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Il sogno dello sgabello

Si parla di: matrigna

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Certe volte una mogliastra vede uno sgabello e sogna. Sogna di salirci su, e poi scendere perché si è dimenticata una cosa. Allora va in cucina, prende una corda bella grossa, le lega al gancio del lampadario e ne fa un cappio. Poi nota che una corda che pende dal lampadario di casa sua sta malissimo, ma alza le spalle sbuffando e pensa che è una ragione in più per salire sullo sgabello. Cosa che fa. Poi si sistema il cappio intorno al collo e, con un saltino anche aggraziato per essere una mogliastra, pluf, si butta giù. Azione che provoca prima di tutto un brutto effetto doppiomento, con la corda che spinge in su la ciccia del collo. In seconda battuta produce un forte segno sul collo che neanche con tre anni in beauty farm va via. Nel frattempo gli occhi strabuzzano, e il rimmel cola copioso disegnando una emme di mogliastra sulle guance peraltro già cianotiche. Tutto il resto del corpo intanto si irrigidisce, e questo può essere un bene per glutei e cosce, ma un male per la cervicale, che poi i massaggi lì appesa al lampadario chi glieli fa. Ultimo tocco, il piede sinistro, quello del cuore ma anche quello del diavolo, si stende in un fremito, o almeno così ci fanno vedere nei film. In effetti quando si dice tirare le cuoia, forse si intende proprio questo estremo stiramento delle estremità, un po’ cuoiose. Con ogni probabilità a questo stiramento segue la caduta della scarpa sinistra sul pavimento, un evento con implicazioni sonore che richiamano l’attenzione già pronta alla guerra dei decibel della signora del piano di sotto, che ha il numero dell’amministratore  sotto una calamita del frigo a forma di P38, con silenziatore. Allora, per evitare di dover anche rispondere al telefono mentre è lì appesa al lampadario con il doppiomento, la ruga sul collo, la emme nera sulle guance blu, i glutei tonici e la cervicale a pezzi, oltre al piede scalzo col tallone cuoioso, la mogliastra si sveglia dal sogno. Accanto a lei c’è un figliastro che le fa un abbraccio, stretto stretto, peggio di un cappio. E allora forse, lo sgabello, è ora di buttarlo via.

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Auguri, mogliastre

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Facciamoci gli auguri, mogliastre. Ne avremo bisogno. Il Natale è un gran frullatore, ed è difficile uscirne intere. Difficile, non impossibile. A gennaio comunque  facciamo la conta dei pezzi  che ci sono rimasti.

Parola d’ordine di queste feste: laissez tomber. L’ho sentita l’altro giorno, e mi sono ricordata che è un’espressione efficace, oltre ad avere  quel fascino parigino che la rende più charmante. Laissez tomber, non nel senso di buttare  tutti nel tombino. Nel senso di lasciar cadere (tomber) le provocazioni. Almeno fino al 2009.  Ce la faremo? Ce la faremo.

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Mogliastre, esco temporaneamente dall’ibernazione tecnica per dirvi che oggi su La Repubblica c’è una pagina intera dedicata a noi, al blog, al club.

E dai e dai, ce la faremo.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/12/22/il-club-delle-seconde-mogli-non-chiamateci.html

 

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Era Glaciale

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Mogliastre, mi sono temporaneamente ibernata causa problemi tecnici su questo blog, come potete vedere dalla grafica e soprattutto dai commenti volatilizzati. Ci rivediamo al disgelo.

Se volete scrivermi o commentare:  info@clubdellematrigne.it

 

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Meglio tordi che mais, liberamente tratto dal detto popolare meglio tardi che mai, significa che è meglio mangiare che essere mangiati. Ma non è detto. A volte, per esempio in una famiglia allargata, subire un po’ di cannibalismo non fa male, stranamente, a nessuno. Anzi, è salutare farsi brasare un polpaccio o vedersi trasformare un alluce in sushi.

Perché, in fondo, è necessario darsi, per farsi accettare. E questa frase leggetela bene perché è il piatto forte di questo testo. Il resto è solo contorno.

