Ohhh, finalmente la tenutaria di questo blog nonché del Club delle Matrigne è lieta (emozionatissima, mica lieta) di annunciarvi la nascita del suo terzo libro matrignesco, disponibile dal 10 novembre in tutte le librerie.
Si intitola, provocatoriamente, “Di matrigna ce n’è una sola”, l’autrice è Rossella Calabrò – che son sempre io – e l’editore questa volta è Sonzogno.
Dopo “Uova di Matrigna”, libro in cui ero molto, molto arrabbiata, dopo “Mogliastre”, in cui lo ero un po’ meno, ora con “Di matrigna ce n’è una sola” racconto di una matrigna davvero orgogliosa di esserlo, seppur denunciando le difficoltà, personali e sociali, di questo ruolo.
Il libro è una specie di lettera, che a tratti fa sorridere a tratti commuove, rivolta a una figliastra adolescente, ma non bisogna essere per forza matrigne per capirlo. E’ sufficiente essere donne, perché parlo proprio della storia di tutte le donne, delle nostre emozioni, delle nostre lacrime e delle nostre risate.
Parlo anche molto di me, alcuni mi hanno detto che sono stata coraggiosa (veramente la faccia che fanno esprime la parola: incosciente) a raccontare cose così tanto personali, ma a me sembrava naturale farlo. E l’ho fatto. Per cui, se vorrete farvi anche un po’ di fatti miei, il libro è lì che vi aspetta, senza paura.
Mie mogliastre, lo dedico a voi, questo nuovo libro, perché siete donne incredibili e perché senza la forza che mi date ogni giorno non l’avrei mai scritto.

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Aperitivi romani

Si parla di: Club delle matrigne

Mogliastre romane, martedì 2 novembre, a Roma, ci saranno gli Aperitivi delle Matrigne, sempre al “Fabrica” in via G. Savonarola, 8 (traversa via Andrea Doria) e sempre alle 18.30. La delegata del Club, Paola, vi aspetta.

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Mogliastre milanesi, domenica 7 novembre il Club delle Matrigne vi propone uno swap party.

E che è ‘sto swap? Be’, noi specialiste dell’usato dovremmo saperlo: è un piccolo evento, in questo caso una merenda, in cui ci si scambiano vestiti, accessori etc che non mettiamo più, quelle cose insomma che ci siamo comprate e non abbiamo mai messo, ma che ad altre potrebbero piacere un sacco.

Il luogo: il Bistrò del Tempo Ritrovato, in via Foppa, 4. (Sono arrivate delle torte pere e cioccolato meravigliose). L’ora: le 16,30, il momento giusto per la merenda.

Lo swap party è aperto a tutte le matrigne, e alle simpatizzanti.
Cose da portare per swapparle: golf, pantaloni, gonne, vestiti, borse, scarpe messe un paio di volte massimo, cinture, collane, orecchini, sciarpe, pashmine e tutto quello che vi viene in mente, purché bello.
No, non si accettano pellicce di opossum.

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“Mia suocera beve”

Si parla di: Allarme Ex, libri

Da “Mia suocera beve” di Diego De Silva, ed. Einaudi. (Libro che consiglio, insieme a tutti quelli che ha scritto l’autore, bravissimo e molto spiritoso).

