Mi ritorni in mente

mi-ritorni-in-mente.jpegMi è tornato in mente oggi, forse perché è tornato anche un tempo da schifo, di una volta, tanti anni fa ormai, in cui il mio uomo era sul nostro letto a giocare con le sue figlie. Mi è tornato in mente il dolore acuto che ho provato, la fitta tremenda di gelosia e il senso di sacrilegio. Assolutamente fuori luogo, mi rendo conto ora. Ma il dolore, che sia pertinente oppure fuori luogo, fa male lo stesso.

Ecco, io invito le mogliastre novizie a cercare di immaginarsi tra qualche anno, veterane, quando nel lettone, con buone probabilità, non ci sarà più posto per questa gelosia. Ma ci sarà posto solo per il piacere di vedere il nostro uomo che va d’accordo con i suoi figli. Per godersi l’armonia, in santa pace. Certo, ci vorranno anni, anzi secoli, e non è nemmeno detto che succeda. Però, ecco, in un angolino della nostra pancia, quella che ci rende gelose e insicure del nostro ruolo, ricordiamoci di pensare che tutto cambia, che sentimenti e situazioni emotive sono transitorie, e che, insomma, certi disagi non durano per sempre.

Oggi ho la vena malinconica, mogliastre, che ci volete fa’.

 

(Dipinto di Magritte)

 

186 commenti

senienteimpogrande.jpg Cosa c’entra questo libro con le matrigne? Be’, c’entra perché gli animali, come le matrigne e molto di più, sono una specie in difficoltà a causa della violenza e dell’ignoranza di noi umani.

Sì, lo ammetto, il “cosa c’entra” è un po’ stiracchiato, ma vi prego, mogliastre, leggetelo.

E se non vi importa degli animali, leggetelo lo stesso per favore perché si parla anche della sopravvivenza umana, estremamente a rischio a causa degli allevamenti intensivi.

Lo leggete? Eh? Vi prego vi prego vi prego.

“Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?”

di Jonathan Safran Foer. Ed. Guanda.

 

17 commenti

civetta-sul-bistro.jpgSabato, durante una giornata di sana ribellione a tutto, me ne stavo da sola seduta in un bar a mangiarmi beatamente una piadina. Un po’ più in là c’era una signora sui settantacinque, agghindata di tutto punto, e alquanto nervosetta. Aveva -l’ho osservata a lungo perché mi piace un sacco guardare la gente e poi non avevo niente da fare- un golfino beige molto aderente da cui esondava, sulla schiena, una duplice coppia di rotoli di grasso sopra e sotto il reggiseno, coperti però furbescamente da una vezzosa stola in tinta. Pantaloni beige, scarpe con tacco e laccetto sulla caviglia, segno di chi frequenta qualche corso di ballo per la terza età, e capelli biondo platino cotonati come una montagna di zucchero filato.

A un certo punto le suona il cellulare. La stola le scivola giù, i rotoli hanno il loro momento di mondovisione, lei risponde con tono civettuolo: sìiiiiii, sono qua seduta al bar, ho il Corriere sul tavolino.

Ora, cosa può interessare a un’amica, che lei abbia una copia del Corriere sul tavolino?

Ahà, scoperto l’arcano. Ecco un baldo ottantenne, con coppola regolamentare, che le si avvicina. Si studiano un attimo come due cani al primo incontro, non si fiutano i rispettivi sederi per sopravvenuti limiti di età ma è come se lo facessero, e poi il baldo, con molta lentezza e qualche dolore articolare, si issa sulla sedia di fronte alla platinata. Un attimo di disappunto quando, tolta con cavalleria la coppola, la signora, anzi, signorina, gli vede brillare un cranio pelato come un uovo sodo, ma va be’.

E iniziano a chiacchierare. Di cosa? Dei rispettivi figli. Insomma, si stanno candidando per diventare un patrigno e una matrigna.

Alla platinata la stola scivola giù più volte, al baldo la pelata brilla altrettanto, ma, insomma, si direbbe che un po’ si piacciono.

