“Ma come, non ve l’ho mai fatta?”
Mi sono ritrovata ad esclamare così l’altra sera portando in tavola una carbonara fumante per i miei amici. Poi sono passata da qui e ho notato che… “Ma come, non ve l’ho mai scritta?”.
Strano a dirsi, ma non ho mai messo online la ricetta della carbonara (Che vergogna Fiamma, che romana sei se non prepari una bella carbonara?).
C’è da dire che la gravidanza mi ha tenuta un po’ lontana da questa meravigliosa ricetta che piace quasi a tutti, ma soprattutto al Convivente: il quale pur di mangiarla quando non ci conoscevamo ancora si riduceva a comprare le buste di carbonara surgelata, pur di mangiarla almeno una volta al mese.
Non pasta all’uovo, ma pasta con l’uovo. Chi di voi non l’ha mai preparata?
Ci sono varie teorie, come accade un po’ per tutte le ricette regionali e di grande diffusione. La mia la preparo (credo) nella maniera più “normale” e semplice possibile, con un mix di parmigiano e pecorino.
Specifico: la ricetta che seguirà è quella che uso io, ma se aveste un vostro modo o suggerimenti sono ben felice di condividere con voi qualche trucco per preparare uno dei miei sughi preferiti in assoluto.
Se girate un po’ in Rete vi accorgerete che alla voce carbonara corrisponde spesso il nome di Paolo Parisi, il creatore di una qualità di uova superiore alla media. Di Parisi è la ricetta di una carbonara particolare perché fatta “a crudo”, per ripeterla potete leggere la ricetta. Ma ora passiamo alla “mia”, di carbonara.

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Ehi, ma ve li ho mai fatti li straccetti?
Sì, lo so, non avete mai cenato da me, ma a furia di scrivere ricette e leggere i vostri commenti mi sembra un po’ di avervi qui. E comunque la stessa domanda – “Te li ho mai fatti li straccetti?” – l’ho fatta qualche mese fa, dopo anni di convivenza, al Convivente stesso. Beh, lui ha risposto proprio come potreste rispondere voi: “No, cosa sono?”
Non vi sottovaluto, anzi sono certa che molte di voi sanno perfettamente di cosa sto parlando, ma essendo una specialità prettamente romana…
Ad ogni modo, gli straccetti di carne sono una delle preparazioni che preferisco: primo perché sono velocissimi da cuocere e secondo perché potete farli un po’ come vi pare.
La morte loro, come direbbero a Roma, è con rucola (anzi rughetta) e parmigiano, ma nessuno vi impedirà di prepararli con i funghi, i peperoni, un po’ di tartufo o più semplicemente con una spruzzata di aceto balsamico.

Ingredienti (per 4 persone): 700 grammi di straccetti (al supermercato scegliete le fettine sottilissime di vitello o carpaccio di manzo, mentre al macellaio potete chiaramente dire che avete intenzione di preparare degli straccetti e lui saprà, e se non sapesse cambiate macelleria), uno spicchio d’aglio, 300 grammi di rucola, 5 cucchiai di olio extra vergine d’oliva, 100 g di parmigiano ridotto in scaglie.
Preparazione: tagliare le fettine di manzo a strisce (se non l’aveste già fatto), versate l’olio in un ‘ampia padella e poi buttateci dentro lo spicchio d’aglio in camicia. Lasciate rosolare ben l’aglio e poi levatelo. Buttate in padella gli straccetti ben distribuiti in modo che non si accavallino e lasciate cuocere un paio di minuti. Salate, pepate e saltate velocemente la carne per farla cuocere su tutti i lati. Giusto 30 secondi ancora e poi – hop!- ricoprite gli straccetti con la rughetta e saltate bene per un altro paio di minuti affinché appassisca. Spegnete la fiamma, cospargete il tutto con le scaglie di parmigiano e servite immediatamente.

