Ho letto che uno degli effetti, più o meno collaterali, di alcuni antidepressivi o ansiolitici è quello di creare una certa indifferenza affettiva, una specie di spilorceria emotiva. Cosa che, immagino, aiuti a gestire la depressione.

Mi è venuto in mente che, dopo un trauma affettivo, in ognuno di noi si sviluppa naturalmente, senza farmaci, la stessa reazione. Ci si chiude a riccio, nei limiti del carattere di ognuno, e ci si isola un po’ dalla tempesta emotiva appena trascorsa. I sentimenti sono più blandi, più contenuti, e ci si inaridisce un po’. Questa sorta di anestesia emotiva credo l’abbiamo provata più o meno tutte, e il nostro ruolo di matrigne in particolare è ricco di occasioni per traumatizzarsi affettivamente. Una miniera, direi.

Io stessa, che sono una delle persone più emotive che conosca, dopo i primi tempi di matrignato mi sono indurita (che io mi sia indurita equivale a dire che si è indurito un Mocho Vileda, ma va be’). Analizzandomi, credo di essermi in realtà un po’ fortificata, certo, e questo è positivo. Ma ogni tanto mi sorprendo a trattenere il fiato, a non respirare, simbolicamente, davanti a certe emozioni che potrebbero farmi male.

E il fatto per esempio che abbia finalmente imparato a dire di no, conquista basilare per la qualità della mia vita e di quella di chi mi sta accanto, un po’ è dovuto alla mia forza, ma un po’ anche a quella specie di anestesia di cui sto parlando. Nel momento in cui devo dire un bel NO secco, vengo subito assalita da tutta una serie di immagini del genere Pulcini Sotto la Pioggia, Topolini e Formaggi Piangenti nella Trappola, Peluche Dentro la Centrifuga, Passerotti Strozzati dalle Briciole di Pane d’Inverno, ma poi, zac, una bella punturina immaginaria di Indifferentil, o Menefott forte, e parte il NO.

Senza il trauma affettivo, e conseguente ritiro parziale delle truppe emotive, quel NO non sarebbe partito. O sarebbe partito uno di quegli odiosi NI che poi si sa come vanno a finire. Più che come, direi dove: in quel luogo oscuro e negletto, dove non batte mai il sole, ma dove c’è sempre una gran coda all’ingresso. Metafora, eh, moglià, metafora.

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Ne faccio un post appost, anche se ne abbiamo discettato più volte qua e là, perché è un argomento che causa polemiche, difficoltà, confusione e dolore su tutti i fronti, e di cui voglio ufficializzare la mia personale opinionastra da tenutaria del blog.

Allora, 12 maggio 1974: in Italia passa la legge sul divorzio. Se la matematica non è un’opinione, son passati trentasette anni. Tren-ta-set-te.

In trentasette anni uno fa in tempo a cambiare una decina di creme per i brufoli e/o una ventina di modelli di jeans, da quelli a zampa a quelli a sigaretta a quelli cargo a quelli a vita alta a vita bassa a mutanda esposta e cavallo che pascola sull’asfalto.

In trentasette anni uno fa in tempo ad abituarsi alla televisione a colori, al telecomando, poi al cellulare, poi ancora al personal computer, poi a internet. In trentasette anni uno fa in tempo ad avere almeno due figli, e a vederli crescere. In trentasette anni uno fa in tempo anche a cambiare, a vedere la sua donna che cambia, a non ritrovarsi più innamorati come prima. In trentasette anni uno fa in tempo a cambiare idea, a stufarsi, a infiammarsi di nuovo, a capire tutto, a non capire niente.

Ma com’è che, in questi famosi trentasette anni, il fatto che, in seguito al divorzio, le famiglie si ricostituiscono, nessuno riesce a capirlo né ad accettarlo?

Abbiamo accettato le truffe dei vari governi, abbiamo accettato guerre ignobili, bugie enormi, prese per il culo epiche. Ma che le famiglie abbiano preso nuove forme, no.

Bene, anzi male, malissimo. Però, se siamo noi le prime a non combattere questa sorta di opossumismo (*) sociale, non se ne esce vive, e non si costruisce nulla.

