Esperimentastro per matrigne

Si parla di: figliastri

Prendiamo una pozione magica, tipo quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, e rimpiccioliamoci di un bel po’ di centimetri, avendo cura di lasciare che la testa e gli occhi rimangano piuttosto grandi. Togliamoci anche, con un’altra pozione magica che poi brevetteremo e ci renderà milionarie, un cinque o sei ettolitri di cellulite dalle cosce, e appiattiamoci le tette (senza protestare tanto è un esperimento temporaneo). Stiracchiamo le corde vocali fino a ottenere una vocina più acuta, e, hop-là, eccoci trasformate in bambine.

Ora, con l’agevole sistema del teletrasporto, o con una pozione magica per chi soffre di cinetosi, fiondiamoci in casa di un papà (nostro) e della sua nuova compagna, presi in prestito per l’occasione. Noleggiamo anche, già che siamo in ballo, un’altra bambina, più o meno della nostra età, figlia della nostra matrigna e di un altro uomo che non è il nostro papà. Poi, giusto per aggiungere un po’ di pepe all’esperimento, aggiungiamo un pargoletto di un paio d’anni, figlio di papà e della matrigna.

Ora, si dia inizio alle danze.

E’ mattina presto, noi ci svegliamo in un letto di quelli che sembrano un cassetto, rasoterra, sotto il letto della nostra sorellastra. Eh sì, perché lei abita in quella casa sempre, visto che c’è la sua mamma, e ha un letto vero. Noi abitiamo lì solo qualche volta, perché la nostra mamma vive con noi da un’altra parte, quindi il letto è un po’ finto, quasi quasi tra un po’ ci viene il gatto a farci la pipì scambiandolo per la sua cassettina. E la cameretta è tutta sua, della sorellastra, anche se papà e matrigna dicono che è di tutte e due. Mica vero. I peluche sono i suoi, i vestiti sono i suoi, noi abbiamo lì  giusto un paio di mutande di ricambio e poco altro.

Iniziano i lavori lavaggio e striraggio prima di andare a scuola. La sorellastra viene aiutata dalla sua mamma a vestirsi e pettinarsi. Anche noi, certo, ma ci viene un po’ il magone a pensare che magari la matrigna fa le trecce fatte bene a lei, e fatte male a noi. Non è vero, ma il sospetto ci uccide un po’, in fondo siamo bambine, e, alla prima ciocca che scappa dalle nostre trecce, ci monta un istinto vampiresco peggio che in Twilight.

Nel frattempo, il fratellastrino, quello piccolo, fa il simpatico con noi. Veramente lo fa un po’ di più con la sorellastra, perché loro due vivono insieme tutti i giorni, e invece noi no e quindi gli siamo un po’ meno simpatiche. E anche lì, ci spunta un dentone canino dalla gelosia. Bau.

Dopo la scuola, arriva il pomeriggio. La sorellastra ha invitato una sua compagna di classe a casa, per la precisione la sua amica del cuore. E noi siamo lì come delle pere cotte, che ci sentiamo escluse. - Ma perché non inviti anche tu una tua amica – dice la matrigna. Perché, uno: non ci abbiamo pensato; due: la cameretta è già occupata da queste qua; tre: non ci sono i nostri giochi e noi cosa facciamo vedere alla nostra amica del cuore? (Quattro: ci piacerebbe che la nostra amica ci vedesse con nostra madre, non con la matrigna che poi bisogna spiegare per ore l’albero genealogico. Ma questo, alla matrigna, non lo diciamo).

Dopidiché, arriva l’ora di cena. Ovvero, la Babele educativa. Per esempio: a casa nostra, la mamma  non ci fa apparecchiare, forse perché, non avendo più il papà in casa, vuole viziarci un po’ per compensare. (Errore! NdM) Ma, in casa di papà e matrigna, i bambini devono aiutare ad apparecchiare. Eccheppalle. A noi, la mamma, se ne abbiamo voglia, per cena ci fa un panino col Philadelphia e via, qui invece ci tocca mangiare il minestrone. Ecchestrapalle.

E intanto, anche la nostra sorellastra non è mica contenta nemmeno lei, perché il nostro papà le dice: mangia le verdure, ma si vede che non è convinto, e la sua mamma si vede che vorrebbe ucciderlo. L’unico che fa un po’ quello che gli pare è il piccolino. Certo, lui vive sempre sia con la sua mamma che con il suo papà, e in più, con la scusa che è piccolo, viene viziato. Grrrrrr. E snif.

