Articolo notturno in cui si dimostra che gli esami non finiscono mai, e che, quando una crede di aver imparato tutto,  in realtà non ha imparato niente.

La serata alla festa è partita con un errore fondamentale: il turchese. A me il turchese sta ma-lis-si-mo, a meno che non sia molto abbronzata. Ma con la mia carnagione da vampira, il turchese mi rende forforescente come certe madonnine luminose che si vendono a Lourdes. Oltretutto, avessi almeno gli occhi azzurri, ma no, occhi neri, pelle cadaverica,  capelli scuri, col turchese sembravo appena uscita da una cripta. E questo non aiuta il senso della socialità.

Arrivo alla festa, la festeggiata come da copione mi saluta, ma non è che possa stare con me per delle ore. Quindi, sempre come da copione, mi butto sul buffet, e poi vado fuori a fumare. Mi siedo su un gradino (io adoro sedermi sui gradini, mi fa molto hippie), e, neanche il tempo di tirare la prima boccata di fumo, una zanzara mi punge. Ma dove mi punge? Là. Ma proprio là-là. Giuro, eh, non sto inventando. Occazzo, mi dico. Farei meglio a dire un’altra cosa, ma va be’. Rientro precipitosamente nel locale, monto la faccia simpatica, e perseguito tutte le donne borsa-munite per elemosinare un after-pick, insomma quelle penne all’ammoniaca per togliere il prurito da puntura di zanzara. Finalmente un’anima pia mi presta il suo after-pick. Io la ringrazio copiosamente e mi dirigo verso il bagno per metterlo sul luogo inverecondo del delitto zanzaresco. Ma la tipa mi guarda e mi fa: embé, te ne vai via col mio after-pick? Urka, mi ha sgamata. Le farfuglio, gesticolando, che la zanzara mi ha punto sotto la maglietta. Bugia: la zanzara mi ha punto sotto le mutande, ma come faccio a dirle che il suo after-pick verrà applicato proprio là? Quindi, fingendo di grattarmi la pancia, mi precipito in bagno a smutandarmi e ammoniacarmi la zona. La camminata  è alquanto frenetica e irregolare, come si può immaginare.
Dopodiché, finalmente sedata, restituisco l’after-pick alla proprietaria, affettando un candore virginale, e mi aggiro per il locale. In realtà un po’ di persone le conosco, ma siccome sono vanitosa e, pur essendo miope come una talpa non porto gli occhiali, non riconosco nessuno. Ma vengo riconosciuta da un ragazzo con vista da falco e ciuffo da punk, figlio di una mia amica, e mi metto a chiacchierare con lui. Anzi, essendo anche figliastro, già che ci sono lo recluto come ospite speciale per gli Aperitivi delle Matrigne. Mi accorgo anche che ha lo smalto blu su un’unghia, ma va be’. Del resto, io col mio turchese che mi rende vampira devo solo stare zitta.

Congedato il punkastro, attraverso la sala e vengo arpionata dal cantante.  Mi divincolo come un’anguilla, anzi come un capitone perché porto la 44, e mi avvento sul cous cous. Cous cous senza niente, perché sono vegetariana.  Ma mentre divoro nervosamente gli scipiti granellini etnici, vengo riconosciuta da un’amica che abita a due passi da casa mia, e che deve andarsene di lì a pochi minuti perché la mattina dopo si deve alzare alle cinque. Ohibò, anch’io mi devo alzare prestissimo (seconda bugia della serata). Così, facciamo il giro dei saluti, in cui, stringendo mani e sbaciucchiando visi, mi rendo conto di conoscere in realtà un sacco di persone, ma mi faccio comunque teletrasportare a casa mia.  Anche perché l’after-pick non è che abbia risolto proprio del tutto il problema.

Appena rientrata mi strappo di dosso la mise turchese, la guardo con odio, e, da brava vampira, mordo maglietta e sandali alla giugulare prima di buttarli nell’armadio delle cose che non metto più.

Gamberetti? No, non ce n’erano, c’era solo il pollo da mettere nel cous cous, ma una coscia di pollo nel naso non avrebbe avuto la stessa classe di un gamberetto.