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Nella mia casa romana non c’è mai stata l’ora della merenda: sono figlia unica e mia madre non aveva bisogno di chiamare a raccolta i figli a metà pomeriggio per nutrirli quel che bastava affinché arrivassero sazi all’ora di cena. Ho sempre mangiato qualcosa, ma non ho ricordi chiarissimi.
C’erano le vecchie merendine (a proposito: lo sapete che la Mulino Bianco ha rimesso in produzione il Soldino e i Palicao?) oppure il classico pane e Nutella o, ancora, le crostate fatte in casa.
Crescendo poi è arrivato il Tea Time, addio merenda per bambini: tè caldo e biscotti per tutti, comprese le amiche che venivano a studiare e non vedevano l’ora che arrivassero le cinque per fare pausa.
Da quando per vedere i miei devo prendere un treno mi è capitato, più di una volta, di far coincidere il mio arrivo a Roma con l’ora della merenda e con mia grande sorpresa di trovare in tavola grandi novità. Mia madre, che non vede l’ora di riabbracciarmi e sa quanto sia golosa, sperimenta nuove ricette apposta per me e una delle ultime, tra le migliori fino ad oggi, è il budino di riso, trovato in chissà quale rivista.
È una sorta di crostata di riso della nonna senza crosta. Una delizia!

Ingredienti: 200 ml di latte, 300 ml di acqua, 1 pizzico di sale, 150 g di riso Carnaroli, 200 g di zucchero di canna , 3 uova, 400 g di ricotta.
Preparazione: portate ad ebollizione il latte con l’acqua e il sale, aggiungete poi il riso e cuocete fino a quando tutto il liquido non sarà stato assorbito. Spegnete, unite lo zucchero, mescolate bene e lasciate raffreddare. Aggiungete la ricotta e le uova leggermente sbattute. Versate ora il composto in uno stampo da plumcake imburrato e cuocete in forno per 40 minuti a 180°. Servite tiepido.

P.S. Io – ovviamente – aggiungerei agli ingredienti un cucchiaino di cannella.

(Foto di randomduck)

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SaltimboccaE dopo i due primi “last minute” della scorsa settimana vi propongo un secondo da fare in pochi minuti.
È un piatto tipico romano, ma la prima volta l’ho mangiato a Milano. E vi dirò di più: pensavo fossero una specie di involtini, in realtà anche se qualcuno li prepara anche così i saltimbocca il più delle volte sono delle semplici fettine con prosciutto e salvia cotte nel vino bianco.
A Milano fortunatamente ho trovato un macellaio di riferimento (cosa che ognuna di noi dovrebbe avere) e quando ho bisogno di qualche preparazione più articolata lui c’è. È stato proprio lui a prepararmeli la prima volta, sconvolto dal fatto che una romana non li avesse mai mangiati, poi da quella volta me li preparo anche da sola. Sia chiaro, vi ho parlato di ricetta veloce proprio perché i saltimbocca può farli chiunque in un attimo e se qualche volta me l’ha preparati il macellaio è stato solo per essere ancora più organizzata in caso di cene tra amici.
Ma passiamo alla ricetta vera e propria.

Ingredienti (per 4 persone): 8 fettine di vitello, 8 foglie di salvia, 8 fette di prosciutto crudo, sale, pepe, una noce di burro e mezzo bicchiere di vino bianco.
Preparazione: battete con il batticarne le vostre fettine in modo da rompere i nervetti e da renderle molto sottili. Se le fettine sono grandi tagliatele, una volta battute, a metà. I saltimbocca sono più carini se piccoli, così ne servirete 4 a testa. Prendete il prosciutto (anche quello fatevelo affettare finemente) e adagiatelo sulla carne. Infine, pulite le foglie di salvia e ponetele sopra il prosciutto e ricucite il tutto unendolo con l’aiuto di uno stuzzicadenti. In una padella ampia versate il burro e fatelo soffriggere, a questo punto fate cuocere le vostre fettine prima dal lato della carne e poi giratele sul lato della salvia. Giratele ancora una volta e irroratele con il vino bianco che farete sfumare. Quando il vino sarà quasi completamente evaporato levate i saltimbocca dalla padella, salate, pepate e servite in un vassoio irrorando il saltimbocca con il fondo di cottura. Sappiate che la cottura è velocissima, soprattutto se le fettine sono leggere.

Se poi voleste provare delle varianti dei saltimbocca, non proprio romane, date un’occhiata qui: ci sono almeno 30 ricette tutte per voi!

(Foto di Lec)

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grattachecca1.jpgL’altra sera, dopo una giornata passata in casa a fare mille cose, con il Convivente abbiamo deciso di andarci a prendere un gelato sotto casa. Cinque minuti a piedi, qualche chiacchiera, una ventina di punture di zanzare accumulate in pochi metri, un ottimo gelato e di nuovo a casa. Non ci capita quasi mai di fare due passi per il quartiere, ma tutte le volte che accade ci ritroviamo a pensare quanto è piacevole e quanto basterebbe poco per rilassarsi nelle sere d’estate.