Ta dàmmmm, ora della televisione. Matrigna e papà si acciambellano sul divano. La nostra sorellastra, che ha diritti di parentela diretta ma non esclusiva con la sua mamma, le si controacciambella addosso. Noi ci appiccichiamo al papà, che è nostro, anche se in comproprietà col poppante. Ma arriva il piccoletto, e fa saltare il banco. Pfffffffffff. Fanculo a tutti, ce ne andremmo in camera nostra, se fosse nostra per davvero. Ci viene voglia di telefonare alla mamma, ma la mamma, quando noi non ci siamo, esce sempre, e, o il cellulare è spento, o ci risponde un po’ frettolosamente. Si vede che sta organizzando un’altra famiglia allargata anche a casa nostra, così non è più solo nostra nemmeno lei. Né la casa, né la mamma. Come quella cosa delle case in multiproprietà a Charm. Uffa.

Vabbe’, tanto tra un po’ è ora di andare a dormire. Riapriamo il cassetto che fa finta di essere un letto, e ci sentiamo come la Piccola Fiammiferaia, il Brutto Anatroccolo, Cenerentola, Biancaneve, tutti quelli lì messi insieme.

Di là, intanto, sul lettone, il piccoletto gorgheggia felice con la sua mamma privata e il suo privato papà. E a noi viene un po’ voglia di piangere.

Ok, mogliastre, ecco qua la pozione per tornare grandi. POF.

Però, non dimentichiamoci di questo piccolo esperimentastro in cui abbiamo vissuto da piccolastre.

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Vi copio-incollo, mie mogliastre, una piccola intervista che mi hanno fatto ieri a proposito degli adolescenti e di internet. Si intitola “Rossella Calabrò: spicchi di saggezza” e mi viene da sorridere perché, fino a un po’ di anni fa, di me certo non si diceva che ero saggia.

E allora, io mi becco il mio nuovo posizionamento cercando di conviverci amorevolmente, e voi vi beccate l’intervista.

Credo che l’ultima risposta che ho dato sia qualcosa su cui riflettere.

In più, il blog si chiama InFamiglia, e la miracolosa ammissione di una matrigna sotto questa insegna è un’altra cosa su cui riflettere.

“Ho avuto il piacere, in questi ultimi giorni, di tessere una relazione (rigorosamente digitale) con Rossella Calabrò, fondatrice del Club delle Matrigne Italiano,copywriter, blogger e scrittrice (l’ultima sua opera, Di matrigna ce n’è una sola – Sonzogno, è proprio rivolta agli adolescenti).

Rossella è matrigna di due ragazze di 15 e 25 anni. Descrivendomi la più giovane come “avviluppata al telecomando come un pitone, o avvinghiata al pc di papi (non al mio, che è off limits per chiunque) e armata di cellulare ovunque si trovi”, ho pensato di invitarla a InFamiglia e rubarle qualche spicchio di saggezza sul rapporto genitori e tecnologia.

Mi ha subito spiazzata, dicendomi di se stessa “sono talmente pacifica, per quanto riguarda internet, e anzi lo amo così perdutamente, che non ho obiezioni”.

E nessuna paura? C’è qualche cosa che ti spaventa o ti preoccupa a proposito della tua figliastra che dialoga online?

Be’, certo, ma mi spaventano di più le serate in discoteca o i giri in motorino, magari col casco slacciato.

Quanto tempo-svago (non tempo-lavoro) passi sul pc ogni giorno, più o meno, s’intende? (la domanda include letture su cose che ti interessano e interazioni con i tuoi amici su Facebook/social network/chat/blog eccetera)

Il mio tempo-svago coincide abbastanza col mio tempo-lavoro, perché, fortunata mortale, per lavoro scrivo, ed è una passione. Se esco dall’ambito lavoro (in cui metto anche social network, blog, email etc.) è per curiosare su alcuni temi che mi interessano, a cui dedico tipo un’oretta al giorno. Ma in realtà rientrerebbero nel tempo-lavoro, perché poi magari, di quegli argomenti, scrivo per lavoro.

Quanto tempo-svago concedi ai tuoi figli sul pc ogni giorno? E’ più o meno lo stesso tempo che concedi a te stessa o meno? Se meno, perchè?

Le mie sono figliastre e le vedo part-time, a weekend alternati più una sera a settimana. E quindi non sto ad ammorbarle per quelle poche ore passate insieme. Anche perché mi ricordo com’ero io da adolescente, e mi ricordo quanto mi stessero strette le censure dei miei genitori, tipo i limiti alle mie chiacchierate al telefono con le amiche. Tant’è che avevo trovato un trucco: siccome mia madre, quando tornava a casa, toccava il telefono per sentire se la cornetta era calda, io, appena sentivo l’ascensore, staccavo il telefono, lo mettevo nel freezer e poi lo rimettevo a posto. Così quando lo toccava era freddo, e io innocente. Insomma, credo che stare ore a chattare sia una cosa fisiologica, a quindici anni, e ritengo sia molto, molto peggio impedirlo. Ma forse è facile essere progressiste con i figli degli altri, non so. Fatto sta però che io – a furia di restrizioni – sono scappata di casa a 18 anni e non sono mai più tornata. Forse un po’ meno restrizioni sarebbero state utili a tutti.