Rossella Calabrò

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Chi ha provato a mangiare da sola al ristorante? Mediamente, non sappiamo dove guardare, non avendo di fronte nessuno. E, fingere di avere di fronte qualcuno, intavolando perdipiù una conversazione brillante, è molto peggio, e la camicia di forza non dona al décolleté.

Possiamo provare a portarci un libro, ma, se lo posizioniamo davanti al piatto,  gli spaghetti, durante il tragitto piatto-libro-bocca, spesso si accasciano sulle pagine del libro. Se lo posizioniamo dietro il piatto, dobbiamo sporgere il collo come delle tacchine, con il rischio di essere assoldate dallo chef per il pranzo di Natale.

Guardare un punto fisso nel vuoto potrebbe essere una soluzione, ma dopo un po’ ci lacrimano gli occhi, oltre a ottenere un’espressione un po’ da pesce lesso.

Fissare qualcuno, non si fa, è maleducazione, lo sanno anche le triglie.

Smanettare col telefono è una soluzione talmente ovvia che veniamo sgamate in tre secondi.

Impiccarsi con gli spaghetti alle vongole? Può essere una soluzione definitiva.

Lo stesso per quell’altra cosa tremenda che è andare a una festa da sole. Con l’aggravante, classificata ai primi posti tra gli sport estremi, di non conoscere nessuno tranne la padrona di casa. I guai cominciano già quando siamo di fronte al citofono.

Bzzzzzzzzzz.  “Sìiiii?” “Ehm, sono Grimilde.” “Ah, sali.” Sì, ma sali dove? Non ci ricordiamo più il piano, quindi siamo costrette a suonare di nuovo. Bzzzzzzz. “Sìiiiii?” “Scusa, non mi ricordo il piano”. “Terquartinto”. Oddio, il tram doveva passare proprio adesso? Non abbiamo capito niente del piano. Rifiutandoci di citofonare per la terza volta, che oltretutto quello lì che ha risposto manco sa chi siamo, ci appostiamo sotto al portone aspettando che arrivi qualcuno con l’aria di andare alla nostra festa. Ci lamentiamo come vitelli perché non arriva nessuno, ma, quando qualcuno arriva, è ancora peggio. Andranno alla festa veramente?  O stanno solo andando a congiungersi carnalmente a casa loro, senza party, né Martini, né niente? “Hehehe, scusate, andate alla festa di Crudelia?” “Sì.” Un lapidario sì, mentre la lei ci squadra sospettosa, e il lui ci scansiona ad alta definizione il lato b. “Hehehe, non mi ricordavo il piano, salgo con voi.” “Mhm.”

Ma poi, mica ci si può attaccare come cozze alla coppia, quando si entra in casa. Anche perché la coppia ci molla immediatamente per marinarsi altrove. E noi lì, a precipitarci verso il buffet, non per fame ma per avere qualcosa da fare mentre, con un gamberetto infilato nel naso per errore, scrutiamo l’orizzonte alla ricerca della padrona di casa. La padrona di casa c’è, ovvio, ma è attorniata da un nugolo di amici stretti,  così stretti che fanno muro, anzi una muraglia cinese intorno al lei, e noi non riusciamo a valicarla. Da sotto la muraglia cinese uggioliamo in mandarino stretto: “Buonaselaaaa!” E lei, cortesemente,  annuisce e morta lì. Che si fa? Si va a fumare sul balcone? Mhmmm, poco trendy. Ci si chiude in bagno simulando un attacco di salmonellosi? Può essere, ma nel bagno ci son già due che stan trombando. Allora si simula una chiamata al cellulare, e poi, risimulando un impegno mondanissimo e galantissimo, ci si fionda nell’ascensore e ci si pigiama a casa, dopo un tempo di permanenza al party di circa diciotto minuti.

Io, che se ho scritto questo articolo queste cose le ho provate eccome, ormai da parecchi anni ho imparato a mangiare al ristorante da sola, e oltretutto mi piace tantissimo. E, alle feste, anche se vado da sola, sopravvivo la maggior parte delle volte, e rischio anzi ogni volta di divertirmi parecchio. Chissà, forse è anche l’allenamento estremo,  il master in famiglie allargate, che ci fa diventare delle impavide Super-Mogliastre.

Rossella Calabrò

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Siete tutte orecchie?

