Mie amate mogliastre,

questo è l’ultimo articolo che scrivo come ospite di DonnaModerna.com. Da lunedì 1 agosto trasloco il blog Mogliastre in un altro spazio virtuale, dove ovviamente siete tutte invitate.

Intanto però voglio ringraziare (e non lo faccio perché si fa, ma lo faccio col cuore) DonnaModerna.com per la meravigliosa e coraggiosa ospitalità che ci ha offerto in questi tre anni. Qui si sono create amicizie, si è riso, si è pianto, ci si è arrabbiate e poi consolate, e, soprattutto, si è cresciute tutte insieme.

Grazie, DonnaModerna.com, davvero. E arrivederci, magari con altri progettastri.

Noi, mogliastre, ci rivediamo prestissimo. E adesso mi commuovo anche, ecco.

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Ondine – il segreto del mare

Si parla di: film

Questa sera io e la mia figliastra sedicenne abbiamo visto (su mia insistenza, lei voleva vedere una roba terrificante sulle fotomodelle) il bel film “Ondine-il segreto del mare” di Neil Jordan, con quello strafigo di Colin Farrell.

Strafigo a parte, è una storia in cui, incredibilmente, sia il patrigno che la matrigna ci fanno una gran bella figura.

Lui, Colin, è un pescatore single, strafigo (insisto), divorziato, con una bambina malata ma molto sveglia e un’ex moglie terrificante e anche bruttacchiona, risposata, per fortuna, con un tipo coi capelli rossi.

A un certo punto il pescatore pesca letteralmente nella sua rete una strafiga (chi si somiglia si piglia), si innamorano, e, dopo tutta una serie di traversie che non vi sto a raccontare, i due si sposano felicemente e romanticissimamente, anche grazie alla bambina che apprezza molto Ondine, la neomatrigna pescata nella rete del papi.

La matrigna Ondine è buona, fa persino una magia (non si capisce se è magia o casualità, ma tant’è) per cui la bambina guarisce, anche se ci rimette le penne il patrigno che le dona un rene, e insomma, l’oscar della bontà va alla matrigna-sirena, il secondo oscar al patrigno defunto, e poi, va be’, il papà è bravino ma fa dei pasticci, mentre l’ ex moglie è decisamente perfida e non ne fa una giusta in tutti i 111 minuti di proiezione.

Il film è del 2009, e mi sembra un ulteriore segnale che qualcosa stia cambiando, nella percezione delle matrigne e dei patrigni e delle famiglie ricostituite in genere. Certo, ehm,  è classificato tra i film di genere “fantastico”, però, insomma, dai, non stiamo a sottilizzare.

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Kit

A grande richiesta, ripubblico il Kit di Sopravvivenza estivo 2010, con aggiunta di pod-cast.

Siore e siori, ecco a voi il sorprendente, imperdibile Kit di Sopravvivenza per Mogliastre nella sua versione pre-vacanze. Il kit, in una pratica confezione da viaggio, anti-urto e anti-furto, contiene:

N. 1 cane San Bernardo con fiaschetta alcolica al collo. Da scegliere nella versione whisky, prosecco, o tequila bum bum.  Croccantini, bistecche da tre chili e spese veterinarie, nonché tosatura, sono a vostro carico.

N. 1 pagnotta da carcerato compresa di lima in titanio per smussare la crescita inopinata di denti canini. (Non del cane, i vostri.) La pagnotta è disponibile alle olive, al cumino, o al gusto pizza.

N. 2 flaconi di adrenalina mannara da somministrare al vostro compagno. Funziona anche senza luna piena. Disponibili anche peli sintetici da applicare sulle mani per un effetto di maggior realismo quando finalmente strozza la ex. O, in alternativa:

N. 10 siringhe di anestetico da rinoceronte, con pennacchio rosso, da lanciare alle ex mogli in corsa. Con una lieve maggiorazione del prezzo, potete richiedere anche l’infallibile binocolo “Tibecco” ® per una mira più sicura.

N. 3 spinelli taroccati con foglie di Camomilla Bonomelli, da spacciare ai figliastri adolescenti fin dal primo mattino. Se dormono ancora, è sufficiente infilare la canna direttamente nelle narici. Per un effetto light, in una sola, per un effetto hard e definitivo, in entrambi gli orifici nasali. O in tutti e tre.