Le relazioni “virtuali” non sono vere e sincere perchè non vedi gli occhi, i gesti e le espressioni di chi parla, e quindi non puoi fidarti. Questa è un’osservazione che affiora spesso nelle conversazioni tra madri e figli (e non solo) quando si parla di conversazioni online. Tu cosa pensi?

Penso che siano le relazioni di questo momento storico, e dobbiamo adattarci a gestire anche questo tipo di comunicazione. Senza essere prevenuti, e senza pensare che come comunicavamo noi era giusto e come comunicano i ragazzi sbagliato. Altrimenti, secondo me, siamo vecchi e abbiamo finito di crescere e imparare.

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Lo dicevo oggi a una matrigna. Lo dico anche a voi, così vediamo se la mia teoria ha almeno una base statistica. Tanto mio marito è di là che vede Predator (uno di quei film tutti soldati, giungla e mostri, dove c’è, sì, Adrien Brody, ma, siccome di lui il bello, a parte gli occhi, è il corpo, e lì, con la mimetica, gli si vede solo il naso, insomma, non è un bel vedere e preferisco di gran lunga starmene di qua con voi.)

Allora, la mia teoria parte dalla mia esperienza, ed è supportata da qualche caso gemellato: quando un figliastro è malato, spesso la madre (spesso, eh, non sempre) riesce a salvarsi dal contagio, o prende la malattia ma in forma più leggera. Mentre, una matrigna, il virus se lo becca cento volte su cento.

Io per esempio mi sono presa miliardi di raffreddori, e persino la mononucleosi (detta malattia del bacio, o degli adolescenti, pur non avendo io baciato nessuno, extraconiugalmente parlando, e avendo superato l’adolescenza da un pezzo).

Le madri delle mie figliastre, invece, spesso (non sempre, ripeto, ma spesso) hanno scampato il contagio.

Questo secondo me dipende da un trucchetto della natura, che dice: ohibò, se il cucciolo malato contagia la madre, la madre non potrà curare il cucciolo, e addio continuazione della specie. Quindi, a chi ha lo stesso DNA del cucciolo straripante di virus, io fornisco una certa immunità, in modo che possa accudire il pargolo e farlo approdare, urlante e smoccolante, fino all’età della riproduzione.

Ma la natura, e il big bang, e il bordo primordiale e tutte quelle cose lì, non han pensato al divorzio, alle famiglie ricostituite, alla matrigne insomma. E quindi: lei, signora che zampetta insicura intorno alla starnutente prole altrui, si faccia riconoscere: ha un DNA adeguato? No? Eh be’, sorry, ma il virus se lo becca tutto. Tanto, che lei stia bene o male, ai fini della continuazione della razza umana, a noi ci fa un baffo.

Ora, io non ho conoscenze agli alti vertici, ma, se tante volte Qualcuno leggesse ‘sto post, hai visto mai, non è che potrebbe fornirci di un tesserino di riconoscimento, un pass, un qualcosa che ci eviti, oltre al danno, la beffa? Grazie, eh.

Ah, dite che voi non c’entrate, lì ai piani alti, che sono solo gli accidenti che ci tirano le signore dotate di DNA giusto? Ops.

Allora, mogliastre, riempiamoci di Oscillococcum e vitamina C, che san Valentino è alle porte.

