Pancia dixit

pancia-dixit.jpgLo dice la scienza, e lo dicevano anche gli antichi, che noi abbiamo due cervelli: uno nella testa, coi suoi bei neuroni arrugginiti, e uno nella pancia, che funziona alla grande. Tutte le emozioni primordiali, paura, rabbia, amore, mi sa che si ritrovano lì, tra una sacher e una bistecca.

La pancia ogni tanto manda dei segnali alla testa, tipo: ehi, senti, cosa ne dici, questa cosa la facciamo o non la facciamo? E la testa risponde: no no, non facciamola, per carità, e spiega anche, con grande sferragliare di neuroni, tutti i perché e i percome, e fa previsioni su come andrà a finire. Ma laggiù nella pancia si borbotta: ahà, e la cosa, spesso, la si fa lo stesso.

Però, ecco, signora testa, quando la pancia dice, per esempio: attenzione, sento che quella cosa non va bene, lei, testa, non può capire. Perché lei pensa, non sente. E c’è una bella differenza tra questi due verbi. Pensare vuol dire elaborare a livello razionale, e dare un responso, o due o tre. Sentire va molto, molto più in profondità, pesca dalla forza stessa dell’universo, non da quattro chiacchiere promosse a parole. La pancia funziona con l’intuito, una cosa trasversale, non con il pensiero, una cosa un po’ troppo umana per essere perfetta.

Insomma, mogliastre, secondo me la pancia ha sempre ragione. Anche quando ci trascina in avventure che hanno tutta l’aria di essere delle cazzate catastrofiche, poi, alla lunga, si scopre che aveva ragione lei. E lo dice una che ha appena dato ragione alla testa, e adesso giura che mai più.

Per farmi perdonare, nel frattempo, regalo alla pancia una scatola intera di biscotti. Mica per gola, eh, solo per recuperare il rapporto.

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donne-di-pancia-blog.jpgMie mogliastre, siccome mi sa che siamo tutte donne che ragionano più con la pancia che con la testa, festeggiamo questa nostra bellissima caratteristica il 13 febbraio, proprio il giorno prima del famigerato san Valentino -così ci togliamo il pensiero- e troviamoci tutte a Milano per ballare con le danzatrici del ventre di Jamila Zaki. Ci sarà un aperitivo, un breve spettacolo di Jamila in cui potremmo essere coinvolte, (da cui l’aperitivo a non indifferente tasso alcolico) e la presentazione del libro Mogliastre. Alle 19, in via Bergognone, 24. 

P.S. Invece, i nostri soliti Aperitivi delle Matrigne si terranno lunedì 1 febbraio. 

 

OOOOOPS: ATTENZIONE, FORSE QUESTO EVENTO DANZANTE DEL 13 FEBBRAIO E’ SOSPESO. VI INFORMO AL PIU’ PRESTO. SCUSATE. :-( ((

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T’amo, pio bivio

tamo-pio-bivio.jpgEd ecco che, a un certo punto del matrignato, si arriva a un bivio. Da una parte c’è un cartello che dice: STAI, dall’altra ce n’è uno che dice: VAI. Di solito questo bivio si presenta intorno al terzo anno, ma non è una regola. Però, se si calcola che dopo quattro anni si arriverebbe alla proverbiale crisi del settimo anno, viene  da essere un filo disfattisti, ma va be’.

Allora, dicevamo, il bivio. Bivio, lo dice la parola stessa, significa che ci sono due vie. Ognuna poi può avere deviazioni, lavori in corso, scale mobili o sabbie mobili, ma in sostanza, o si va o si sta. Se si va, e se si è sopra i trentacinque-quaranta, il primo rischio è di ritrovarsi, qualche tempo dopo, con un altro uomo munito di prole altrui. E allora una si chiede: ma chi me l’ha fatto fare? ci ho messo tre anni a tentare di educare quell’altro, e adesso mi ritrovo ‘sto qua, ancora selvaggio come una moffetta, e praticamente ho buttato alle ortiche tre anni di riformatorio casalingo. Perché, mie mogliastre, ho la terribile sensazione che gli uomini siano un po’ tutti uguali, ma soprattutto, siamo noi che tendiamo a essere sempre uguali a noi stesse. E allora, tutto quello che ci faceva male una volta, ci fa male ancora, nonostante il cambio di compagno e di prolastra. Da cui il pensiero fondamentale: dobbiamo lavorare su noi stesse, renderci più brave a farci scivolare addosso le cose, tirare fuori la nostra generosità, e diventare, senz’altro, più adattabili. Perché nell’evoluzione non vince il più forte, ma il più adattabile. E per adattabile non intendo coglione, ma elastico. Così, tanto per chiarire.