N. 1 stanza da bagno in stile origami, da aprire e in cui entrare in caso di crisi di pianto, perfettamente richiudibile e trasformabile in un foglio di carta A4 a crisi terminata.

N. 1 finto cellulare, imitazione perfetta di quello del vostro compagno (vogliate farci pervenire mail con marca e modello preciso almeno una settimana prima dell’ordinazione) da sostituire al suo. Il cellulare “Three monkeys” ® non vede, non sente e non parla, quindi vi garantisce la più assoluta privacy in vacanza.

N. 1 turista figo con cui scappare. Garantito orfano e sterile.

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Matrigna-Podcast

Si parla di: libri

Personalissimo esperimento di podcast di un sabato sera. Ho registrato con l’i-phone l’inizio del libro “Di matrigna ce n’è una sola”.

Direi che, se stasera non riuscite a dormire, potete ascoltarlo e, yaaaaaaawn,  vi addormenterete di botto, garantito. ;-) Ma abbiate pazienza, il mio animo sperimentatore aveva bisogno di farlo.

‘Notte, mogliastre.

Di matrigna ce n’è una sola audio

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Quarta disavventura della vostra Mogliastra di fiducia. (Poi la smetto, giuro, ma mi è presa l’ispirazione seriale).

La Mogliastra, all’epoca dei fatti, lavorava in un’agenzia di pubblicità. Ambiente creativo, informale, molto scherzoso.

Un giorno vide, al di là della strada, un’Audi grigio metallizzato. Riconobbe nell’abitacolo, nonostante i finestrini alzati, un collega con cui era molto in confidenza, con cui aveva da sempre un rapporto goliardico, cameratesco e ironico.

Ahà, si disse la Mogliastra, adesso lo faccio ridere, il collegastro.

Così, dall’altro lato della strada, lei cominciò a prodursi in vezzosi bye bye con la manina e a sbracciarsi con fare seduttivo e ammiccante in direzione Audi. Poi attraversò la strada e si diresse, dimenando ostentatamente i fianchi come una pantera nera, verso l’Audi grigia. Pitupitùm pah, arrivò davanti al finestrino alzato e vi si strusciò contro facendo le fusa, mimò baci che neanche Marilyn, si sollevò i capelli con malizia scoprendo il collo candido, mise in atto un movimento di spalle da regina del burlesque con relativo rimbalzo di tette, e appoggiò le labbra, appositamente atteggiate a cuore, sul vetro, mentre sgranava gli occhi in uno sbatter di ciglia da Vispa Teresa.

Bzzzzzzzzzzzz.

Il finestrino si abbassò lentamente. E, lentamente, come in una scansione, cominciò a profilarsi il volto della persona all’interno dell’abitacolo.

Il volto, assolutamente sconosciuto, era quello di un rispettabile e molto brizzolato signore sui sessanta, in doppiopetto blu, che, con gli occhi da triglia assoluta, guardava allibito quel pezzo di mogliastra ammiccante che gli era caduto dal cielo.

Tutto il sangue della Mogliastra affluì alle sue guance, che diventarono rosse e brucianti come lava incandescente, mentre lapilli di sudore, freddo, le imperlavano anche le dita dei piedi.

Occazzo, disse tra sé la talpastra. E a lui disse: “Scuuuuuuuusi, giuro che da domani mi metterò sempre gli occhiali, ventiquattr’ore su ventiquattro!”

E il signore in doppiopetto: “No, no, signorina, non li metta mai, è stato bellissimo.”

La Mogliastra decise di anestetizzarsi (quando fa figuracce del genere, riesce a radunare tutti i neuroni con la carta moschicida, per poi riporre il bottino ronzante dentro una scatoletta a chiusura ermetica che riaprirà ore dopo) e si allontanò, anzi fuggì, ovviamente inciampando rovinosamente sul marciapiede e mimando, per non cadere, l’arcangelo Gabriele in picchiata.

Poi, ridacchiando tra sé, si fiondò nel primo bar che trovò, ordinando, così alla cieca, due croissant e un tiramisù, giurando: mai più, mai più.

Nella foto, il gioco “Colpisci la talpa”.

Rossella Calabrò

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Era una sera d’estate di parecchi anni fa. Una Mogliastra, vestita in total black per timidezza, stava per andare a una festa. Non conosceva nessuno, quella sera, ma era lì apposta, accompagnata dal suo fidanzato nuovo di zecca, proprio per essere presentata ufficialmente agli amici di lui (e soprattutto alle amiche, pensava polemicamente).

