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 (Dipinto di Pablo Picasso)

Nel paese in cui matrigna si dice belle-mère, facciamo una domanda al volo a Marie-Luce Iovane-Chesneau, fondatrice del Club delle Matrigne parigino. (www.clubdesmaratres.fr)

Marie-Luce, tu che sei la massima esperta di matrigne, quali pensi siano le tre parole magiche per sopravvivere alla famiglia allargata?

Modestia: non cercare di essere una super matrigna che vuole compensare tutte le carenze del marito, i disagi dei bambini eccetera.

Pazienza e Comunicazione: il tempo gioca a favore nostro e della nostra famiglia. E  la comunicazione aiuta moltissimo ad andare avanti.

Amore: per il marito, ma anche per i figliastri. E, se per caso non si riesce a provare amore per loro, il rispetto può bastare ma, attenzione, deve essere reciproco.

Perdonerei a Marie-Luce il fatto che, di parole magiche, in realtà ne ha dette quattro. Ma mi sembra, anche se la matematica non è un’opinione, che la sua valga moltissimo.

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Chi sono i porci?

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Questo articolo non c’entra niente con le mogliastre, però ho letto una cosa e non riesco a liberarmene.

In molti allevamenti i maialini vengono strappati dalla madre a dieci giorni dalla nascita, perché il pastone artificiale li fa ingrassare più velocemente del latte materno. Ma i maialini, per la frustrazione di non essere più allattati, si mettono a succhiare il codino degli altri maialini. Allora gli allevatori glielo staccano con una pinza, senza anestesia. Altrimenti il codino, succhiato con disperazione, farebbe infezione e richiederebbe una certa spesa in antibiotici per curarlo. Se qualche maiale nonostante tutto si ammala, viene ucciso a bastonate.

L’ho appena letto su “Il dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan, ed. Adelphi. Che non è un racconto dell’orrore, ma un saggio molto pacato sull’industria alimentare.

Mi chiedevo, chi sono i porci?

 

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Fuga ad Alcatraz

Si parla di: Vacanze, matrigna, uomini

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Buone vacanze, mogliastre. E benvenute ad Alcatraz, dovunque voi siate. 

Alcatraz era un carcere di massima sicurezza, arroccato su un’isola nella baia di San Francisco. Celebre perché inespugnabile, vanta ventisei tentativi di evasione in ventinove anni, praticamente tutti falliti. Pare che il nome alcatraz derivi dal messicano, e significhi pellicano. A parte la rima, si tratta di quel volatile con la parte inferiore del becco fatta a conca, per immagazzinare il cibo. A voi servirà per ingoiare tutti gli innumerevoli rospi che vi propineranno nelle vostre vacanze allargate. Dalle camere d’albergo in cui dormirete tutti insieme appassionatamente senza poter fare un minimo di pucci pucci con il vostro moroso, alle telefonate dell’ex moglie esattamente quando avrete trovato il momento del pucci pucci, fino a osservazioni espresse con la purezza di un entomologo tipo: uh, ma tu hai le braccia molli, la mia mamma no. Con relativa dimostrazione scientifica di quanto testé affermato, facendo dondolare quel che resta del tricipite davanti ai villeggianti tutti. 

Alcatraz ora non è più un carcere, fa parte del patrimonio turistico della California. E settembre è alle porte.

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Il serial wedder.

Si parla di: Allarme Ex, uomini

Serial wedder

Attenzione, quell’uomo è un serial wedder. Uno sposo seriale. Insomma, uno che, al matrimonio, ci crede. Ogni volta che si innamora, lui si sposa, si riproduce, divorzia. E poi da capo. Di tre anni in tre anni, di moglie in moglie, di prole in prole. Disseminando miriadi di ex suocere, di ex cognati e di extra da pagare.

I suoi figli incontrano fratellastri e sorellastre in ogni gita dei boy scout, in ogni pigiama-party, in ogni vicino di carrozzina. Al momento dell’appello, il suo cognome risuona, in simultanea, in mille istituzioni scolastiche, dal nido al liceo. Mentre un plotone di ex mogli lo punta minacciosa con i biberon carichi.

Attenzione, quell’uomo è un serial wedder. Se lo conosci, lo eviti. Se non lo eviti, lo conosci.

 

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Par Condicio.