E allora, tanto per passare al lato pratico: c’è la comunione, il saggio, il rito di iniziazione al chewing gum di un figliastro? Dove c’è suo padre, ci siamo anche noi, che siamo le mogli in carica. Con tutta la delicatezza e il buongusto di cui siamo capaci, ma ci siamo.

Si verificheranno, tra tutti, momenti di imbarazzo, di disagio, anche di dolore, certo. Ma se cominciamo a tirarci indietro noi, certo non si farà avanti nessun altro, e continueremo a essere considerate quellelà, una via di mezzo tra un’amante e uno scheletro nell’armadio. (Quanto vorrei essere considerata uno scheletro, in questo periodo di invasione di ciccia sulle cosce).

Occorre adattarsi, tutti. E ringrazino che abbiamo aspettato trentasette anni, per dichiararlo.

Una seconda, o terza o quarta moglie non vale meno di una prima. Che abbia procreato o meno. Il matrimonio è un patto sociale, e che sociale sia. La società sta in piedi (più o meno) per alcune regolette sociali? Occhèi, allora rispettiamole. Ma rispettiamole tutte, mica solo quelle che non ci creano difficoltà.

Non ci si scaccola mentre si aspetta che il semaforo diventi verde? E allora si ammette anche l’ovvia presenza di una seconda (o terza o quarta) moglie a un evento sociale. Punto. Anzi, punto e virgola, perché ribadisco: altrettanto ovvie siano però la delicatezza e il buongusto necessari alla situazione, che, non socialmente, ma emotivamente, è destabilizzante.

E non mi si dica, come mi ha detto un signore l’altro giorno: sai, la comunione è la festa dei bambini (?) e quindi decidono loro chi c’è. I bambini, in quanto bambini, non possono decidere cose che nemmeno gli adulti, spesso, sono abbastanza adulti per affrontare. Ma, della serie scegliere il male minore, che decidano gli adulti, e stilino una bella lista degli invitati, pensando a quei trentasette anni che son passati da quando hanno detto sì (che poi era un no perché c’era tutto quel giro di parole sull’abrogazione etc) al divorzio.

Però, per favore, basta pippe. E lo dico, per prime, a noi. E, subito dopo, ai nostri mariti.

Che poi, in occasioni spinose e conflittuali in cui il secondo matrimonio non c’entra, succede spesso che un marito dica ai parenti-serpenti: se non inviti mia moglie non vengo nemmeno io. Ecco, e allora perché, se la moglie non è la prima, questo non succede? Per i vecchi, cari, fottuti sensi di colpa maschili, lo so. Ma, suvvia, la psicanalisi, anche quella, c’è da tanti, tanti, tanti anni, e ormai le sue teorie la leggiamo anche sulla Settimana Enigmistica o sulla Gazzetta dello Sport. E allora, dai, su, forza. Eccheccavolo.

Non siamo delle babysitter procaci da nascondere alla famiglia, mi sembra. Cioè, procaci sicuramente sì, babysitter spesso, ma da nascondere no.

Si dia inizio al linciaggio. Son qua.

(*) Dicesi opossum (e di conseguenza opossumismo), per chi fosse nuova di questo blog, quel marsupiale che, come gli uomini (maschi), in caso di minaccia si finge morto stecchito.

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Prendiamo due case, e chiamiamole, per convenzione, casa De’ Paperoni e casa Paperini. Va da sé che la casa De’ Paperoni, di proprietà e situata in centro, supera ampiamente i 150 metri quadrati, ha due bagni e una lavanderia, svariate camere da letto, un terrazzo, ed è tenuta impeccabilmente lustra e ordinata da una collaboratrice familiare.

La casa Paperini è sui 60 metri quadrati, un solo bagno, due camere e un soggiorno piccolino con cucina – e disordine relativo – a vista. Nessuna colf all’orizzonte, e un affitto pesante da pagare.

Bene. Ora dotiamo queste case di persone. Un uomo e una donna, in pianta stabile, e, part time, due deliziosi o non deliziosi frugoletti figli di primo letto dell’uomo. Mettiamoci anche un gatto, vah.

Eseguita la farcitura delle due case, osserviamo una giornata-tipo in casa De’ Paperoni, e una in casa Paperini.