Estate: per voi cosa significa? Quali sapori vi fanno subito capire che sì, nonostante qualche acquazzone e il clima incontenibile, è proprio arrivata l’estate?

Convivente – Sai cosa, sin da piccolo, mi piaceva dell’estate?
Signorina Fiamma – Dimmi.
C – Le finestre aperte all’ora di cena, quando ancora i condizionatori non esistevano in ogni casa e tu, magari tornando per cena dopo aver giocato a palla con gli amici, sentivi chiaramente il rumore delle tv accese, il tamburellare delle forchette sui piatti ormai vuoti e il chiasso delle stoviglie riportate in cucina per essere lavate. Magari, in sottofondo, una partita di calcio. Ecco, per me l’estate arriva così.
SF – Già. Poi l’odore della pasta al forno, le prime insalate di riso, il cocomero e la grattachecca
C – La granita!
SF – La grattachecca!
C – Ma che è?
SF – È la granita, ma non è quella roba acquosa che avete qui a Milano. La grattachecca è l’istituzione dell’estate romana. Ognuno ha la sua grattacheccara preferita: c’è quella a Trastevere, quella sull’Isola Tiberina, quella a Ponte Milvio e poi c’è la Sora Maria.
C – Ma non si chiamava Sora Lella?
SF – Quella è un’altra cosa. Cucinava. La Sora Maria, in via Trionfale (quartiere prati, Via Trionfale angolo Via Telesio), è la mia grattacheccara di riferimento. La Supermista è la scelta migliore.
C – Ma io mica ho capito che cos’è.
SF – Ghiaccio tritato, sciroppi misti, pezzetti di cocco, pezzetti di cedro e frutti di bosco. Un unico bicchierone gelato da mangiare piano altrimenti arriva la botta di freddo al cervello e rimani bloccato per due minuti.
C – Vabbè, una granita.
SF – No! La grattachecca è meglio. La prima volta che andiamo insieme a Roma ti ci porto. Per me quello è il primo segno dell’estate, anzi quasi quasi chiamo le mie amiche e chiedo se è già aperta (perché la Sora Maria apre solo nei mesi estivi, bisogna cogliere l’attimo), così possiamo ufficialmente dichiarare iniziata la stagione estiva.

Wikicucina (da wikipedia) – Grattachecca: deriva il suo nome dal verbo grattare e da checca, termine con il quale un tempo si identificava il grosso blocco di ghiaccio utilizzato per refrigerare gli alimenti quando ancora non esistevano i frigoriferi. A differenza della granita che viene prodotta con acqua mescolata a sciroppi o succhi e messa a congelare, la grattachecca è composta da ghiaccio grattato da un singolo blocco di grandi dimensioni.

(Foto di Stefano Latini, “Solegemello”)

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nyc-guide.jpgIl mitico ristorante nato sull’Isola Tiberina e guidato per anni dalla “Sora Lella” (soprannome di Elena Fabrizi, sorella di Aldo Fabrizi) attrice e cuoca romana, sbarca a New York.
Da Via Di Ponte Quattro Capi 16 a Roma a 300 Spring St.: “ci sono voluti cinquant’anni – così recita la recensione del New York Timesalla Sora Lella per mettere il naso fuori dall’Italia. I nipoti di Elena, Mauro e Simone Trabalza insieme al socio Fabio Maltese hanno aperto a West Soho. Aiutati in questa impresa da Gian Luca Giovanetti e Pierluigi Palazzo, gestori di Gnocco Perbacco nell’East Village: due italiani emigrati con il solo scopo  di importare in America l’autentica cucina italiana. Nel caso della Sora Lella questo significa una cucina romanesca al 100%, tra paccheri all’amatriciana, puntarelle con salsa d’acciughe e carciofi (alla giudia o stufati con aglio e mentuccia)”.
I ristornati italiani a New York non sono certo una novità e con la Sora Lella gli americani avranno un posto in più per mangiare alla romana rimanendo dall’altra parte dell’oceano. Per capire una scena simile, invece, dovranno “masticare” almeno un po’ di italiano.