Piano B: decidiamo di restare. Il rischio qui, anzi, a mio modesto parere la certezza, è che ci vorranno anni prima di smettere di rimpiangere questa decisione. Ci aspettano orde di pensieri devastanti, montagne di insicurezze e frustrazioni, uno stillicidio di rabbia, e ci troveremmo quasi sempre con due canini lunghi come quelli di un tricheco, pronti ad azzannare i lombi del compagno o, se resistiamo al ribrezzo, quelli della ex. Però diciamo che una luce in fondo al tunnel c’è. C’è la possibilità, concreta e sperimentata da altre donne, di un arricchimento interiore, e di una vita, seppur bislacca, molto stimolante e piena. Più ricca di quella di una famiglia tradizionale, proprio perché, come ho scritto varie volte, ai legami di sangue si sostituiscono legami fatti di niente, eppure altrettanto forti. I figliastri possono diventare una risorsa preziosa, mogliastre, non dimentichiamolo. Possono anche non diventarlo, succede che non ci si pigli caratterialmente, ma diamo tempo a questi piccoli alieni, facciamoli crescere, aspettiamo che si rivelino un po’ più per quello che sono davvero, sotto la scorza dell’infanzia o quella ancora più difficile dell’adolescenza. E intanto, facciamogli delle trasfusioni di DNA, il nostro, che passa attraverso una pastasciutta, un sorriso, e anche un cazziatone, perché no.

Ma. Ma la parte più difficile, davanti al bivio, è rappresentata da noi. Anche dai nostri compagni, certo, ma io credo che una coppia vada avanti grazie alle donne, e alla loro forza. Credo in un matriarcato non ufficiale, ma reale. E molto, forse non tutto ma molto, è nelle nostre mani. Anche per motivi biecamente biologici: noi donne abbiamo la struttura mentale, la sensibilità e la determinazione  per gestire le situazioni affettive. Gli uomini, generalizzando, molto meno.

Ecco, però c’è una considerazione, come si dice, over all: se, davanti al bivio, ci rendiamo conto, guardandoci dentro con onestà, che non siamo abbastanza forti, o ancora troppo indietro con i lavori su di noi, be’, mogliastre, non suicidiamoci, ma dirigiamoci con passo elastico verso il cartello VAI, e dopo, mentre ci lecchiamo le ferite, facciamo tesoro di tutte le lacrime e le incazzature, cerchiamo di capire i meccanismi che le hanno create, e prepariamoci al prossimo incontro. Con ogni probabilità sarà un altro marsupiale, ma, forse, saremo più pronte.

Però, vi prego vi prego vi prego, non buttiamo via una storia dando la colpa agli altri. Tranne rari casi, mie mogliastre, è davvero tutto nelle nostri mani. E’ solo una questione di tempo, la questione più difficile di tutte. Sì, lo so che il tempo e l’orologio biologico, per esempio, non vanno d’accordo. Lo so, e mica ho una soluzione per tutto, però davvero vorrei che ci fermassimo tutte a pensare alla nostra forza, e a quanto poco la stiamo usando. Ne abbiamo un sacco, davvero, stasera proviamo tutte a guardare sotto i tappeti, tante volte fosse lì.