Bisogna che i figliastri ugolini sollevino la testa dal fiero pasto pensando che era roba buona, per poi chiederne ancora. Certo, non è mica facile farsi mangiare vive fin dal primo giorno. Bisogna prima frollare ben bene, come fagiane, appese a testa in giù finché le carni non siano pronte, morbide e soffici. E per questo non c’è problema, le carni si smollano che è un piacere, e senza nemmeno  appendersi  a testa in giù. Comunque, ad appenderci, ci pensa la famigliola, senza bisogno di chiederglielo. Controlliamo solo che la corda non sia fatta a cappio,  per il resto mettiamoci lì tranquille a frollare, in attesa di tempi migliori.

Ma dopo il frollo, arriva il frullo. Il frullo d’ali che ci permette, finalmente, di svolazzare garrule in quella voliera da Hitchcock che è la famiglia allargata.

Certo, voleremo con il segno di qualche morso sulle orecchie, con un paio di falangi in meno, ma voleremo. Voleremo come non abbiamo fatto mais.

 (Dipinto di Diego Rivera “La festa del mais”)

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Mi chiedevo, mie mogliastre, mentre sbranavo una focaccina al salame che, essendo io vegetariana, la dice lunga sulla mia meteoropatia, se il destino, o il karma o il caso o quello che volete, quelle cose  insomma che rendono una donna matrigna dipendano (anche) dal rapporto che ha avuto con sua madre.

Io non ho avuto un bel rapporto con mammà, e alcune mie colleghe matrigne anche. Che dite?

Lo so, piove. Focaccine al salame per tutte.

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Voglia di legalità

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Sono giorni di copia-incolla, mogliastre. Ho trovato la scansione dell’articolo sulla famosa proposta di legge francese per legalizzare matrigne e patrigni. Chi ha voglia di leggerlo, lo trova qua: 

http://s2ew.mpv.glauco.it/mpv/s2magazine/AllegatiTools/809/043008fac.pdf

 

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Meglio tardi che mai

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Copio-incollo quello che ho trovato qui:

Nella prima stesura dei Grimm Biancaneve fu avvelenata dalla madre.

Per generazioni la favola di Biancaneve aveva fornito la giustificazione ideologica per diffidare delle matrigne, in specie quelle di sangue blu: ma un esame della prima edizione della fiaba ha rivelato che a tentare di avvelenare la melensa principessa fu la sua stessa madre. Come riporta il quotidiano spagnolo El Mundo, i fratelli Grimm alterarono infatti la trama del racconto per evitare di ferire la sensibilità dei propri lettori, scegliendo la soluzione evidentemente per loro meno scioccante di destinare la regina a morire di parto ed il re a legarsi in santo matrimonio ad una attraente (almeno nella sua versione giovanile) aristocratica con l’hobby  casalingo della magia nera. La rivelazione è venuta a galla nel corso della conferenza internazionale della società europea della favola, un’organizzaione che riunisce oltre 400 filologi, critici e scrittori: come ha spiegato il suo presidente, Heinrich Dickerhoff, nell’Europa centrale dei primi anni del XIX secolo “una madre malvagia non era accettabile”. Al centro dei lavori della conferenza, tenutasi a Potsdam, i rapporti tra le favole per l’infanzia e i costumi morali del periodo in cui furono scritte. Jacob Grimm fu uno dei fondatori della moderna scienza della filologia ed insieme al fratello Wilhelm promosse un recupero della cultura popolare tedesca, tra cui la raccolta delle leggende e fiabe tradizionali.

Mogliastre,  meglio saperlo tardi che mai, no?

 

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Bufo a ufo

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“Croak. No, non ho digerito, è che sono un rospo, e mi esprimo così. Buffo? Be’, pensate che il mio nome scientifico è Bufo bufo. Poi uno dice che l’abito non fa il monaco, ma se uno si chiama bufo, non è che poi diventa tanto facilmente un principe. Né un monaco, né tantomeno un abito.