Si parla di: Club delle matrigne

Care mogliastre,

in questi mesi ho raccolto moltissime email di suggerimenti, e così è stata presa una decisione riguardo a questo onorato blog. Che rimarrà qui per voi, come sempre, ma cambierà un po’, ovviamente in meglio.

Prima bellissima novità: una chattastra. Qui a destra troverete, oltre ai miei articoli come sempre, un box per chattare in diretta tra mogliastre. L’idea è nata, praticamente, da voi. Perché spesso lo scambio di commenti, qui, è così veloce e numeroso che assomiglia a una conversazione in chat. E allora, perché non regalarcela? Detto fatto.

Seconda bellissima novità: proprio grazie alla chat, i commenti saranno meno numerosi e non ingolferanno la pagina, perché ottocento commenti alla settimana mettono in difficoltà anche il pc più volonteroso. Non solo: per permettere a tutte le lettrici di leggere i commenti senza perdersi, verranno pubblicati, di volta in volta, solo alcuni post, quelli che non duplicheranno le parole di altre mogliastre, che non saranno aggressivi, o quelli che porteranno effettivamente un contributo, una stimolo per chi legge. Post pro, post contro, post seri e post ridanciani, ma post concreti, che diano suggerimenti, che portino esperienze, o sorrisi, che insomma ci aiutino nel nostro lavoro di mogliastre. E che permettano a tutte, anche a quelle che hanno meno confidenza con questo blog o che non hanno ancora metabolizzato il nostro lessico familiare (allargato) di capirci qualcosa e di sentirsi di casa.

Contente? Io sì, moltissimo.

Un abbracciastro, e un grazie, a tutte voi.

Aggiornamento per chi legge questo articolo qualche settimana dopo la sua pubblicazione: l’esperimento- chat  è stato sospeso, mentre resta attiva la moderazione dei commenti. E resta attivissima la voglia di scegliere sempre il meglio per questo blog. :-)

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Ieri, per la mia inguaribile mania della puntualità, sono arrivata venti minuti prima a un appuntamento fuori da un teatro dove era in corso un saggio di danza. L’appuntamento sarebbe stato a spettacolo terminato, ma, già che ero lì, e dato che fuori c’era un plotone di zanzare coi pungiglioni puntati verso di me, sono entrata. E, peggio di una matrigna, mi sono seduta in fondo in fondo, nell’ultima fila. Essì, perché ieri ero ancora meno di una matrigna, ero l’amica di una zia di una nipote sconosciuta, e oltretutto ero dentro soltanto perché spinta a pungiglionate dalle zanzare. Non solo: il saggio, manco a dirlo, era su Cenerentola. Perfetto. Infatti un getto di aria condizionata dell’Alaska, evidentemente dotato di sensori-step-mother, mi ha seguito col suo occhio sintetico e si è diretto, con pervicacia, dritto dritto sul mio collo e relativa cervicale.
Il saggio era un saggio, quindi c’erano ballerine brave e ballerine che avrebbero avuto più successo in uno spettacolo di casacioff tra vecchie otarie. E poi c’erano ballerine-mini, bambine dai quattro agli otto anni, chi vestita da topino, chi da uccellino, chi forse da figliastra di qualche spettatrice delle ultime file. Ma io, dall’alto della mia estraneità, perché per una volta non ero davvero nessuno e non conoscevo nessuna delle bambine svolazzanti sul palco, ho potuto notare alcune cose.
Intanto, che non sono stata l’unica al mondo, quando ho fatto il mio saggio di danza, a otto anni, a sbagliare implacabilmente tutta la coreografia e ad andare sempre (ma proprio sempre, eh) a destra quando bisognava andare a sinistra, a sbattere contro le mie colleghe-cigni bianchi indignate dalla mia inaudita inadeguatezza, a traballare sulle punte come un dente da latte, a perdere il fermaglio dei capelli e farlo rotolare sotto ai piedi della mia amica bravissima che faceva il cigno nero ma che stava per cadere rovinosamente sul suddetto fermaglio e che poi non mi ha parlato per sei giorni.
Anche loro, le ballerine di ieri sera, hanno fatto dei disastri, non tutte, ma alcune. E io, per quelle alcune, ho provato una simpatia che era quasi amore. Una poi, l’ho vista benissimo che si scaccolava, aveva un cerchietto con le orecchie da topolino, ma si scaccolava come un pachiderma. E un’altra, perché non mi sfugge niente, appena la scarpetta di cristallo è rimasta senza sorveglianza sul palco, l’ha afferrata quatta quatta e se l’è provata con un ghigno, cosa che nella fiaba non risulta. E quella che, avendo le mutande che le davano fastidio, se le è spostate in mondovisione, ravanando a piene mani con la grazia di un gorilla assediato dalle pulci? Ho amato anche lei.
E allora ho pensato, ma se ci fa simpatia l’imperfezione altrui, non potrebbe farci simpatia, finalmente, anche la nostra?