Mattina, casa De’ Paperoni: la sveglia, per gli adulti, suona a un orario decente. Nessuno deve fare turni sfiancanti, nessuno deve mettersi in tangenziale e farsi un’ora di macchina per raggiungere il posto di lavoro o prendere al volo un treno affollatissimo e sudato anche d’inverno. C’è il tempo per  leggere il giornale mentre si fa colazione e per chiacchierare col gatto mentre gli si lancia al volo un croccantino di quelli, costosissimi, che difendono il sistema urinario. I bambini, o vanno a scuola da soli perché l’edificio scolastico è a due passi da casa, o vengono accompagnati dalla babysitter.

Mattina, casa Paperini: sveglia prestissimo, gara all’ultimo sangue per chi si accaparra l’unico bagno, piastre per capelli contese a morsi, ululati del tipo cazzoètardissimo che risuonano per ogni dove. Corsa a ostacoli verso l’uscita scavalcando mutande di varia origine abbandonate per terra, salto carpiato dell’accappatoio, pelle di pollo rinsecchita lanciata al gatto che, per rappresaglia, piscia sul divano.

Sera, casa De’ Paperoni: la cena è pronta, cucinata dalla colf. La famiglia allargata si riunisce al desco, lui è soddisfatto del suo lavoro soprattutto perché, nei tempi morti, è riuscito a resuscitare un’amicizia su Facebook con la più carina della classe di tanti anni fa, lei è altrettanto soddisfatta anche perché si è concessa, in una lunga pausa pranzo, un massaggio drenante e una messa in piega alla cheratina. I bambini hanno giocato tutto il giorno con la babysitter e ora, stanchi morti, non hanno più energie per sedersi al contrario sulle sedie, mettere la Coca Cola nell’arrosto o il Vinavil sulla sedia della matrigna. E in ogni caso la babysitter è stata brieffata per renderli dei perfetti soldatini, quindi la maleducazione non abita qui.

Sera, casa Paperini: non c’è un cazzo di pronto da mangiare, la matrigna spadella come un’ossessa raschiando il fondo del barile delle proprie energie, mentre bambini e compagno ingaggiano una gara a chi lascia più briciole durante il Campionato del Fuoripasto. Il gatto è salito su una mensola e osserva inorridito il guppo di bipedi là sotto mentre, con eleganza, si fa un bidè.

Più tardi, casa De’ Paperoni: partendo dal presupposto che ognuno ha il suo computer, che di televisori ce ne sono almeno due o tre, che la camera da letto coniugale è ben distante dal resto della casa, che non ci sono tapparelle da aggiustare, piatti da lavare  o compiti da controllare, ognuno si dedica alla propria attività preferita. I piccoli chattano o guardano i cartoni o giocano in terrazza o si scaccolano garruli, gli adulti trombano indisturbati e il gatto anche, grazie al terrazzo che comunica con quello dei vicini, dotati di gattina persiana dagli occhi d’oro e non solo.

Più tardi, casa Paperini: partendo dal presupposto che ognuno ha da fare qualcosa ma non ha nessuna voglia di farla perché è stanco morto e alquanto nervosetto, ognuno si dedica alla propria attività preferita: dare sui nervi all’altro. E, dato lo spazio esiguo, gli viene benissimo.

Ovvio che quanto si racconta in questo articolo è un’estremizzazione e una generalizzazione, ovvio che si può trovare un equilibrio anche in condizioni estreme e, viceversa, si può non trovarlo nonostante i numerosi privilegi. Ovvio che le situazioni non sono così schematizzate, e ovvio anche che c’è chi vive in molto meno di 60 mq, e chi in molto più di 150.

Solo, una riflessione sui propri privilegi, e una sulle proprie capacità.

Perché, parlando di ricchezza, il dono della positività, il dono della generosità, il dono della sensibilità, almeno quelli, per fortuna, non si comprano col denaro. Sono doni, e ci arrivano così, tra capo e collo, alla nascita. Una vera ricchezza che non può toglierci nessuno, e che non ha bisogno di una colf per essere mantenuta lustra. Bastiamo noi stesse.