Vestitino nero, sandali neri, gioielli etnici d’argento, capelli ricci perché tanto d’estate, con l’umido che c’è, è proprio inutile stirarli o bigodinarli.

Scortata dal nuovo fidanzato (nuovo per lei, perché per buona metà delle femmine presenti, sospettava la Mogliastra, era un po’ usatello) e scortata anche dall’immancabile plotone personale di zanzare, stava per entrare nel loft (ettepareva che non fosse un loft, pensava sempre un po’ polemicuccia la Mogliastra debuttante) adibito a sede della festa.

Ma l’incauta debuttante commise un’imprudenza, all’apparenza assolutamente innocua: si fermò un attimo nel cortile, staccandosi dal braccio del fidanzato, per accendersi una sigaretta. Il tempo di un click (l’accendino) e di un puf (la prima boccata d’aria arricchita di nicotina), e la situazione prese una svolta inaspettata.

Dovete sapere (molte di voi lo sanno) che la Mogliastra in oggetto è cieca come una talpa, ma non mette gli occhiali manco morta, ed è troppo pasticciona per usare le lenti a contatto. Ora, nella nebbia fuori stagione di quella miope serata d’agosto, la talpastra intravide un gruppetto di festanti che si accalcava intorno a qualcuno. Grazie al super-udito (sviluppato con gli anni per sopperire alla talpitudine) giunsero al suo orecchio frasi del genere: “Ohhhhh, finalmente ce la presenti! Ma che piacere! Ma che bella coppia!”

Curiosa come una donnola (incrociata con un talpone), e assetata di gossip, la Mogliastra strizzò gli occhi ben bene per vedere cosa stesse succedendo qualche metro più in là.

E mise a fuoco la seguente, raccapricciante scena: il suo fidanzato era a braccetto di una sconosciuta, vestita in total black, e la stava presentando ufficialmente a tutti come la sua nuova fiamma, in un trionfo di ohhhhhh e ahhhhhhh.

Grrrrrrrrrr, ruggì sommessamente la talpastra, si cacciò gli occhiali sul naso e fanculo anche la vanità, si scaraventò come un’Erinni al fianco del suo fidanzato, spostò, con un colpo di culo ben assetato, l’usurpatrice e, trasformatasi improvvisamente in una pescivendola occhialuta nonostante i suoi genitori avessero tanto insistito per darle un’educazione urbana e impeccabile, apostrafò il babbeo con un ahò? sesquipedale. Non so perché sesquipedale, ma ci stava bene.

Detto babbeo, riconosciuta nonostante tutto la voce dell’amata, si voltò verso di lei. Poi guardò la tipa che aveva accanto fino a un minuto prima, ri-guardò la Mogliastra, ri-guardò la tipa, pensò di essere a una partita di tennis, e invece era nella merda.

E come si giustificò, il babby?  “Ehhh, vabbe’, ho visto una che ti assomigliava, l’ho presa sottobraccio soprapensiero convinto fossi tu, e siamo entrati”.

Una che mi assomigliavaaaaaaaaa? Un botolo rognoso come quella lì mi assomigliavaaaaaa? Ma io ti caccio il mio intero set di bigodini negli occhi, e dico occhi perché stiamo parlando di vista, se parlassimo di metabolismo sai dove te li caccerei, i suddetti bigodini, e scegliendo accuratamente quelli col diametro di una pigna e con tutto il velcro sopra che ti arpiona le budelle.

Poi però alla Mogliastra venne da ridere, un po’ perché di natura è una persona poco seria, e un po’ perché  il babbeo l’aveva fatta talmente grossa che non si poteva infierire. Oltretutto la Mogliastra, di suo, è sempre stata inflessibile sulle questioni irrilevanti, mentre su quelle epocali si annoia un po’ e glissa spesso.

Unica vendetta: ogni anno, da una dozzina d’anni, di questi tempi si celebra l’anniversario della vicenda della Talpa e del Babbeo, con presa per il culo del Babby davanti al maggior numero possibile di testimoni.

Rossella Calabrò

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Articolo notturno in cui si dimostra che gli esami non finiscono mai, e che, quando una crede di aver imparato tutto,  in realtà non ha imparato niente.