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Esperimentastro per matrigne

Si parla di: figliastri

Prendiamo una pozione magica, tipo quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, e rimpiccioliamoci di un bel po’ di centimetri, avendo cura di lasciare che la testa e gli occhi rimangano piuttosto grandi. Togliamoci anche, con un’altra pozione magica che poi brevetteremo e ci renderà milionarie, un cinque o sei ettolitri di cellulite dalle cosce, e appiattiamoci le tette (senza protestare tanto è un esperimento temporaneo). Stiracchiamo le corde vocali fino a ottenere una vocina più acuta, e, hop-là, eccoci trasformate in bambine.

Ora, con l’agevole sistema del teletrasporto, o con una pozione magica per chi soffre di cinetosi, fiondiamoci in casa di un papà (nostro) e della sua nuova compagna, presi in prestito per l’occasione. Noleggiamo anche, già che siamo in ballo, un’altra bambina, più o meno della nostra età, figlia della nostra matrigna e di un altro uomo che non è il nostro papà. Poi, giusto per aggiungere un po’ di pepe all’esperimento, aggiungiamo un pargoletto di un paio d’anni, figlio di papà e della matrigna.

Ora, si dia inizio alle danze.

E’ mattina presto, noi ci svegliamo in un letto di quelli che sembrano un cassetto, rasoterra, sotto il letto della nostra sorellastra. Eh sì, perché lei abita in quella casa sempre, visto che c’è la sua mamma, e ha un letto vero. Noi abitiamo lì solo qualche volta, perché la nostra mamma vive con noi da un’altra parte, quindi il letto è un po’ finto, quasi quasi tra un po’ ci viene il gatto a farci la pipì scambiandolo per la sua cassettina. E la cameretta è tutta sua, della sorellastra, anche se papà e matrigna dicono che è di tutte e due. Mica vero. I peluche sono i suoi, i vestiti sono i suoi, noi abbiamo lì  giusto un paio di mutande di ricambio e poco altro.

Iniziano i lavori lavaggio e striraggio prima di andare a scuola. La sorellastra viene aiutata dalla sua mamma a vestirsi e pettinarsi. Anche noi, certo, ma ci viene un po’ il magone a pensare che magari la matrigna fa le trecce fatte bene a lei, e fatte male a noi. Non è vero, ma il sospetto ci uccide un po’, in fondo siamo bambine, e, alla prima ciocca che scappa dalle nostre trecce, ci monta un istinto vampiresco peggio che in Twilight.

Nel frattempo, il fratellastrino, quello piccolo, fa il simpatico con noi. Veramente lo fa un po’ di più con la sorellastra, perché loro due vivono insieme tutti i giorni, e invece noi no e quindi gli siamo un po’ meno simpatiche. E anche lì, ci spunta un dentone canino dalla gelosia. Bau.

Dopo la scuola, arriva il pomeriggio. La sorellastra ha invitato una sua compagna di classe a casa, per la precisione la sua amica del cuore. E noi siamo lì come delle pere cotte, che ci sentiamo escluse. - Ma perché non inviti anche tu una tua amica – dice la matrigna. Perché, uno: non ci abbiamo pensato; due: la cameretta è già occupata da queste qua; tre: non ci sono i nostri giochi e noi cosa facciamo vedere alla nostra amica del cuore? (Quattro: ci piacerebbe che la nostra amica ci vedesse con nostra madre, non con la matrigna che poi bisogna spiegare per ore l’albero genealogico. Ma questo, alla matrigna, non lo diciamo).