Ma, piaceranno ai figli? mi chiedo azzannando l’ultimo pezzo di piadina mozzarella e pomodoro. Questa eventuale unione, che allungherà la vita a ciascuno dei due fidanzatini, cosa scatenerà nella prole e nella nipotanza? Sicuramente grandi riflessioni attorno all’asse ereditario, e parecchi “quellatroia” rivolti alla povera anzianastra innamorata.

Finita la piadina, do un’ultima occhiata alla coppiastra, e le dedico un pensiero di infinita tenerezza.

 

(Grazie a Giuliana per la foto)

 

22 commenti

L’opossumessa

Si parla di: uomini

dama-con-opossum.jpgUna dice: ahà, tu fai l’opossum e ti fingi morto in caso di minaccia? Benissimo, allora io faccio l’opossumessa. Tiè.

Niente di più improbabile, mogliastre. L’opossumessa è un animale che non esiste. Io non so come facciano questi opossum maschi a riprodursi, ma di certo non copulano con delle opossumesse, perché, appunto, sono animalesse da bestiario fantastico.

Lui ci dice: sai, la mia ex è una donna molto elegante. E noi, paf, tentiamo di fare le opossumesse, ci fingiamo colte da morte improvvisa, seppur temporanea, per evitare di causare, rispondendo, altre morti intraspecifiche, ché tra opossum non è bello ammazzarsi. Ma, ahimé, l’opossumessa è un animale sì inesistente, ma ventriloquo. E dalla nostra pancessa pelosa esce, un po’ come un rutto, il seguente borborigmo: graziealcazzo, contuttiisoldichelepassi.

Oppure, il nostro opy , mentre sta tentando di riprodursi con noi, vede vibrare il telefono (il telefono, ho detto), non resiste perché legge sul display che è la ex e, con un lungo sospiro da padre responsabile, risponde. Ora, possiamo fingerci morte finché vogliamo, ma è noto che l’opossumessa non ha i canini a sciabola che rimangono incastrati nel materasso da quanto son lunghi. E lì l’opy ci sgama, nonostante il travestimento, che coi peli veniva anche facile.

Insomma, ormai il fatto è scientifico e conclamato: l’opossum maschio non è una chimera, esiste ed è straordinariamente diffuso. Mentre l’esemplare femmina non esiste in natura. Che fare? Rivolgersi all’ingegneria genetica? Orca, ma noi siamo contrarie alle patate transgeniche, figuriamoci alle opossumesse. E niente battute sulle patate. Passare alla droghe pesanti? Uhmmm, sciupano la pelle di brutto. E allora? Be’, confidare nell’evoluzione della specie. Se non ci sono opossumesse, l’opossum chi ingravida? Facciamo che, d’ora in poi, l’opossum si accoppia solo con leonesse, così magari i prossimi opossumini vengono fuori con zampone artigli e criniera, e invece di fingersi morti, hai visto mai, ruggiscono.

 

 

(Per l’immagine, nelle parti fatte bene, grazie mille alla nostra Maalox. Per quelle fatte male, prendetevela con me).

 

197 commenti

La suocera è una sòla

Si parla di: Vacanze, matrigna, uomini

la-suocera-e-una-sola.jpgC’è una categoria assolutamente trasversale, e drammaticamente democratica, che incombe tanto su prime quanto su seconde mogli: le suocere. Trasversale anche perché si mettono proprio di traverso, ecco. Salvo rarissime eccezioni, la suocera è una sòla.

Si narra di suocere che si infilano nei weekend romantici di figlio e moglie come supposte nel gelato. Di altre che ri-lavano i piatti appena lavati dalla nuora scuotendo il capino violetto e fresco di bigodini manco avessero preso i pidocchi della terza età. Di altre ancora che, misteriosamente fornite di chiavi di casa, o di piede di porco, entrano nel nido degli sposini e porcheggiano per ogni dove, becchettando nei cassetti, negli stipetti e ovviamente sotto il letti.