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Piccole fiammiferaiastre

piccole-fiammiferaiastre.jpgLa Sindrome della Piccola Fiammiferaia ci colpisce tutte. E’ quella fottutissima sindrome per cui, come la Fiammy, si sta fuori al gelo a guardare dalle finestre le famigliole felici che si scaldano al tepore del camino, degli affetti, e di qualche manifestazione di sonoro metano parentale. E noi invece lì, algide e depresse sotto la neve, a vendere fiammiferi che nessuno compra, a piedi nudi senza nemmeno i soldi per una buona pedicure. Lì, vestite di stracci senza nemmeno uno straccio di firma, coi capelli crespi e anche un po’ unti, eppure tanto, tanto belle dentro. Fiammiferaie messe lì, sempre all’angolo della strada dove si incrocia l’Insicurezza con la Paura. A due passi dal cinema Abbandono, dove proiettano film dell’orrore che sembrano scritti da noi. Lì, nella strada che porta al macello, dove si scannano matrigne che verranno in seguito farcite come tacchine per il Natale a cui non parteciperanno se non arrosto. Lì, pronte a tendere trappole per ribadire il nostro fiammiferaismo, a fare sgambetti ai nostri uomini, peraltro già un po’ malfermi e poco agili di loro, pur di assicurarci cento scatole di fiammiferi invenduti. Lì, in agguato sui lettini dei figliastri, a sentire se sognano male di noi. Lì, accanto alla ciotola del gatto, a contargli quanti croccantini gli hanno dato, e a confrontarli con i nostri, pochi, possi, e del discount.

Fiammiferaie di tutto il mondastro, chiediamoci, e chiediamocelo fino in fondo al cuoriciastro, quanto sia realtà e quanto sia paturnia, tutto questo. E, soprattutto, lasciamo meno spazio ai fiammiferi, e più spazio a noi stesse. Tanto, se l’opossum* sente puzza di bruciato, mica si ferma a vedere se c’è bisogno di un estintore. Si è mai visto un opossum pompiere?

 

* dicesi opossum, per chi fosse nuova di questo blog, il maschio umano standard. che, in caso di minaccia, come il noto marsupiale finge di essere morto.

 

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Figliastra zen

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Inauguro l’anno nuovo con un post un po’ zen. 

L’altro giorno, in coda a una chiacchierata tra me e la mia figliastra quattordicenne, lei mi ha detto, con nonchalance: io di te mi fido. Io, matrigna indagatrice, ho incalzato: perché? E lei, con semplicità, mi ha risposto: ma perché tu sei tu.

Ecco, io credo che quel perché tu sei tu rappresenti un mondo.

Un mondo nuovo. In cui entrare con la mente sgombra e il passo pulito. Un mondo fatto da persone, non da ruoli. Un mondo in cui vincono le emozioni, non le razionalizzazioni.

Tu sei tu. Certo, figliastra, hai ragione. Anch’io ti voglio bene perché tu sei tu, non perché sei la figlia di mio marito. Perché sei spiritosa, perché sei timida, perché sei buona, perché incredibilmente il mio DNA, che non poteva arrivarti col sangue, ti ha raggiunto attraverso tanti momenti passati insieme.

Tu sei tu. Io sono io.

Figliastra, matrigna, non importano i ruoli fra noi. Ma purtroppo importano fuori da noi, dove una matrigna, anche se è una tuseitù, non conta un cazzo. (Ops, scusate, il maestro zen è uscito per saldi.)

E allora, tuseitù o non tuseitù, tocca continuare la battaglia, cosa poco zen e molto occidentale, ma è in occidente che viviamo. Tocca ribadire il nostro ruolo di adulti di riferimento, tocca sradicare i pregiudizi, tocca, tanto per cambiare, farci il culo. (Maestrooooo?).

Ma dentro di noi, ed è questo che ci può dare la forza, sappiamo che possiamo essere delle tuseitù, e allora, forse, sarà tutto un pochino meno difficile.

 

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lsd.jpgCascate di diamanti, serenate al chiaro di luna, dichiarazioni d’amore, proposte di matrimonio, teste di ex su un vassoio d’argento, alucce di figliastri al gratin.

Se durante le vacanze avete ricevuto tutto questo e siete ansiose di condividerlo, lunedì 4 gennaio: Aperitivi delle Matrigne.

Se non avete ricevuto niente di tutto questo, cosa peraltro davvero inconsueta, ci vediamo lo stesso per scoprire come possa essersi verificata cotanta bizzarria.

 

(Dipinto di Magritte)

 

 

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