La serata alla festa è partita con un errore fondamentale: il turchese. A me il turchese sta ma-lis-si-mo, a meno che non sia molto abbronzata. Ma con la mia carnagione da vampira, il turchese mi rende forforescente come certe madonnine luminose che si vendono a Lourdes. Oltretutto, avessi almeno gli occhi azzurri, ma no, occhi neri, pelle cadaverica,  capelli scuri, col turchese sembravo appena uscita da una cripta. E questo non aiuta il senso della socialità.

Arrivo alla festa, la festeggiata come da copione mi saluta, ma non è che possa stare con me per delle ore. Quindi, sempre come da copione, mi butto sul buffet, e poi vado fuori a fumare. Mi siedo su un gradino (io adoro sedermi sui gradini, mi fa molto hippie), e, neanche il tempo di tirare la prima boccata di fumo, una zanzara mi punge. Ma dove mi punge? Là. Ma proprio là-là. Giuro, eh, non sto inventando. Occazzo, mi dico. Farei meglio a dire un’altra cosa, ma va be’. Rientro precipitosamente nel locale, monto la faccia simpatica, e perseguito tutte le donne borsa-munite per elemosinare un after-pick, insomma quelle penne all’ammoniaca per togliere il prurito da puntura di zanzara. Finalmente un’anima pia mi presta il suo after-pick. Io la ringrazio copiosamente e mi dirigo verso il bagno per metterlo sul luogo inverecondo del delitto zanzaresco. Ma la tipa mi guarda e mi fa: embé, te ne vai via col mio after-pick? Urka, mi ha sgamata. Le farfuglio, gesticolando, che la zanzara mi ha punto sotto la maglietta. Bugia: la zanzara mi ha punto sotto le mutande, ma come faccio a dirle che il suo after-pick verrà applicato proprio là? Quindi, fingendo di grattarmi la pancia, mi precipito in bagno a smutandarmi e ammoniacarmi la zona. La camminata  è alquanto frenetica e irregolare, come si può immaginare.
Dopodiché, finalmente sedata, restituisco l’after-pick alla proprietaria, affettando un candore virginale, e mi aggiro per il locale. In realtà un po’ di persone le conosco, ma siccome sono vanitosa e, pur essendo miope come una talpa non porto gli occhiali, non riconosco nessuno. Ma vengo riconosciuta da un ragazzo con vista da falco e ciuffo da punk, figlio di una mia amica, e mi metto a chiacchierare con lui. Anzi, essendo anche figliastro, già che ci sono lo recluto come ospite speciale per gli Aperitivi delle Matrigne. Mi accorgo anche che ha lo smalto blu su un’unghia, ma va be’. Del resto, io col mio turchese che mi rende vampira devo solo stare zitta.

Congedato il punkastro, attraverso la sala e vengo arpionata dal cantante.  Mi divincolo come un’anguilla, anzi come un capitone perché porto la 44, e mi avvento sul cous cous. Cous cous senza niente, perché sono vegetariana.  Ma mentre divoro nervosamente gli scipiti granellini etnici, vengo riconosciuta da un’amica che abita a due passi da casa mia, e che deve andarsene di lì a pochi minuti perché la mattina dopo si deve alzare alle cinque. Ohibò, anch’io mi devo alzare prestissimo (seconda bugia della serata). Così, facciamo il giro dei saluti, in cui, stringendo mani e sbaciucchiando visi, mi rendo conto di conoscere in realtà un sacco di persone, ma mi faccio comunque teletrasportare a casa mia.  Anche perché l’after-pick non è che abbia risolto proprio del tutto il problema.

Appena rientrata mi strappo di dosso la mise turchese, la guardo con odio, e, da brava vampira, mordo maglietta e sandali alla giugulare prima di buttarli nell’armadio delle cose che non metto più.

Gamberetti? No, non ce n’erano, c’era solo il pollo da mettere nel cous cous, ma una coscia di pollo nel naso non avrebbe avuto la stessa classe di un gamberetto.

Rossella Calabrò

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Chi ha provato a mangiare da sola al ristorante? Mediamente, non sappiamo dove guardare, non avendo di fronte nessuno. E, fingere di avere di fronte qualcuno, intavolando perdipiù una conversazione brillante, è molto peggio, e la camicia di forza non dona al décolleté.

Possiamo provare a portarci un libro, ma, se lo posizioniamo davanti al piatto,  gli spaghetti, durante il tragitto piatto-libro-bocca, spesso si accasciano sulle pagine del libro. Se lo posizioniamo dietro il piatto, dobbiamo sporgere il collo come delle tacchine, con il rischio di essere assoldate dallo chef per il pranzo di Natale.