O di altre che, al grido di: la dentiera è mia e me la gestisco io, vincono ogni anno il campionato di gaffe interplanetario. Ohhhhhh, non dovevo dirlo, che sei andata dal parrucchiere invece che al super? Omadonnasanta, come potevo immaginare che i bambini non dovessero dormire con voi, io li ho messi nel lettone, ho sbagliatooooo? (Mentre la nuora butta alle ortiche il perizoma di struzzo, e suo marito ripone mesto una parte di sé nello scomparto verdure del freezer.)

Ora, signori mariti dal marsupio pencolante, è così difficile dire a mammina che siete cresciuti, vi siete persino riprodotti, e sarebbe bello, ora che avete mediamente quarant’anni suonati, che vi lasciasse finalmente spiccare il volo fuori dal nido ormai un pochino pulcioso e infeltrito? Così magari nel frigo la prossima volta non ci andate a recuperare i piselli, ma lo stufato (appunto) cucinato da mammina, che la vostra mogliettina vi scongelerà con amore  e che consumerete, voi due soli, in compagnia di perizoma di struzzo e piselli finalmente scongelati.

 

Lo so, lo so, è un luogo comune, questo della suocera. E so anche che con gli anziani, in particolare se soli, ci vuole pazienza. Ma anche nei matrimoni ci vuole tanta pazienza, già quando si è in due, figuriamoci in tre.

 

Post dedicato a Grimilde, nomen omen, mogliastra di questo blog.

 

 

32 commenti

Una magia temporanea

Si parla di: Allarme Ex, figliastri

magia-temporanea.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buongiorno, sono la fata dei Transformers, e ora le faccio una magia.

Uh, fata, mi fa bionda con gli occhi azzurri e senza un buchino di cellulite neanche se strizzo le cosce a due mani e le guardo con la lente?

No. La trasformo in un’ex moglie.

Orcatroia, fata.

Embè.

Eccomi qua: separata, una figlia di dieci anni, un ex marito che ora vive con una tipa. E dico tipa per non dire altro. La fregatura ulteriore è che io non so che questa trasformazione dura solo il tempo di scrivere il post, quindi sono un filino in ansia. E oltretutto, non è per essere pignola, ma i Transformers mica hanno una fata, quindi sento aria di sòla, ma va be’.

Dicevo: son separata, e fin qui, va bene. L’abbiamo deciso insieme, che a me ormai, solo a sentire che lui suonava il citofono, veniva il vomito. Che poi, se hai le chiavi di casa, cosa suoni il citofono a fare, che mi tocca mollare tutto e venire ad aprirti manco fossi un postino, che notoriamente suona sempre due volte, ma poi fa due volte anche un’altra cosa sul tavolo della cucina? Quella cosa che noi non facciamo da anni, sì, quella, caro.

Va be’. Io, il mio ex, non lo rivorrei indietro neanche sottoforma di involtino primavera, o meglio di maiale in agrodolce. Quello che non mi va giù, invece, è la sua tipa. Ma non per lei, eh, che manco la conosco, a parte sapere anche quante volte al giorno fa la pipì spiandola su FaceBook. E’ che ‘sta tipa vede mia figlia ogni mercoledì, e un weekend sì e uno no. E, scusate, ma io per mia figlia ho fatto un casting di babysitter che manco vi immaginate, controllo anche quello che le dicono le maestre, le nonne, le zie ed eventuali alieni in visita. Figuratevi se mi va che la mia bambina se ne stia giorni interi con una che manco conosco. E se ‘sta qua magari le insegna, chessò, che ai gatti bisogna tirare la coda per fargli abbassare le orecchie? E se fanno la gara di rutti a tavola? E se le dice che Va dove ti porta il cuore è un capolavoro? Se la obbliga a cantare le canzoni dei Pooh?