 

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cacio e pepeTipico piatto romano è la pasta “cacio e pepe”: quando ero a Roma la mangiavo sempre con i miei genitori in un ristorante che proprio da questa pasta prende il nome “Cacio e Pepe – Trattoria da Gianni“, se siete a Roma o avete occasione di passarci vi consiglio questa mini trattoria nel quartiere Prati a pochi metri da Piazza Mazzini.
Quando ci si trasferisce la cosa migliore è portare un po’ dei profumi di casa con sé, così ho imparato la ricetta e quando posso mi porto da Roma un bel pezzo di pecorino romano (naturalmente è totalmente sigillato per non rischiare di appestare il vagone del treno). Potrete prepararla anche con del parmigiano, ma vi assicuro che non è la stessa cosa!
La cacio e pepe potrebbe sembrare una ricetta molto semplice, ma il rischio che venga servita troppo asciutta è dietro l’angolo. Vi propongo due ricette: una più semplice e veloce, l’altra leggermente più complessa ma sicuramente molto più gustosa, trovata tra le pagine di un libro che da quando vivo da sola è diventata per me una piccola bibbia culinaria tascabile: “Cuochi si diventa” di Allan Bay. Il consiglio del famoso giornalista enogastronomico è di cuocere la pasta come se fosse un risotto: una tecnica usata spesso per esaltare il sapore della pasta (in questo modo rilascia più amido) e del suo condimento. Ormai la preparò solo così ed è eccezionale: provare per credere.

N°1 – Cacio e pepe

Ingredienti: 400g di bucatini, 150g di pecorino romano, pepe nero macinato (q.b. a piacere
Preparazione: Mette l’acqua a bollire, salatela e tuffateci i bucatini. Grattugiate il pecorino in un piatto e mischiatelo con il pepe macinato e tenete il tutto da parte. Scolate la pasta a tre minuti dalla fine della cottura e trasferite i bucatini in una padella larga. Versate sopra la pasta il pecorino con il pepe e aggiungete a poco a poco l’acqua di cottura fino a che la pasta non sarà al dente. Vedrete che i bucatini in questi ultimi minuti tireranno fuori l’amido creando con il pecorino una cremina che renderà la pasta ancora più saporita.

N°2 – Cacio e pepe ricetta (secondo Allan Bay)

Ingredienti: 400g di pasta corta secca (tipo maccheroncini o mezze maniche rigate), 150g di pecorino romano, 1 litro di brodo leggero di vitello (spero mi perdoni Allan Bay, se trovate dei dadi di buon qualità potete usare anche quelli), pepe nero in grani (q.b. a piacere), burro.
Preparazione: Pestate grossolanamente il pepe in un mortaio. Mettete in una casseruola una noce di burro, unite due bicchieri di brodo caldo e mescolate bene. Gettate la pasta e portatela a cottura mescolando e unendo il brodo un mestolo alla volta, il successivo solo dopo quello precedente sarà stato assorbito. Un minuto prima che sia cotta al dente unite il pecorino grattugiato, ancora poco brodo e mescolate. Regolate di sale. prima di servire, fuori dal fuoco, mantecate la paste con una noce di burro e unite il pepe pestato.

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Bruscoliniii!