Guardare un punto fisso nel vuoto potrebbe essere una soluzione, ma dopo un po’ ci lacrimano gli occhi, oltre a ottenere un’espressione un po’ da pesce lesso.

Fissare qualcuno, non si fa, è maleducazione, lo sanno anche le triglie.

Smanettare col telefono è una soluzione talmente ovvia che veniamo sgamate in tre secondi.

Impiccarsi con gli spaghetti alle vongole? Può essere una soluzione definitiva.

Lo stesso per quell’altra cosa tremenda che è andare a una festa da sole. Con l’aggravante, classificata ai primi posti tra gli sport estremi, di non conoscere nessuno tranne la padrona di casa. I guai cominciano già quando siamo di fronte al citofono.

Bzzzzzzzzzz.  “Sìiiii?” “Ehm, sono Grimilde.” “Ah, sali.” Sì, ma sali dove? Non ci ricordiamo più il piano, quindi siamo costrette a suonare di nuovo. Bzzzzzzz. “Sìiiiii?” “Scusa, non mi ricordo il piano”. “Terquartinto”. Oddio, il tram doveva passare proprio adesso? Non abbiamo capito niente del piano. Rifiutandoci di citofonare per la terza volta, che oltretutto quello lì che ha risposto manco sa chi siamo, ci appostiamo sotto al portone aspettando che arrivi qualcuno con l’aria di andare alla nostra festa. Ci lamentiamo come vitelli perché non arriva nessuno, ma, quando qualcuno arriva, è ancora peggio. Andranno alla festa veramente?  O stanno solo andando a congiungersi carnalmente a casa loro, senza party, né Martini, né niente? “Hehehe, scusate, andate alla festa di Crudelia?” “Sì.” Un lapidario sì, mentre la lei ci squadra sospettosa, e il lui ci scansiona ad alta definizione il lato b. “Hehehe, non mi ricordavo il piano, salgo con voi.” “Mhm.”

Ma poi, mica ci si può attaccare come cozze alla coppia, quando si entra in casa. Anche perché la coppia ci molla immediatamente per marinarsi altrove. E noi lì, a precipitarci verso il buffet, non per fame ma per avere qualcosa da fare mentre, con un gamberetto infilato nel naso per errore, scrutiamo l’orizzonte alla ricerca della padrona di casa. La padrona di casa c’è, ovvio, ma è attorniata da un nugolo di amici stretti,  così stretti che fanno muro, anzi una muraglia cinese intorno al lei, e noi non riusciamo a valicarla. Da sotto la muraglia cinese uggioliamo in mandarino stretto: “Buonaselaaaa!” E lei, cortesemente,  annuisce e morta lì. Che si fa? Si va a fumare sul balcone? Mhmmm, poco trendy. Ci si chiude in bagno simulando un attacco di salmonellosi? Può essere, ma nel bagno ci son già due che stan trombando. Allora si simula una chiamata al cellulare, e poi, risimulando un impegno mondanissimo e galantissimo, ci si fionda nell’ascensore e ci si pigiama a casa, dopo un tempo di permanenza al party di circa diciotto minuti.

Io, che se ho scritto questo articolo queste cose le ho provate eccome, ormai da parecchi anni ho imparato a mangiare al ristorante da sola, e oltretutto mi piace tantissimo. E, alle feste, anche se vado da sola, sopravvivo la maggior parte delle volte, e rischio anzi ogni volta di divertirmi parecchio. Chissà, forse è anche l’allenamento estremo,  il master in famiglie allargate, che ci fa diventare delle impavide Super-Mogliastre.

Rossella Calabrò

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Siete tutte orecchie?

Si parla di: Club delle matrigne

Care mogliastre,

in questi mesi ho raccolto moltissime email di suggerimenti, e così è stata presa una decisione riguardo a questo onorato blog. Che rimarrà qui per voi, come sempre, ma cambierà un po’, ovviamente in meglio.

Prima bellissima novità: una chattastra. Qui a destra troverete, oltre ai miei articoli come sempre, un box per chattare in diretta tra mogliastre. L’idea è nata, praticamente, da voi. Perché spesso lo scambio di commenti, qui, è così veloce e numeroso che assomiglia a una conversazione in chat. E allora, perché non regalarcela? Detto fatto.

