Illy o Lavazza. Il problema è che solo i bar hanno quella macchina particolare che miscela di continuo la granita di turno o, come in questo caso, il sorbetto al caffè ed io, ora che siamo tornati a casa, non ho idea di come fare a riproporre in casa al Convivente  la cremina  tanto amata.
Onde evitare il rischio, molto più reale di quanto possiate immaginare, che il Convivente voglia comprarsi il miscelatore da bar occupandomi tutta la cucina ho fatto un po’ di ricerche e trovato un paio di ricette che potrebbero essermi molto utili: la crema ghiacciata al caffè e lo spumone al caffè.
Li devo ancora provare, ma dato che il sapore della cremina da bar è simile a quello della cremina che si prepara con lo zucchero e il primo goccio di caffè che esce dalla moka credo che quella dello spumone sia la ricetta più vicina alle mie esigenze. Che ne dite?
Avete qualche consiglio? E soprattutto: quale è stato il vostro tormentone gastronomico?

(Foto di tacoekkel)

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799px-solea_solea_1.jpgNon mangiavo mai il pesce in casa prima che arrivassi tu!” È quello che dice il Convivente ogni volta che preparo il pesce. E in effetti è vero: al Convivente il pesce fatto in casa non piaceva. Sarà l’amore, sarà l’impegno che ci metto, sarà che a me piace il pesce e non ho certo voglia di aspettare di andare al ristorante o al mare per mangiarlo, fatto sta che ne mangiamo tanto e spesso: crostacei, pesci interi, filetti, molluschi, qualsiasi pesce io cucini lui lo mangia.

Quotidianamente, se riesco, sottopongo al Convivente nuove ricette e poi mi segno su un piccolo taccuino quelle che preferiamo. Ovviamente, nonostante la mia amorevole abitudine a rendere felice il Convivente a tavola (e non solo), le ricette devono piacere a tutti e due: la sogliola alla mugnaia è una di quelle. Quando ero piccola la ordinavo sempre e credevo fosse complicato prepararla, soprattutto per le “fattezze” della sogliola (ero sicura che girandola in padella si sarebbe spezzata). Beh, non è così! L’unica cosa davvero fastidiosa è spellare la sogliola, la procedura è un po’ complicata perché la pelle assomiglia a uno spesso strato di scotch carta appiccicato alla pelle del pesce.
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tortino al cioccolatoAmo andare al ristorante perché posso mangiare quello che a casa non mangio mai: prima di tutto la pizza cotta nel forno a legna e la carne fatta alla brace, ma anche la pasta fatta in casa e la frittura di pesce. È difficile che ordini una pasta al sugo o un arrosto di maiale con prugne: quelle cose le preparo anche a casa. I ristoranti, con semplicità, devono stupirmi, poi magari quelle ricette le ricopierò e le rifarò a casa, ma lo spunto originale deve arrivarmi quando mi trovo a cena fuori.
Lo so, sono esagerata, ma è un’esigenza per chi si tratta sempre bene, e ormai lo è anche per il Convivente che è il Re dei viziati a tavola (e a viziarlo quotidianamente sono io).
Ci capita spesso di uscire da un ristorante dicendo: “certo che quella cosa la fai meglio tu” oppure “quella pasta non era niente di che…”.
C’è una cosa che ultimamente spopola nei ristoranti e che io non avevo mai provato a fare: il tortino al cioccolato (quello dal cuore liquido).
Non so se avete notato, ma da un po’ di tempo quasi tutti i ristoranti hanno incluso questo dessert al menù: un tempo si leggeva “soufflé al cioccolato con panna”, poi molti ristoratori hanno avuto il buon gusto di levarlo dal menù, a meno che non fossero già famosi per questo dessert. Il soufflé richiede cura, attenzione, molta pazienza e, soprattutto, tempismo. Mi vanto di essere un’ottima cuoca di soufflé al cioccolato (fortunatamente mi riesce sempre bene) e il tortino, diciamolo, è un po’ il suo cugino di campagna. Nonostante tutto il Convivente si mostra sempre molto entusiasta quando lo trova nel menù.

- Posso assaggiare?
- Dai! Prendi.
- Sì, buono eh… ma io lo faccio meglio!
- Ma non è la stessa cosa: questo ha il dentro liquido. È più buono così, molto più cioccolatoso.
- Ovvio, solo che il mio è un soufflé!

Ma cavolo! Mi impegno, ci metto il cuore in quel soufflé e lui invece l’unico cuore che sembra apprezzare è quello liquido di un semplice tortino? Che avrà mai questo tortino più del mio soufflé? Tortino m’hai sfidato: e mo’ te preparo.

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