Si parla di: interviste, uomini

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(Dipinto di Tamara de Lempicka)

“Con l’espressione latina par condicio si intendono quei criteri adottati dalle emittenti televisive nel garantire un’appropriata visibilità a tutti i principali partiti e/o movimenti politici.” (definizione tratta da Wikipedia).

Ecco, allora pensavo, per par condicio, di garantire appropriata visibilità anche agli altri componenti della famiglia allargata. Cominciamo dai maritastri, insomma dai patrigni.

Ne conoscete qualcuno che abbia voglia di farsi intervistare?

  

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Strizzamatrigne

Facciamo due chiacchiere con la dottoressa Maria Rosa Greco, psicologa e psicoterapeuta.

D. So che lei, tra le altre cose, dirige dei gruppi di sostegno per matrigne. Io penso che non esistano “matrigne cattive” ma solo matrigne in difficoltà, piene di paure e di insicurezze. Lei, che le conosce a fondo, cosa ne pensa?

R. E’ proprio così. Queste donne si trovano improvvisamente a gestire più relazioni, fatte di più teste, più umori, più cuori, più preoccupazioni, più esigenze e spesso con lo spauracchio del confronto con la madre naturale. Di per sè, qualsiasi nuova esperienza prevede il rischio dell’incognito e si tende a reagire con un livello di ansia più elevato del solito. Condividere la propria vita, i propri spazi personali con un compagno porta già grandi cambiamenti che, nel caso specifico, ha una valenza in più. L’esordio nei miei incontri con queste donne è che è assolutamente normale sentirsi in difficoltà, come è normale poterle risolvere, cominciando proprio dall’essere consapevoli di ruoli, sottoruoli, emozioni implicite ed esplicite, etc.

D. E il padre, per aiutare la nuova compagna a inserirsi nella famiglia allargata, come si comporta, di solito? E come sarebbe meglio che si comportasse?  (Dando per scontato, chiedo perdono, che il suo comportamento potrebbe migliorare.)

Nei padri riscontro, di solito, due tipologie:

a) c’é chi pensa dentro di sé che finalmente può condividere la sua responsabilità della gestione familiare con un’altra persona e che tende, dopo una  prima fase di coinvolgimento attivo, a rilassarsi e a delegare alla nuova arrivata che senz’altro giudica più fresca e quindi più disponibile a cavalcare l’onda delle difficoltà (anche perché sottilmente sopraggiunge il pensiero “è lei che deve farsi accettare, io sono già il papà.”). Questa categoria farebbe bene a esplicitare questi pensieri, piuttosto che trattenerli dentro e porre semi di disarmonia piuttosto che di integrazione. 

b) l’altra tipologia di padri riesce a condividere fino in fondo la nuova realtà, oltre la prima fase di assestamento. Si rende conto che anche per lui è un rinascere in una nuova vita. Il modo migliore per iniziare ad affrontare la nuova condizione di famiglia allargata è proprio non negarla. E’ un altro tipo di famiglia, né peggiore né migliore, semplicemente un altro. Suggerisco anche di tenere sempre ben presente che i due nuovi genitori sono diventati tali perché si sono scelti prima di tutto come compagni di vita, quindi provano attrazione fisica l’uno per l’altro, condividono affinità, etc. Sono queste le fonti di nutrimento a cui attingere quando ci sono da affrontare le difficoltà del dover costruire una nuova famiglia. Farsi assorbire totalmente da queste ultime è molto pericoloso per la vita di coppia. 

D. Secondo la mia esperienza di matrigna, le tre parole magiche per sopravvivere alla famiglia allargata sono: generosità prima di tutto, e poi pazienza e senso dell’umorismo. Le sue?

R. Le tre parole magiche che suggerisco sono gioco, condivisione e Amore. Scrivo quest’ultima parola con l’iniziale in maiuscolo per distinguerla dal sentimento legato alle emozioni, a una relazione specifica. Esiste anche un amore che, come il sole, scalda con i suoi raggi ovunque arrivi, senza distinzioni, né privilegi, né antipatie, né simpatie. Questo vuole dire che non amo per un motivo, perché sei mio figlio, perché non sei mio figlio, perché sei brutto, bello, intelligente, stupido, perché voglio compiacere il mio partner e non voglio perderlo, etc. Amo e basta. E in questo il femminile è molto più aperto, per sua natura, non perché gli uomini siano cattivi o insensibili. Hanno semplicemente altre modalità. 