Comunque, nonostante sia bufo, io posso secernere una sostanza per niente buffa ma molto velenosa, la bufalina. Che non è una mozzarella piccola e nemmeno una bufala, anzi, è una sostanza che produce  allucinazioni  davvero pazzesche. Quindi, se ogni tanto non riesco a trasformarmi in principe, trac, mi sparo una bella dose di bufalina e poi parto alla ricerca di qualche principessa  gnocca.

Ecco, l’unico problemino con le principesse gnocche è che, noi bufi, pratichiamo quello che si dice l’amplesso  ascellare. Amplesso che non è molto apprezzato dal genere principesco. Un po’ per le ascelle che non si possono depilare per mesi, onde ottenere maggior presa. Un po’ perché, mi rendo conto, avere un rospo ansimante abbarbicato  a un’ascella non dev’essere molto eccitante.

Comunque, quello che volevo dire è che bisogna smetterla di raccontare fiabe in cui i rospi sono delle povere merde che ambiscono solo a trasformarsi in principi. A parte che voglio vedervi io a baciare una merda, anche se metaforica. Comunque, i rospi sono rospi, con una loro identità e una loro dignità. A parte la questione delle ascelle.

E magari ci sono principi che sbavano per trasformarsi in rospi. Non soltanto per sfuggire al fisco, ma anche per provare l’umida ebbrezza di un amplesso ascellare,  o l’estasi di un’allucinazione da bufalina, o, ancora, la sorpresa di un rutto che fa croak. (Sì, era un rutto quello all’inizio. Scusate se mi è scappato, ma mica sono un principe, io).

Insomma, smettiamola con questa storia dei principi fighi e dei rospi sfigati. Anche perché, se ci pensate bene, le principesse non fanno altro che baciare rospi. E mai principi.

Bufo, no?”

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Va tutto a culeo

Si parla di: matrigna

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Molti pensano che un’istrice, se minacciata, scagli i suoi aculei contro il nemico tentando di trasformarlo in uno stolido puntaspilli. E invece no. L’istrice, gli aculei, li perde solo per lo spavento.

La storia funziona così: l’istrice spaventata, per sembrare più grande e minacciosa, gonfia pelo e aculei grazie a degli speciali muscoli erettili. (Niente battute, mogliastre). Ma poi, siccome ‘sti aculei sono attaccati male, appena si agita un po’ troppo se li perde per strada. Fortuna vuole che l’aggressore, in quanto aggressore, sia sempre nelle vicinanze, e così, se per esempio inciampa su una pigna e cade, gliene rimangono un po’ addosso. Però, siccome gli aculei sono seghettati in un solo senso, non riesce più a tirarseli via. A meno che l’aggressore  non sia per esempio un primate, specie dotata di pollice opponibile, e allora se li può togliere agevolmente con un dito, anzi due. Ecco, questo è il massimo dell’aggressività che può produrre un’istrice.

Una mogliastra, quando si sente minacciata dalla famiglia allargata,  si gonfia per sembrare più aggressiva ma poi, pluf, i suoi aculei attaccati male le cadono tutti sul divano del tinello. E, se il marito passa di lì per cercare il telecomando, è probabile che un aculeo gli resti attaccato al culeo. Ma se succede  è quasi per caso. E comunque il marito in questione dovrebbe essere dotato di pollice opponibile (non quello del televisore, proprio un pollice tutto suo) e quindi dovrebbe riuscire a estirparsi gli aculei senza problemi, come la scimmia di qualche riga fa. A proposito, se magari un’ex moglie inciampa in una pigna, sempre quella di qualche riga fa, anche lei rischia di trovarsi qualche aculeo impigliato nei peli dei polpacci. Ma niente di più grave, direi, a parte il fatto estetico.

L’aggressività di un’istrice e quella di una matrigna, in realtà, sono molto simili. Eppure c’è ancora chi crede che le matrigne siano capaci di sparare aculei  come mitragliette. Invece le matrigne perdono solo il pelo, mentre il vizio di crederle cattive non lo perde nessuno.

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