Testa di capra

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L’altra sera ho visto “Il vento fa il suo giro”, bellissimo film italiano che tra l’altro consiglio assolutamente a chi non l’ha ancora visto. A un certo punto sono stata fulminata da una sensazione molto forte, che non c’entra direttamente con la trama del film.

Allora, c’era ‘sto tizio che era andato a vivere in un paesino sperdutissimo in montagna, ad allevare capre. Ma la gente di lì, diffidente e ostile, stava attentissima che lui, con le sue capre, non invadesse le terre dove non aveva il permesso di pascolare le bestiole. E fin qui, va be’, era il film.

Poi ecco l’inquadratura di un vecchietto che, tutto rigido, spia col binocolo il nostro capraio e quasi spera che lui sconfini anche di un centimetro, pur di potergli fare un cazziatone.

Ecco, lì io mi sono rivista, in un lampo di consapevolezza, quando, a volte, nonostante non sia un vecchietto e non guardi col binocolo, mi apposto, rigidina, e aspetto che qualcuno nella famiglia allargata faccia qualcosa contro di me. Buuuuuu, mi son detta da sola. Essere meschino e gretto. Regina dell’insicurezza, imperatrice della rigidità, maîtresse della rissa. Insomma, mi ha dato così fastidio riconoscermi, che credo che ci penserò su a lungo, e ci lavorerò a fondo.

Io sto studiando Elasticità da molti anni, è una materia difficilina e piena di insidie. Qualche buon voto l’ho preso, devo dire. Ma ogni tanto mi dimentico di segnare le pagine da studiare, o c’è un’interrogazione a sorpresa, o mi sorprende il premestruo o la luna piena, e allora lì, tac, mi becco un bel quattro. Come il vecchietto col binocolo. O come una testa di capra.

 

 

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Un anno davanti

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Le vacanze sono finite più o meno per tutte. Come ne siano uscite? Alcune di noi bene, molte invece parecchio acciaccate. Perché è proprio in vacanza che tutti i nodi delle famiglie ricostituite vengono al pettine. Si sta insieme più del solito, i ritmi e le regole tanto faticosamente costruiti sono stravolti e, invece di riposarci, ci stanchiamo e stiamo peggio di prima. Le vacanze sono più pericolose di uno squalo-tigre, care mogliastre.

Eppure, pensavo, la colpa non è delle ex che incombono, non è dei nostri mariti che soccombono, non è dei bambini che rompono. Ognuno di loro fa il proprio mestiere. Non è neanche colpa nostra, che  facciamo quel che possiamo.

La colpa è delle famiglie ricostituite. Una cosa a cui, evidentemente, non siamo ancora pronti. Non solo: pronti-pronti non lo saremo mai, perché anche le famigliastre più evolute hanno in sé contraddizioni che non si appianeranno mai completamente. Se non tra molti decenni, quando magari (magari, eh) il concetto di famiglia sarà totalmente stravolto e ricostruito su altre basi. (O su altri pianeti. Che ne dite, colonizziamo Venere?)

Ma per ora, c’è quel che c’è.

Possiamo cercare di fare sentire la nostra voce (e il Club delle Matrigne, nel suo piccolo, anzi piccolissimo, lo sta facendo), possiamo diffondere il verbo matrigno dovunque, possiamo proporre o importare da altre nazioni leggi che ci tutelino, ma, insomma, ci vuole un sacco di tempo.

E allora? E allora l’unica cosa che possiamo fare nell’immediato è, come sempre, un lavoro su noi stesse. Cercando di ricordarci che il diavolo non è nella ex, ma nella nostra cultura.Che i bambini sono bambini e, per loro fisiologia, chiedono attenzioni. Che i nostri  uomini sono uomini, e il nostro linguaggio faranno sempre fatica a capirlo. Che, insomma, tutto questo fa parte del kit che ci hanno dato in dotazione. Sta a noi renderlo un po’ meno inefficiente. Aggiungiamo, al kit, un po’ di sano distacco, un po’ di fiducia nel futuro e negli altri, un bel po’ di ironia e un quintale di fatti nostri. Ah, e un ettolitro di NO, senza paura. Il kit sarà sempre scarsino, ma, consoliamoci, anche le famiglie “normali” non è che stiano molto meglio di noi. Come si diceva, una volta? Ecco: la famiglia è una camera a gas.

La buona notizia? Alle prossime vacanze manca un anno intero.

 

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Oggi al supermercato incontro un amico e, mentre sono in coda, chiacchiero con lui dalla coda di fianco. Il cliente davanti a me sta ancora scaricando la sua roba sul nastro trasportatore, insomma il tapis-roulant dei prodotti. La signora dietro di me, tra il lusco e il brusco, mi dà una spinta in avanti col suo culone. Mi dico: va be’, non se n’è accorta.