 

 

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Cosa fanno le cose quando non le guardiamo?  

(Dipinto di René Magritte)

 

Surrealismo a parte, mi chiedevo: cosa fanno i figliastri quando non li guardiamo?

Le mie, entrambe in vacanza con le relative madri, mi hanno scritto dei messaggini. Così, messaggini scemini, mica per dirmi se potevo stirargli i vestiti per settembre o, sempre per settembre, liberare la casa e anche il papi. Messaggini piripini, carini.

Surreale?

 

 

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Ti piace? A cosa serve?

Si parla di: libri, uomini

Cuore di pietra

Ti piace? E gli uomini invariabilmente rispondono: a cosa serve?

Se una cosa non serve a fare qualche altra cosa, per loro non esiste. Altri esempi?

Nuovo taglio di capelli che ci è costato un milione di attacchi di panico, un miliardo di crisi di identità e un bot di tachicadia: ah, bene, così si rinforzano.

Mobili di casa spostati e risistemati cartavetrando fino all’erosione completa delle mani e in seguito debitamente riverniciati con sangue di recupero: a meno che non siamo intervenute su tivù, divano o telecomando, azione non pervenuta.

Un’enorme ciotola di gerani che, nel trasportarla, ci ha interrato tutte e ventiquattro le vertebre fino a ridurci all’altezza di un gremlin. Commento: ah. E, nel fortunato caso di partner logorroico, si può sperare in un: però adesso chissà quante formiche ci arrivano.

Gli orecchini poi sono come il mantello di Harry Potter: hanno il dono dell’invisibilità. Due candelabri nuovi in scala 1:1 appesi ai nostri lobi hanno il magico potere di non essere notati, nonostante gli scampanellii da stadio e i lobi da aborigeno.

Leggendo il libro “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, tutto questo si spiega. Ma non credevo che, per vivere con un uomo, ci volesse un manuale di astronomia.

 

http://librioro.rcslibri.corriere.it/librioro/libro/0318_gli_uomini_vengono_da_marte_le_gray.html

 

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Genitori adottati.

Si parla di: libri, matrigna

Genitori adottati.

“Genitori adottati”. Così ci definisce la dottoressa Maria Rosa Greco nel suo articolo “Essere genitori adottati: che fatica!”. (http://www.terranauta.it/printArticle.php?id=2162&npage=)

E’ una definizione originale e stimolante. Non so se mi ci riconosco in pieno, così come non mi riconosco completamente nel titolo di un libro uscito abbastanza di recente, “Il terzo genitore” di Anna Oliverio Ferraris, ed. Raffaello Cortina.

Dato che non mi ritrovo del tutto in nessuno dei due, dev’essere il denominatore comune che non mi convince: genitore. Genitore è colui che genera, e che nel farlo ci mette i suoi geni. Noi mogliastre non abbiamo generato, e i nostri geni sono diversi da quelli dei figliastri come i geni di un pinguino da quelli di un tiramisù.

Ma, se pensiamo che il DNA di una pianta e quello di un essere umano sono simili per il venticinque per cento, be’, forse siamo genitori adottati davvero. Ed è un’espressione che mi intenerisce un po’.

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Nido a ore.

Si parla di: figliastri, matrigna, uomini

Nido a ore.

La casa di una mogliastra non è una casa come tutte le altre. La casa di una mogliastra è una casa turnista. C’è il turno “coppia” e c’è il turno “famiglia”. Nelle case delle mogli-mogli, o si è una coppia o si è una famiglia. Punto. Nella casa di una mogliastra, dipende. Dipende dal turno del papi.

In una casa senza turni, sai con certezza cosa ti aspetta. Invece, quando una mogliastra si sveglia, prima di chiedersi che ore sono, si deve chiedere che giorno è. E’una differenza sottile, ma sostanziale. Che ore sono significa che può essere o tardi o presto. Che giorno è, invece, offre infinite varianti. Può prendere forma una giornata da tacchi o una giornata da pidocchi, una serata da Baglioni o una serata da cartoni, una nottata in trattoria o una nottata in farmacia.

La casa di una mogliastra non è una casa come tutte le altre. Ma anche di una casastra, ci si può fare un nido. 

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