Categorie: Roma-Milano A/R

bruscolini“Bruscolini, acqua, bibbite, noccioline, caffè Borghettiii!”
Non sto delirando, questo slogan urlato dal “bibbitaro” (nome romano per descrivere il venditore, spesso abusivo, di bibite e semini che si trova fuori dalle partite e dai concerti) mi è tornato in mente l’altra sera mentre guardavo la partita di calcio.
Premessa: io e il Convivente siamo uno di quei rari casi di coppie in cui lei è l’unica vera tifosa di calcio, mentre a lui non interessa assolutamente, anzi ne è quasi infastidito.
Pur essendo indifferente al “giuoco del pallone”, il Convivente mi ha gentilmente concesso il diritto di piazzarmi sul divano la domenica e tifare la mia squadra del cuore. Non si lamenta, anzi si diverte a stuzzicarmi tutto il tempo: come giocate male, tanto perdete, era fallo, secondo me il rigore non c’era…una fatica!
Per evitare di mangiarmi tutte le unghie dal nervosismo la cosa migliore è sgranocchiare dei bruscolini, proprio come facevo quando andavo allo stadio dove, ancor prima di entrare, ci si preoccupa di accaparrarsi le provviste per i successivi novanta minuti di tensione.
I bruscolini sono semi di zucca abbrustoliti e salati: le labbra pizzicano per colpa del sale che li avvolge, i pezzi di buccia si infilano regolarmente tra i denti e il semino che si mangia ha un sapore piuttosto inconsistente.
Allora che li mangi a fare? Sono antistress naturali e poi ho cominciato realmente a capirli solo pochi anni fa visto che da piccola ero convinta andassero ciucciati e sputati, non sapevo dell’esistenza di un seme dentro al seme.
L’altra sera, nottata di  Champions League, me ne è venuta voglia e in assenza del bibbitaro di cui sopra li ho preparati io. La ricetta è un misto tra i consigli della pagina sui “Pumpkin seed brittle” sul New York Magazine (una vera fonte di ispirazione, con splendide illustrazioni) e il ricordo del teglie giganti piene di bruscolini tostati appoggiate sul bancone del Forno del Ghetto Boccioni di Roma (Via del Portico d’Ottavia 2, chiuso il sabato), bruscolini speciali che sanno unire alla funzione antistress il piacere di sgranocchiare qualcosa di buono. L’altra sera era la prima volta che li preparavo, è stato un successone.
Risultato: il Convivente ha sgranocchiato per tutta le sera i semini, non ha avuto un attimo di tempo per fare i soliti sfottò, la partita è andata male comunque, ma la soddisfazione di gridare “Bruscoliniii!” in giro per casa me la sono presa tutta.

Bruscolini tostati

Ingredienti: 1 bella zucca, fiori di sale, erbe miste di Provenza, olio.
Preparazione: Tagliate la zucca e pulitela all’interno, sciacquate poi i semi di modo che si stacchino dai filamenti di zucca (da una sola zucca ho ottenuto circa un centinaio di semi). Mentre riscaldate il forno a 160° asciugate con della carta i semi e mischiateli in una ciotola con 3 cucchiai di fiori di sale e uno di spezie provenzali (potete scegliere le spezie che preferite o mettere solo il sale ovviamente), irrorate il tutto con un goccio d’olio e poi versate in una teglia ricoperta con la carta forno.
Cuocete 30 minuti, mischiando ogni 5 minuti circa, a 160°.
Lasciate raffreddare e sgranocchiate!

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Che pizza!

Categorie: Roma-Milano A/R

dsc03759_2.JPGUn classico che non muore mai e rinasce sempre: la pizza. Alta, bassa, bianca, rossa, soffice o croccante. Buona.
Una delle questioni culinarie su cui discuto spesso con il Convivente è proprio la pizza, il mio è problema di forma. Non vi preoccupate, non si tratta di buona educazione: la pizza è fatta per essere mangiata con le mani. Mi riferisco proprio alla forma che viene data all’impasto, il suo spessore… insomma non sopporto la pizza alta e purtroppo a Milano, ma quasi in tutto il nord Italia direi, si trova solo quella. Alta, molto alta, troppo. Affondare i denti in quel soffice impasto, lo ammetto, è un vero piacere per il palato, ma il sapore della “pizza al taglio” è imbattibile. Quando parlo di “pizza al taglio” il Convivente non mi capisce, non sa cosa sia. E pensare che quella semplice pizza tagliata con le forbici, spessa al massimo un centimetro e condita in tutti i modi possibili, è stata un supporto fondamentale negli anni del liceo e dell’università.
La mia preferita è la pizza al taglio con le patate…che apporta il fabbisogno calorico previsto per un’intera settimana per un uomo adulto.

Si sa, non c’è alcun gusto senza senso di colpa!
La vera pizza al taglio a Roma la trovate un po’ ovunque, vi consiglio vivamente, almeno una volta nella vita, di entrare in un forno romano, farvi tagliare un bel pezzo di pizza bianca e farcirlo con tanta mortadella: l’olio vi ungerà le mani, il sale vi pizzicherà sulla lingua e l’incontro con la mortadella sin dal primo morso vi lascerà sorpresi.
Ecco! Ora ho l’acquolina in bocca, l’unico modo per soddisfare questa voglia di pizza è prepararsela.