Intanto carico la mia roba, e continuo le chiacchiere, sostenendo a spada tratta i vantaggi della sabbietta per roditori rispetto a quella per gatti. (La sabbietta per roditori è ipoallergenica perché i roditori ci vivono sopra e quindi i produttori non possono metterci troppe schifezze altrimenti il loro target schiatta e non consuma più. Motivo per cui la uso per il mio gatto, peraltro consenziente.)

La signora dal culone, evidentemente ostile ai roditori e alle loro sabbiette, mi dice, con sgarbo e insofferenza: senta, se lei finisce di caricare la sua roba io posso appoggiare la mia.

Ora, giuro che io sono una persona educata, sensibile e civile, e che stavo caricando tutto, solo che, mentre caricavo, essendo un umano multitasking, stavo anche chiacchierando. Ma la signora non era paga, e continuava a sospirare manco mi stessi accingendo a fare una corsetta rassoda-glutei sul tapis roulant dei prodotti facendole perdere un sacco di tempo. Insomma, ho dovuto smettere di chiacchierare e caricare tutto di corsa con lei che tallonava e controllava. Unò duè, unò duè.

Poi mi è venuto un nervoso che non vi dico. Ma brutta stronza nevrotica, ho pensato, ma che cavolo mi metti fretta? Il mio caricamento coatto non è servito a niente, tanto il ritmo lo dà la cassiera, mica noialtre clienti. Non è che se le cose son tutte lì sul nastro trasportatore magicamente si prezzano e si mettono nei sacchetti e noi ce ne andiamo a casa un quarto d’ora prima del suono della campanella.

Va be’, la cosa grave è che sono ancora inviperita, un po’ per la prepotenza e l’intolleranza della signora, un po’, lo ammetto, perché assomigliava a mia madre (e qui si aprono voragini psicanalitiche), un po’, soprattutto, perché non mi è venuta una risposta brillante da darle. Avrei potuto, con classe, farla passare davanti, certo, ma questo mi è venuto in mente dopo, mentre ero già fuori dal super. Avrei potuto scuoiarla, e questo mi era venuto in mente subito, ma non sta bene e poi sono vegetariana. Avrei potuto non arrabbiarmi, ma non ce l’ho fatta. Dov’è finito il mio à-plomb?  Perché sto ancora pensando a quella signora e alla sua faccia di pupù? Perché ho pensieri omicidi nei confronti delle donnette come lei? Dove ho lasciato la compassione buddista, la mentalità aperta, la tolleranza? Boh.

Insomma, mie mogliastre, lo so che è un fuori-tema, lo so che è anche un episodio da niente, ma la morale è che non si finisce mai di imparare a stare al mondo. Mi riferisco allo spreco di neuroni e di rabbia rispetto a questa vicenda. Ma a me la piccineria dà proprio fastidio. La sua, della culona, e anche la mia. Insomma, nella scala evolutiva, siamo uomini o roditori?

Io oggi sono stata roditore, senza nessun dubbio. Squit.

 

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Scene da una vacanzastra

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Finalmente arriva il giorno della partenza per le vacanze. Alle 12 in punto, come da accordi col maritastro, sarà tutto pronto.

Alle 12 meno un quarto detto maritastro si presenta dalla mogliastra con quattro  mutande in mano e, con l’aria da cocker, uggiola: me le laveresti? Occazzo, a un quarto d’ora dalla partenza, ti devo lavare le mutande? Ma non ne hai già una ventina in valigia, che oltretutto stiamo via solo una settimana? Non sapevo di essermi sposata un igienista. Perdipiù evidentemente sprovvisto di mani.

Va be’, per quieto vivere la mogliastra butta le mutande in lavatrice, mette un programma brevissimo, felice al pensiero che ne usciranno grigiastre e sporchignaccole, ed evita di litigare.

Mentre si risolve la disfida della mutanda, lui, quatto quatto, si mette a sbrinare il frigo. Ommadonnasanta, dice la mogliastra, ADESSO  ti metti a sbrinarlo? Oltretutto, amore santo, verrà ad abitare qua la gatto-sitter, che userà il frigo, quindi, uhm, che cazzo ti sbrini? Ehhhh, ma almeno una volta all’anno va fatto. Mentre il ghiaccio si scioglie, alla mogliastra Magda escono vampate di fuoco dalle narici. Meglio, così il ghiaccio si scioglie prima.