Io mica posso fidarmi del giudizio del maiale in agrodolce, eh no. Davvero, divento pazza di dolore al pensiero che la mia bambina venga messa a letto da una sconosciuta, venga educata, cresciuta, magari anche sgridata da una che è stata scelta dal suino in salsa di ananas e peperoni gialli basandosi su criteri assolutamente ormonali. E se poi la chiama mamma? E se ‘sta qua la vizia, tanto che gliene frega, e poi io passo per quella cattiva?

Madonna che male che mi fa questa storia. Non ci posso fare niente, lo so, funziona così, dopo una separazione. E siccome sono una persona civile, democratica ed evoluta, e anche buona di fondo, me ne sto nel mio angolino. Anche perché, quel tipo che mi piace, se venisse a vivere con noi, be’, sarebbe un po’ la stessa storia che con la tipa. Ma almeno lui lo controllerei e, al primo idiota cartone animato giapponese, lo defenestro. E comunque mica si sostituirebbe alla mamma, ma al suino con l’ananas.

Pof!

Cos’è ‘sto pof adesso?

Magia delle magie, son la fata dei Transformers, e tu sei tornata matrigna.

Miiiii, fata, che spavento mi ero presa.

 

 

221 commenti

8-marzo.jpgCosa c’entrano le farfalle blu con l’otto marzo? Niente, ma son meglio delle mimose, e poi mi piaceva troppo la foto (grazie Giuliana). E comunque non è che, come festa della donna, ci sia poi ‘sto granché da festeggiare. Ma ne approfitto per dire alle lettrici di questo blog che, se vogliono adottare una matrigna, o anzi, un intero club, possono trovarmi anche su Facebook, come ClubdelleMatrigne Italiano. Così, come le farfalle blu, ce ne stiamo tutte insieme. Magari un giorno ci sarà anche qualcosa da festeggiare davvero. Aspetto l’amicizia delle nuove matrignastre, allora.  

330 commenti

Avendo autorizzato il frullamento del risotto (si veda l’intera vicenda al post precedente), ed essendo stata l’azione reiterata anche questa sera allargata, si pone il prosaico problema del lavaggo frullatore. Il frullatore lo lava chi frulla, non chi autorizza.

“Sì sì, lo lavo dopo” dice con voce suaente la frullatrice adolescente. Essendo ora le undici, anzi le ventitré, ed essendo il frullatore tutt’ora zozzo, ecco che la vostra matrigna di fiducia passa all’azione.

Prende dello spago, di quello che si usa per fare gli involtini, e lo lega al manico del frullatore da lavare. Poi dipana la matassa, canticchiando un’aria streghesca che recita nontiscordardimé, e porta il filo dalla cucina al corridoio, poi dal corridoio al soggiorno, fino al divano dove l’adolescente se ne sta ipnotizzata davanti alla tivù. Cucù, fa la matrigna e, sempre canticchiando amabilmente, le lega lo spago al polso con un bel fiocco.

L’adolescente guarda il polso, guarda la matrigna, non resiste, e segue lo spago attraverso il soggiorno, lungo il corridoio, la cucina, fino al manico del frullatore nel lavandino. Poi scoppia in un una risata.

Ora la sentite anche voi quella cascatella argentina, quel magico concerto per acqua e detersivo, di là in cucina?

 

Morale cantata: basta un poco di zucchero e la pillola va giù. 

 

51 commenti

Il misfatto del risotto

Si parla di: figliastri

il-misfatto-del-risotto.jpgLa famigliola, per quanto allargata, si stringe a tavola. La matrigna serve il risotto. L’adolescente lo guarda e sospira: uh, quanto mi piacerebbe frullarlo. Gli astanti, consanguinei, la fulminano con lo sguardo. Un lampo di luce passa tra matrigna e adolescente. La matrigna, fattasi leonessa, dichiara, nonostante il suo dienneà alieno: per me puoi anche frullare la tua porzione, io sono per la sperimentazione. Se viene buono, bene. Se viene cattivo, però, ti assumi le tue responabilità di cuoca innovatrice.

I consanguinei scuotono il capo in nome della morte dell’educazione alimentare. La matrigna batte lievemente i pugni in nome della creatività. L’adolescente ne approfitta e frulla. La gatta scappa e, già che ci siamo, piscia sul letto del nonno.