Seconda bellissima novità: proprio grazie alla chat, i commenti saranno meno numerosi e non ingolferanno la pagina, perché ottocento commenti alla settimana mettono in difficoltà anche il pc più volonteroso. Non solo: per permettere a tutte le lettrici di leggere i commenti senza perdersi, verranno pubblicati, di volta in volta, solo alcuni post, quelli che non duplicheranno le parole di altre mogliastre, che non saranno aggressivi, o quelli che porteranno effettivamente un contributo, una stimolo per chi legge. Post pro, post contro, post seri e post ridanciani, ma post concreti, che diano suggerimenti, che portino esperienze, o sorrisi, che insomma ci aiutino nel nostro lavoro di mogliastre. E che permettano a tutte, anche a quelle che hanno meno confidenza con questo blog o che non hanno ancora metabolizzato il nostro lessico familiare (allargato) di capirci qualcosa e di sentirsi di casa.

Contente? Io sì, moltissimo.

Un abbracciastro, e un grazie, a tutte voi.

Aggiornamento per chi legge questo articolo qualche settimana dopo la sua pubblicazione: l’esperimento- chat  è stato sospeso, mentre resta attiva la moderazione dei commenti. E resta attivissima la voglia di scegliere sempre il meglio per questo blog. :-)

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Ieri, per la mia inguaribile mania della puntualità, sono arrivata venti minuti prima a un appuntamento fuori da un teatro dove era in corso un saggio di danza. L’appuntamento sarebbe stato a spettacolo terminato, ma, già che ero lì, e dato che fuori c’era un plotone di zanzare coi pungiglioni puntati verso di me, sono entrata. E, peggio di una matrigna, mi sono seduta in fondo in fondo, nell’ultima fila. Essì, perché ieri ero ancora meno di una matrigna, ero l’amica di una zia di una nipote sconosciuta, e oltretutto ero dentro soltanto perché spinta a pungiglionate dalle zanzare. Non solo: il saggio, manco a dirlo, era su Cenerentola. Perfetto. Infatti un getto di aria condizionata dell’Alaska, evidentemente dotato di sensori-step-mother, mi ha seguito col suo occhio sintetico e si è diretto, con pervicacia, dritto dritto sul mio collo e relativa cervicale.
Il saggio era un saggio, quindi c’erano ballerine brave e ballerine che avrebbero avuto più successo in uno spettacolo di casacioff tra vecchie otarie. E poi c’erano ballerine-mini, bambine dai quattro agli otto anni, chi vestita da topino, chi da uccellino, chi forse da figliastra di qualche spettatrice delle ultime file. Ma io, dall’alto della mia estraneità, perché per una volta non ero davvero nessuno e non conoscevo nessuna delle bambine svolazzanti sul palco, ho potuto notare alcune cose.
Intanto, che non sono stata l’unica al mondo, quando ho fatto il mio saggio di danza, a otto anni, a sbagliare implacabilmente tutta la coreografia e ad andare sempre (ma proprio sempre, eh) a destra quando bisognava andare a sinistra, a sbattere contro le mie colleghe-cigni bianchi indignate dalla mia inaudita inadeguatezza, a traballare sulle punte come un dente da latte, a perdere il fermaglio dei capelli e farlo rotolare sotto ai piedi della mia amica bravissima che faceva il cigno nero ma che stava per cadere rovinosamente sul suddetto fermaglio e che poi non mi ha parlato per sei giorni.
Anche loro, le ballerine di ieri sera, hanno fatto dei disastri, non tutte, ma alcune. E io, per quelle alcune, ho provato una simpatia che era quasi amore. Una poi, l’ho vista benissimo che si scaccolava, aveva un cerchietto con le orecchie da topolino, ma si scaccolava come un pachiderma. E un’altra, perché non mi sfugge niente, appena la scarpetta di cristallo è rimasta senza sorveglianza sul palco, l’ha afferrata quatta quatta e se l’è provata con un ghigno, cosa che nella fiaba non risulta. E quella che, avendo le mutande che le davano fastidio, se le è spostate in mondovisione, ravanando a piene mani con la grazia di un gorilla assediato dalle pulci? Ho amato anche lei.
E allora ho pensato, ma se ci fa simpatia l’imperfezione altrui, non potrebbe farci simpatia, finalmente, anche la nostra?

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