“La terza cosa che mi è successa da quando questa donna veramente bellissima è venuta a stare con me, è che la mia ex moglie ha ricominciato a chiedermi l’assegno di mantenimento che prima rifiutava sistematicamente in virtù della compassione che ha sempre mostrato per le mie entrate.
E quando le ho chiesto se l’essere diventata così fiscale all’indomani della mia convivenza con una donna che non fosse lei non le sembrasse almeno un po’ sospetta come coincidenza, mi ha risposto senza mezzi termini:
- Oh, ma certo che lo faccio apposta, non sono mica così meschina da negarlo. Ho bisogno di punirti, è l’unico modo che al momento conosco per elaborare il dolore che mi hai dato facendo entrare un’altra donna nella tua vita.
- Mi sa che devo ricordarti che hai vissuto con quel cicisbeo di architetto per due anni e mezzo dopo che mi hai lasciato, Nives. Era un modo di elaborare il dolore anche quello?
- Non ci provare, Vincenzo. Non mi lascerò manovrare dalla tua valutazione dei fatti. Ce l’ho con te, devo esprimere la mia aggressività, e ora come ora non mi fa nessun bene chiedermi se è giusto o sbagliato.
- Cristo, Nives, fai la psicologa.
- Adesso non appellarti ai ruoli per farmi sentire in colpa.
- Macché ruoli, Nives, mi appellavo al reddito. In un mese guadagni quello che io racimolo in tre.
- E allora? Non puoi adagiarti sull’idea che i costi della nostra separazione pesino soltanto sulle mie spalle.
- Ma sei tu che mi hai lasciato.
- Prima. Poi volevo tornare con te.
E insomma siamo andati avanti così per una buona mezz’ora, con me che passeggiavo per il corridoio di casa sudando come uno svuotacantine per farla ragionare, e lei che voleva convincermi che non ci fosse niente di riprovevole nel comportarsi da stronza.
Finché le ho urlato di andare a farsi fottere da una cooperativa di macellai disoccupati, non senza averle augurato che i suoi clienti, ma proprio tutti, si suicidassero in blocco facendole così una bella pubblicità.”

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Mogliastre insonni, è la vostra occasione: martedì 19 ottobre all’una e mezza di notte accendete la tivù e sintonizzatevi sulla trasmissione GAP (Rai Tre). Ci sarà Paola Galantino, la mia bellissima e bravissima e matrignissima delegata romana del Club delle Matrigne che parlerà di noi.
Qualcosa da dire sull’orario? Be’, l’ora delle streghe è dopo la mezzanotte, no?

In ogni caso poi pubblicherò il link per vedere la trasmissione in streaming a un orario non da streghe ma da fate.

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Girare la frittata

Mi lamentavo, di là su Facebook, di non saper girare la frittata. Metaforicamente la so girare, non c’è problema, ho imparato da mio marito. Ma quando si tratta di frittata-frittata, quella con le uova e la padella, mi diventa strapazzata, e io con lei. Ho provato con le buone maniere, ovvero armandomi di padelle antiaderenti, di coperchi, di diavolo che non li fa, di tutto, ma niente. Splat, la frittata mi si spiattella.

Poi è arrivato un commento, di Katia, che mi ha illuminato. Sia per le future frittate, sia per le future imprese da mogliastra e da personastra in genere. Lei dice che la divide in quattro, con la spatola, e poi gira le fette una per volta. A parte il fatto che io adoro la spatola come utensile in sé, mi sembra un’idea molto elegante e molto paracula. E le due qualità mi affascinano. Tant’è che pensavo di applicare questa furbata del dividere in quattro le frittate anche per altre questioni non frittatesche. Non parlavo di squartare in quattro pezzi le persone sgradite, eh, o perlomeno non in questa pubblica sede.

Parlavo del pensiero laterale (vedi il bellissimo e vecchissimo libro di Edward De Bono), di quella cosa insomma che non prende di petto le situazioni, ma le guarda in un’ottica differente.

Chi l’ha detto che la frittata dev’essere tonda? Forse non è più una frittata, se si presenta in veste di quattro triangolini? Certo che no, una frittata è una frittata e basta. Ma se si riesce a trasformarla in una frittata amica, che non ci fa chiamare in cucina tutti i santi maltrattandoli ogni volta, non è meglio? Mica bisogna per forza fare le cose come sono sempre state fatte. Se a noi vengono meglio in un altro modo, facciamole in quell’altro modo.

Insomma, da oggi indico il Festival della Frittata, dove, per una volta, è la realtà che si adatta a noi, e non noi che ci adattiamo alla realtà. Dove, per una volta, non è il nostro cuore che salta sulla padella e poi si spiaccica sui fornelli garantito, ma è la padella che gira intorno a noi. O perlomeno, proviamoci. Chissà mai che ci sia una padella particolarmente compiacente e ginnica.