Il risotto frullato viene deposto sul piatto dell’autrice di cotanto insulto al benpensare. La matrigna prepara un cappio col quale verrà impiccata per aver permesso un tale scempio alimentare nonché educazionale. La gatta, ottimizzando, ripiscia che così si porta avanti per la notte, che prevede sarà lunga e di pesante veglia.

I parenti osservano il risotto testé frullato. Il nonno, ancora ignaro del golpe felino, chiede, con l’ingordigia dei vecchi, di assaggiare il risotto dell’adolescente. Con un fremito di dentiera e un sussulto di prostata, biascica: uh, ma è buono. Il resto dei consanguinei, sentendosi sfidato, assaggia. E gradisce. L’adolescente sorride. La matrigna anche. La gatta fa quel che può, sorridendo con la vescica sull’ultimo angolo di lenzuolo ancora asciutto.

La cena è finita, andate in pace.

La creatività è stata salvata, la vita della matrigna anche. Il benpensare è temporaneamente defunto, e una ricetta è appena nata. Anzi, due. Quella del risotto frullato, e quella della libertà d’espressione per gli emarginati: adolescenti, matrigne e gatte in calore.

 

47 commenti

il-fratellastro.jpgI miei genitori, da quando me ne sono andata via da casa a diciotto anni, hanno adottato tre generazioni di cocker che si sono alternate bivaccando tutte orecchie penzoloni nella mia ex- camera. Da allora, apro un cassetto del mio ex-comodino, e ci sono i guinzagli del cocker. Apro il mio ex -armadio, e sbucano i suoi cappottini, amorevolmente tricottati da mia madre. Sbircio in giro, ed è tutto un pullulare di croccantini, pupazzetti, ciotoline, ciotolone e altre amenità canine. Ma, da ex-figlia convivente, mi accontento di constatare con soddisfazione che la bestiola è amata, anche se in modo un po’ bislacco. Ma sulle forme di amore non si discute.

Poi, l’altro giorno, il fattaccio. Mi avvicino a fratello cocker, e gli faccio l’immancabile ghiri ghiri sulla testa. Vedo uno sguardo obliquo da parte di mio padre, mentre il cocker, invece, gradisce. Rifaccio il ghiri ghiri, rifà lo sguardo obliquo. Ghiri ghiri, obliquo. Lascio perdere con i ghiri ghiri, pensando che forse i ghiri e i cani non si nasano un granché, e me ne vado sul terrazzo a fumare. Poi rientro, e mio padre mi dice (mio padre è un altro che non riesce a stare zitto nemmeno con un intero cesto della biancheria in bocca): certo che tu hai proprio uno strano modo di accarezzare il cane. Ommadonna, penso. Amo gli animali da quando sono in fasce, certo, preferisco i gatti, ma accarezzarei una bestiola, che fosse un cane, un gatto o un cercopiteco (a proposito, dov’è il piteco?) nello stesso modo, quello che a loro piace. Insomma, almeno con gli animali ci so fare. Chiedo quindi delucidazioni all’antenato. Ehhhh, lo accarezzi così, e non così. E mi mostra due modi assolutamente identici di pastrugnare il pelo, peraltro un po’ crespetto, del cocker.

Occhèi, ho capito, è la solita storia. A nessuno piace come un’altra persona si relaziona con il proprio protetto, cane, gatto o amico o figlio che sia. Dev’essere un misto di gelosia, senso del possesso, incapacità –o non volontà- di delegare, e di tutta un’altra serie di quelle cose che ci intossicano l’esistenza. Solo noi sappiamo come fare, solo noi abbiamo l’esclusiva, solo noi possediamo l’esatto know-how.

Non so, credo che ci penserò su. Chissà, magari viene fuori un pensierino di quelli che fanno crescere. Ma intanto che aspetto di crescere, devo ammettere che quel giorno mi sono sentita un po’ figliastra.

 

 

 

112 commenti