  • Per la pasta base potete seguire questa ricetta.
  • Per la pizza bianca classica “alla romana” vi consiglio di seguire questa ricetta di “Anice&Cannella” e poi di farcirla con dell’ottima mortadella con i pistacchi.
  • Per quella al taglio invece date un’occhiata ai suggerimenti di “Tarallucci &…
  • Infine, se volete fare prima e ottenere comunque un buon risultato potete comprare la pasta per la pizza già pronta (non surgelata, vi prego!), stenderla nella teglia unta con un filo d’olio extravergine d’oliva e condirla come preferite. Vi avverto: litigherete a lungo con la consistenza della pasta e ogni volta che sarete certe di averla stesa bene tornerà indietro come un elastico; il mio consiglio è di stenderla prima con un mattarello, poi prenderla tra le mani e tenerla come se voleste stenderla, cambiando lato ogni volta facendo attenzione a non romperla.

Pizza con patate e pancetta della Signorina Fiamma
Ingredienti: pasta per la pizza, 4 patate medie, 8 fette di pancetta tagliata fine, sale, pepe e rosmarino.
Preparazione: pelate le patate e lessatele in acqua salata per 10 minuti al massimo, poi tagliatele a fette abbastanza alte. Stendete la pasta della pizza in una teglia unta, versate un filo d’olio e un pizzico di sale sulla pizza, disponetevi sopra le patate, un po’ di rosmarino e infine stendete le fette di pancetta. Cuocere in forno a 200° per circa 15 minuti. Se vi sembra che la pizza sotto non sia cotta bene trasferitela su un foglio di carta da forno e lasciatela in forno altri 5 minuti. Tagliatela con le forbici e servite!

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Chiacchiere sulle frappe

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Una delle prime cose che ho imparato di Milano è che non è Roma. Sembra piuttosto stupido detto così, ma credetemi è destabilizzante trasferirsi e scoprire che sapori, odori e specialità a cui eri abituata e consideravi familiari non esistano. E se esistono hanno un altro nome.Proprio l’altro giorno ripensando al Carnevale (dopo l’assurda chiacchierata con il Convivente) mi sono ricordata di quando ero entrata in un forno/pasticceria milanese per comprare qualcosa per festeggiare il mio primo Carnevale ambrosiano con le nuove coinquiline: ho curiosato e capito cosa fosse nascosto al di là del bancone, oltre le ceste piene di panini, le crostate e i muffins al cioccolato, così quando è arrivato il mio turno:
- Vorrei un vassoio di frappe, per favore?
- Scusi, cosa?
- Le frappe, quelle lì.
- Dice le chiacchiere?”
- No, le frappe! Ah, a ragione qui le chiamate così. Mi scusi, sono romana non lo sapevo”.

La commessa mi guardò davvero male, neanche fossi stata un extraterrestre.
- Basta così?
- No, vorrei anche qualche bignè.
- Dove li vede?
- Davanti a lei, quelli con la crema.
- Questi sono tortelli.- N
o, non quelli salati. Voglio i bignè, proprio quelli accanto alle frappe, cioè le chiacchiere…insomma, quelli.
- Si chiamano tortelli, ma lei è romana!
- Già sono romana e noi quei cosi li chiamiamo bignè.
Appena uscita da quel posto carica di tortelli e chiacchiere (o li chiamavo così o non sarei mai più uscita dalla pasticceria) mi venne in mente quell’anno alle elementari: la maestra ci insegnò a fare i dolci di Carnevale e le finì uno schizzo d’olio bollente nell’occhio mentre preparava le castagnole. Altro che bignè o tortelli, a Roma si mangiano le castagnole!

Vi siete mai ritrovate a discutere sul nome di una ricetta? Parliamone sul forum.

Questa è la ricetta che ho ritrovato nei vecchi quaderni di scuola quando ero solo la piccola Fiamma.
Ingredienti: 4 uova, 400gr di farina, 50gr di zucchero, 100gr di burro,1 bicchierino di rhum, 1 limone, 250dl di olio d’oliva, 100gr di zucchero semolato e sale.
Preparazione: impastate la farina, le uova, il rhum e il burro, aggiungete la scorza di limone tritata e un pizzico di sale. Intanto scaldate l’olio sul fuoco facendo attenzione a non farlo fumare. Con l’aiuto di un cucchiaio prendete un poco di impasto alla volta e fatelo cadere nell’olio bollente. Friggete le castagnole finché non prenderanno un bel colore dorato. Scolate le palline ottenute e lasciatele intiepidire in una ciotola con la carta assorbente. Rotolatele nello zucchero e godetevele. Una dopo l’altra.

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