Poi, certo, un aiutino mica guasta. Anche, magari, oggi, andando a votare.

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Udite udite: la voce dell’asparago

Si parla di: uomini

Udite udite, mogliastre, e diffondete il Verbo. Ero fuori a cena e, complice un piatto di asparagi che, si sa, son diuretici -in questo caso anche per le parole – a un compagno di matrigna è uscita gorgogliando argentina la seguente verbalizzazione: “Ah, se avessi saputo da subito che mettere dei paletti, prendere la giusta distanza dalla mia ex, insomma dichiarare con coraggio che stavo ricostituendo una famiglia con la mia nuova compagna, senza omissioni né vigliacchierie, mi sarei risparmiato un sacco di seccature. L’ho scoperto solo dopo un paio d’anni, ma, se tornassi indietro, lo farei subito, dal primo giorno, e vivrei più sereno. E gli uomini che non lo fanno, visti adesso che ho capito il trucco, mi sembrano pazzi.”

Siccome gli uomini, a differenza di noi donne, le seccature tendono a evitarle come una nidiata di pidocchi, io credo che questa affermazione asparagina andrebbe divulgata a tutti i nostri compagni. Naturalmente non bisogna dire che l’abbiamo letta su questo bloggastro, ma che invece l’abbiamo sentita per caso a un tavolo accanto al nostro, da un uomo che, si capiva benissimo, era felice, sereno, e (tanto per far maggior presa) sicuramente anche superdotato. Mica ce l’aveva come un asparago, lui. Eh.

(Comunque vi giuro che io l’ho sentita veramente)

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Scusi, signor Einstein, me la spiega una cosetta che secondo me trascende un po’ dalla sua teoria della relatività?

Dunque, cerco di porle la questione nel modo più scientifico possibile.

Data una donna, che chiameremo A, le attribuiamo un’altezza media: diciamo di 1 metro e 65 centimetri. Media sull’altino, no, Albert? OK.

Poi le attribuiamo un peso, che qui non dichiariamo perché le questioni di bilancia sono sottoposte a una privacy rigorosissima, ma, insomma, le attribuiamo un peso che non la rende né magra né grassa: media. Ci sei, Alby? Bene.

Poi la dotiamo, tra gli altri gadget, di un paio di occhi castani, il colore dell’italiana media, no? quelli che, soprattutto se truccati,  fan comunque la loro porca figura.

Ecco, Alby, ci siamo, ora vengo al punto.

Mi spieghi com’è che, se poniamo la suddetta A accanto a un esemplare di femmina, anch’essa normodotata, ma per esempio alta tre centimetri più di lei, ovvero la misura di, tipo, tre zanzare messe una sopra l’altra, A si sente immediatamente e irresolubilmente una tappa? E mi spieghi com’è che, la suddetta tappa, appena la metti accanto a un altro soggetto normodotato ma di altezza inferiore ad A dei soliti tre centimetri/tre zanzare,  si sente altissima e incombente come un tirannosauro?

Lo stesso per la questione peso: messa di fronte a un soggetto di peso superiore al suo di, diciamo, anche solo tre chili, A si sente anoressica, tutta ossa, sgraziata come un cucciolo di coyote e piatta come una sogliola. Ma messa di fronte a un soggetto di peso inferiore, dei soliti tre chili, A si sente una palla di lardo inguardabile, un’ippopotama informe cacciata via dal Figurella. Eppure A è sempre A, no? Quella di altezza e peso medi.

E, tanto per farti mettere bene  a fuoco la situazione, Alby, arriviamo anche agli occhi: perché A, mediamente orgogliosa dei suoi occhi castani che truccati  fan la loro porca figura, messa di fronte a un soggetto con gli occhi, chessò, azzurri, o anche tutti bianchi, paragona improvvisamente  i suoi occhi scuri al culo di Calimero caduto nel catrame? Eh, Albertino? Perché?

Ah, sei un uomo e queste cose non le capisci. Mhm. Ma non eri un genio, tu?

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Vi copio-incollo, mie mogliastre, una piccola intervista che mi hanno fatto ieri a proposito degli adolescenti e di internet. Si intitola “Rossella Calabrò: spicchi di saggezza” e mi viene da sorridere perché, fino a un po’ di anni fa, di me certo non si diceva che ero saggia.