Dopidiché, arriva l’ora di cena. Ovvero, la Babele educativa. Per esempio: a casa nostra, la mamma  non ci fa apparecchiare, forse perché, non avendo più il papà in casa, vuole viziarci un po’ per compensare. (Errore! NdM) Ma, in casa di papà e matrigna, i bambini devono aiutare ad apparecchiare. Eccheppalle. A noi, la mamma, se ne abbiamo voglia, per cena ci fa un panino col Philadelphia e via, qui invece ci tocca mangiare il minestrone. Ecchestrapalle.

E intanto, anche la nostra sorellastra non è mica contenta nemmeno lei, perché il nostro papà le dice: mangia le verdure, ma si vede che non è convinto, e la sua mamma si vede che vorrebbe ucciderlo. L’unico che fa un po’ quello che gli pare è il piccolino. Certo, lui vive sempre sia con la sua mamma che con il suo papà, e in più, con la scusa che è piccolo, viene viziato. Grrrrrr. E snif.

Ta dàmmmm, ora della televisione. Matrigna e papà si acciambellano sul divano. La nostra sorellastra, che ha diritti di parentela diretta ma non esclusiva con la sua mamma, le si controacciambella addosso. Noi ci appiccichiamo al papà, che è nostro, anche se in comproprietà col poppante. Ma arriva il piccoletto, e fa saltare il banco. Pfffffffffff. Fanculo a tutti, ce ne andremmo in camera nostra, se fosse nostra per davvero. Ci viene voglia di telefonare alla mamma, ma la mamma, quando noi non ci siamo, esce sempre, e, o il cellulare è spento, o ci risponde un po’ frettolosamente. Si vede che sta organizzando un’altra famiglia allargata anche a casa nostra, così non è più solo nostra nemmeno lei. Né la casa, né la mamma. Come quella cosa delle case in multiproprietà a Charm. Uffa.

Vabbe’, tanto tra un po’ è ora di andare a dormire. Riapriamo il cassetto che fa finta di essere un letto, e ci sentiamo come la Piccola Fiammiferaia, il Brutto Anatroccolo, Cenerentola, Biancaneve, tutti quelli lì messi insieme.

Di là, intanto, sul lettone, il piccoletto gorgheggia felice con la sua mamma privata e il suo privato papà. E a noi viene un po’ voglia di piangere.

Ok, mogliastre, ecco qua la pozione per tornare grandi. POF.

Però, non dimentichiamoci di questo piccolo esperimentastro in cui abbiamo vissuto da piccolastre.

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Matrigne d’altri tempi?

Si parla di: libri

“Pelle di Fico”, della mia amica Katia Ceccarelli, è un libro speciale. Un po’ è speciale perché, speciale, è Katia. Un po’ è speciale per la scrittura, che ci regala un’immersione dal sapore caldo e dal profumo vintage tra le parole, e i pensieri, dell’Italia centrale di parecchi, ma non troppi, anni fa. E un po’ ancora, è speciale perché racconta di famiglie speciali, di famiglie allargate a loro insaputa, e di accoppiamenti – in un mondo contadino che non conosciamo più – consumati a volte con naturalezza, a volte con una violenza che passa per naturalezza.

Figli, figliastri, figli adottivi, figli nascosti, figli di non si sa chi, figli che spariscono e poi riappaiono, tutto accade tra i fichi maturi e il sole che addormenta tutto ma non le maldicenze. E la “pica”, la pica che si infila dovunque, rendendo “prene” le donne, e allargandone i fianchi e le famiglie. (C’è anche un glossario, in fondo al libro, dove imparare parole nuove e concetti antichi come la nostra terra).

In quel mondo, le matrigne, manco si sognavano di definirle. C’erano solo le donne, madri di pancia o madri di cuore, madri di ragazzini appena “scucchiati dall’ovo”, o di uomini fatti, i loro stessi mariti, da accudire, ma anche da tradire mentre se ne andavano a “la Merica” a lavorare. Un mondo per certi versi lontano dal nostro, per altri, vicinissimo.

Un libro, quello di Katia, dove, tra sartine e contadine, tra giovani “studiate” e vecchie analfabete, viene voglia di pensare a noi. A come eravamo, a come siamo, e a come saremo. E, forse, a come educare le nuove generazioni, di pancia o di cuore, perché siano migliori.

Pelle di Fico si può acquistare on-line.

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