A mutanda lavata e frigo sbrinato, incredibilmente si esce di casa.

Arrivati alla macchina, la Mogliastra scopre che il suo legittimo sposo deve ancora caricare la Vespa sul carrello, perché mica si può andare una settimana al mare senza uno scooter. Oh, una settimana, eh, mica un anno. La vena sul collo le si gonfia mentre adocchia la giugulare coniugale e affila i caninastri. Poi, siccome ormai è sulla via della beatificazione, si siede sul marciapiede, faccia e gambe al sole, e inizia l’abbronzatura mentre lui smanetta con cavi e tiranti. Una bella mezz’oretta dopo – si sa che gli uomini sulle questioni tecniche son tignosi – finalmente Vespa e carrello sono sistemati, la melanina si è messa anche lei in moto e, insomma, si parte.

Vroom.

Sput.

Toh, la batteria della macchina è scarica. Be’, a quel punto la mogliastra scoppia in una risata sgangherata e si rotola per terra, perché quando è troppo le viene troppo da ridere.

Poi si riprende e gli dice: be’, ma c’è il nostro amico al bar che ha i cavetti. Lui grugnisce uhm, e parte a smadonnare in giro. Telefona all’elettrauto, telefona al 1244, telefona forse anche alla zia ottuagenaria, e dopo un’ora di tregenda torna affranto e le comunica: niente, un disastro. La mogliastra commenta: maaaa, i cavetti? Quali cavetti? I cavetti del nostro amico. Ha dei cavetti??? Eh, te l’ho detto prima. Ah, è che io non ti ascolto quando parli.

 

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Matrigne si nasce?

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Sole toscano. Piscina di acqua salata in un bellissimo agriturismo. La matrigna è sdraiata, beata, rilassata, senza famiglia allargata.

A un certo punto punto si staglia all’orizzone una bimbetta di quattro anni.

Pfiuuu, non è una figliastra, è solo la figlia di altri ospiti dell’agriturismo, peraltro sconosciuti. La matrigna torna quindi all’incanto della sua vacanza, ristretta come da accordi legali.

“Rossetta, sono senza braccioli, annego.”

Occazzo, chi è? Ma è la bimbetta, ovviamente, che, mollata sola in piscina dai genitori, ha deciso di farsi adottare dalla bagnante sconosciuta, previo annegamento e storpiamento del nome.

La matrigna Rossetta si precipita smadonnanndo a metterle ‘sti cavolo di braccioli rosa, griffati, nota con raccapriccio, Hello Kitty. Dopodiché, torna, sempre smadonnando, alla sua sdraio. Della legittima genitrice, nessuna traccia. Del supposto padre, nemmeno.

No, dico, ma non è che, matrigne, si nasce?

 

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Eh già, non ci avevo pensato. Quando si adotta un bambino, può succedere che questo, magari quando raggiunge i 14/15 anni, vada di sua iniziativa alla ricerca dei genitori biologici, soprattutto adesso che impazzano i social network.

Prima, questi incontri potevano eventualmente concretizzarsi solo dopo la maggiore età, e con una mediazione da parte di figure come gli assistenti sociali. Ma ora, in effetti, con la rivoluzione dei social network, il fenomeno non è un granché sotto controllo. E i genitorastri possono vedersi arrivare in casa, o comunque nelle loro vite, i genitori biologici senza poter fare molto per gestire la cosa.

Magari i bio sono persone magnifiche, ma magari no. E il genitorastro se li deve cuccare, volente o nolente che sia, magnifici o terrifici che siano. Mica facile. Capisco che un adolescente, nel pieno di una fisiologica contestazione del genitore (adottivo in questo caso) abbia voglia di trovare un’alternativa, abbia il desiderio di innamorarsi di un altro genitore, che magari non gli vieti, come quel mostro con cui vive, di drogarsi incessantemente, di rubare anche la dentiera del nonno, o semplicemente di guardare i piatti sporchi sul tavolo pensando che la loro trasmigrazione nella lavapiatti sia una questione che non lo riguarda. E allora eccoli alla ricerca del genitore bio, quello che li capirà, che avrà gli stessi occhi e gli stessi buchi sul braccio, quello che, essendo bio, capirà a fondo i loro pio-pio.

Ironia a parte, la questione è complicata e delicata. E’ che ogni volta che succede qualcosa nel mondo, il mondo non è mai pronto. Arriva il divorzio, e dopo trent’anni non siamo ancora pronti. Arriva Facebook, e non siamo ancora pronti. Eccheccavolo, possibile che l‘unico “è pronto“ accettato sia quello che diciamo noialtre dopo aver smanettato in cucina?

 

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