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Casa. Cosa?

Se uno dice “casa”, a seconda dell’interlocutore, la parola assume aspetti e concetti completamente diversi. Casa, per un uomo, è un posto dove mangiare, dormire e, se proprio non ci sono scrivanie d’ufficio o toilette aeroportuali, copulare. Se poi l’uomo in questione si avventura nei territori pressocché inesplorati dei cosiddetti pensieri astratti, “casa” rappresenta un affitto o un mutuo e/o una colf da pagare. Fine dei neuroni maschili mobilitati per reagire alla parola “casa”.
Proviamo a dire “casa” a una donna. Uashhhhhh, un’ondata di neuroni con pinne, (fucile) e occhiali si catapulta sulla parola, rendendola densa e calda (e pungente) come una medusa gigantesca. Casa è tana. Casa è tende, cuscini, tappeti colorati. Casa è piante, animali, profumi alla lavanda o alla cannella. Casa è l’utero dove teniamo al calduccio i ricordi, i progetti, gli amori. Casa è la scatolona delle fotografie, casa è il nostro armadio, la scarpiera, il cassetto delle pashmine, quello delle collane. Casa è la vasca da bagno, o la doccia, dove passare ore a farsi belle, o a piangere fino a diventare brutte. Casa è il silenzio, la pace, o i suoni che vogliamo noi, quelli che si accendono senza il telecomando. Casa è lo specchio che ci riflette, dove ci piace accogliere gli amici. Casa è una cucina che diventa laboratorio di idee, o fucina di affetti. Ma casa è anche il posto dove l’acquaio, appena ci distraiamo un attimo, diventa un merdaio. Il talamo, Fort Alamo. E il terrazzo, anche lui non prende mica un bell’andazzo. Casa, paradossalmente, è il posto dove ci sentiamo più invase, violentate, inascoltate.
Casa insomma è una cosa che per le donne è una casa, per gli uomini una cosa. Sarà un caso?

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E’ noto che, quando si rompe la lavatrice, poi si rompe anche il frigo, il forno, e magari anche qualche bicchiere che, pur non funzionando a elettricità, sente l’atmosfera un po’ rognosetta e si automutila per solidarietà. Ecco, in questi giorni non mi si è rotto niente (a parte un po’ il papà, che è caduto ma si sta aggiustando) però si sono accumulati così tanti stress, uno dietro l’altro, che ‘gna facevo più. Ma poco fa ho sentito uno zzzzzzzzz, ho detto: ‘mbé?, e poi mi sono scoperta una puntura di zanzara sul polso. Ennò, zanza, siamo in ottobre, tu dovresti essere già morta e sepolta, non vale, qui si esagera. E, al qui si esagera, mi son detta: già.
E a quel punto, magicamente, ho deciso di depennare senza pietà un paio di impegni di quelli che mi stressavano, ho sfoltito insomma il carnet di ansia che mi stava un po’ ammazzando. Questa cosa qua la devo fare per forza? Sì, ma, scusate, non la faccio. Quest’altra, se non la faccio vengo radiata dall’albo delle persone perbene? Pazienza, radiatemi, farò una passeggiata on the wild side.
Ecco, adesso mi sento molto, molto meglio.
Non sono stata, per una volta, brava, affidabile, gentile. Ma credevo che mi sarei sentita molto peggio, nella veste di cattiva, inaffidabile, aggressiva. Invece, guarda che bel calduccio in questa tutina con zip da cattivona, toh. Una mogliastra mannara, eppure serena. Certo, mi è rimasto, per stasera, un certo uggiolìo nella voce se guardo la luna, qualche pelo nero sulle mani, un canino che sfiora la clavicola, ma sicuramente domani sarà tutto a posto. E se non sarà a posto, andrà bene lo stesso. Take a walk on the wild side, du, du du, du du du du du…

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