E allora, io mi becco il mio nuovo posizionamento cercando di conviverci amorevolmente, e voi vi beccate l’intervista.

Credo che l’ultima risposta che ho dato sia qualcosa su cui riflettere.

In più, il blog si chiama InFamiglia, e la miracolosa ammissione di una matrigna sotto questa insegna è un’altra cosa su cui riflettere.

“Ho avuto il piacere, in questi ultimi giorni, di tessere una relazione (rigorosamente digitale) con Rossella Calabrò, fondatrice del Club delle Matrigne Italiano,copywriter, blogger e scrittrice (l’ultima sua opera, Di matrigna ce n’è una sola – Sonzogno, è proprio rivolta agli adolescenti).

Rossella è matrigna di due ragazze di 15 e 25 anni. Descrivendomi la più giovane come “avviluppata al telecomando come un pitone, o avvinghiata al pc di papi (non al mio, che è off limits per chiunque) e armata di cellulare ovunque si trovi”, ho pensato di invitarla a InFamiglia e rubarle qualche spicchio di saggezza sul rapporto genitori e tecnologia.

Mi ha subito spiazzata, dicendomi di se stessa “sono talmente pacifica, per quanto riguarda internet, e anzi lo amo così perdutamente, che non ho obiezioni”.

E nessuna paura? C’è qualche cosa che ti spaventa o ti preoccupa a proposito della tua figliastra che dialoga online?

Be’, certo, ma mi spaventano di più le serate in discoteca o i giri in motorino, magari col casco slacciato.

Quanto tempo-svago (non tempo-lavoro) passi sul pc ogni giorno, più o meno, s’intende? (la domanda include letture su cose che ti interessano e interazioni con i tuoi amici su Facebook/social network/chat/blog eccetera)

Il mio tempo-svago coincide abbastanza col mio tempo-lavoro, perché, fortunata mortale, per lavoro scrivo, ed è una passione. Se esco dall’ambito lavoro (in cui metto anche social network, blog, email etc.) è per curiosare su alcuni temi che mi interessano, a cui dedico tipo un’oretta al giorno. Ma in realtà rientrerebbero nel tempo-lavoro, perché poi magari, di quegli argomenti, scrivo per lavoro.

Quanto tempo-svago concedi ai tuoi figli sul pc ogni giorno? E’ più o meno lo stesso tempo che concedi a te stessa o meno? Se meno, perchè?

Le mie sono figliastre e le vedo part-time, a weekend alternati più una sera a settimana. E quindi non sto ad ammorbarle per quelle poche ore passate insieme. Anche perché mi ricordo com’ero io da adolescente, e mi ricordo quanto mi stessero strette le censure dei miei genitori, tipo i limiti alle mie chiacchierate al telefono con le amiche. Tant’è che avevo trovato un trucco: siccome mia madre, quando tornava a casa, toccava il telefono per sentire se la cornetta era calda, io, appena sentivo l’ascensore, staccavo il telefono, lo mettevo nel freezer e poi lo rimettevo a posto. Così quando lo toccava era freddo, e io innocente. Insomma, credo che stare ore a chattare sia una cosa fisiologica, a quindici anni, e ritengo sia molto, molto peggio impedirlo. Ma forse è facile essere progressiste con i figli degli altri, non so. Fatto sta però che io – a furia di restrizioni – sono scappata di casa a 18 anni e non sono mai più tornata. Forse un po’ meno restrizioni sarebbero state utili a tutti.

Le relazioni “virtuali” non sono vere e sincere perchè non vedi gli occhi, i gesti e le espressioni di chi parla, e quindi non puoi fidarti. Questa è un’osservazione che affiora spesso nelle conversazioni tra madri e figli (e non solo) quando si parla di conversazioni online. Tu cosa pensi?

Penso che siano le relazioni di questo momento storico, e dobbiamo adattarci a gestire anche questo tipo di comunicazione. Senza essere prevenuti, e senza pensare che come comunicavamo noi era giusto e come comunicano i ragazzi sbagliato. Altrimenti, secondo me, siamo vecchi e abbiamo finito di crescere e imparare.

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