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Ieri mi è successa una piccola cosa di grande soddisfazione matrignesca, che vi racconto per portare un contributo di ottimismo al nostro ruolo. E’ vero che a me, come direbbe una principessa, è andata di gran culo, ma è anche vero che, sempre parlando di quarti posteriori, me ne sono fatta uno enorme, all’inizio della mia carriera di mogliastra. Quindi mi sento autorizzata a raccontarvi il fatterello senza paura di essere detestata, perché ho vissuto sia il lato oscuro che, poi, quello luminoso della matrignitudine, e adesso, a cinquant’anni (cinquantuno, cinquantuno, vabbè), me ne sto un po’ alla luce, anche se i black-out ogni tanto arrivano lo stesso.
Allora, il fatterello: la mia figliastra grande era in grandi ambasce perché doveva prendere al volo una decisione su un cambio di lavoro. Mi chiama, e mi dice: sai, ho chiamato la mamma, poi il papà, poi te, e adesso che vi ho sentiti tutti e tre ho deciso che accetto la proposta di lavoro che mi hanno offerto.
Al momento, siccome ero concentrata sul suo dubbio lavorativo, non ci ho fatto caso. Poi, messo giù il telefono con la mia logorroica figliastra, (madonna quanto parla ‘sta ragazza) mi son detta: cosa cosa cosa? Ha sentito la mamma, il papà, e la matrigna, inserendomi con estrema naturalezza in un triumvirato che non avevo calcolato.
Be’, mi sono sentita importante, care mogliastre belle. Non mi sono sentita un’amica grande con cui confrontarsi, ma addirittura un pezzo imprescindibile di famiglia. Poi, che io detesti il concetto di famiglia, purtroppo, è un altro discorso.
Ecco, io ho pianto per anni chiusa nel cesso (è sempre la principessa di sangue reale che parla), somatizzando mi sono ammalata seriamente, mi sono triturata i maroni, e li ho triturati gravemente anche al principe consorte, ma il premio, non certo per eleganza nel linguaggio, è arrivato.
Volevo dirvelo, perché, mentre per le ex mogli io non ho grandi parole di speranza da darvi, e credo sia normale, per i figliastri la speranza c’è, eccome. Speranza, non certezza. Ma non sono la sola (siamo in tante) ad avere avuto, in età matura, un’esperienza positiva del genere. Che ripaga, generosamente, tanti anni di lavori in corso per costruire. Va ricordato, però, che tutto questo è arrivato in età, diciamo, da menopausa o quasi, non è che arrivi subito. E non è nemmeno detto che una abbia voglia di aspettare che arrivi. Ma, quando arriva, vi assicuro che è una bella cosa. Resta il fatto che le leggi vanno adattate alle nuove famiglie, che la percezione che si ha di noi va rivista operando una sorta di rieducazione degli adulti, resta insomma ancora un sacco da fare. Però, come diceva più o meno qualcuno, il cambiamento deve avvenire prima dentro di noi, e poi nella società.

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Mie mogliastre, un po’ per chi non l’ha ancora letto, un po’ per non lasciarvi senza post nuovi (o seminuovi) mentre sono blindata per un lavoro, eccovi un brano tratto dal libro “Di matrigna ce n’è una sola” edito da Sonzogno.

Un aspirapolvere

La prima volta che sei nata, è stato il giorno in cui ti ho preso per i piedi e ti ho fatto giocare a fare l’aspirapolvere per tutta la casa del tuo papà. In effetti, anche i bambini, quando nascono, vengono presi per i piedi e tenuti a testa in giù. Il nostro parto, però, è stato un po’ più tecnologico.

Vroooom, ti ho portato dietro i divani, vicino alle porte, persino sotto le sedie.

Sulla caviglia avevi un interruttore che regolava la potenza del motore, e poi ogni tanto, quando ci allontanavamo troppo dal muro, la spina si staccava dalla presa e tu smettevi di fare vroooom, suscitando in me uno stupore da colf e da pagliaccio.

Non so perché l’ho fatto, quel giorno in cui sei nata. Avevi quattro anni e io quaranta. Eppure, invece di dirti ciao, mi è venuta subito voglia di giocare con te.

Mentre tu aspirapolveravi, io con un occhio controllavo che non ti facessi male, mentre con l’altro controllavo tuo papà per scoprire se per caso disapprovasse il nostro gioco. Ho visto che rideva, e abbiamo continuato a ridere anche noi.

Ne sei uscita con il pigiama lurido e i capelli a scarabocchio, ma si sa, al momento della nascita non si è mai perfettamente in ordine.

Poi, a un certo punto, quella sera, il tuo papà ti ha messo a letto. E io, lo confesso, ti ho salutato e ho fatto finta di andarmene a casa mia, perché era ancora presto, forse, per dirti che sarei diventata la tua matrigna.

Invece sono rimasta a dormire col tuo papà, che era anche il mio fidanzato.

Solo che poi è successa una cosa, proprio nel bel mezzo di un’altra cosa da fidanzati: tu, nella tua cameretta, ti sei messa a piangere fortissimo, ti facevano male le orecchie. Piangevi proprio tanto, sai, mia piccola husky con gli occhi lucidi, e si capiva benissimo – lo capivo benissimo persino io che ero abituata a sentir piangere solo cani e gatti – che non era un capriccio.

Solo che io, ufficialmente, ero andata a casa mia.

Quindi, indovina? mi sono nascosta nell’armadio, mentre tuo papà ti dava le gocce per l’otite, che io pensavo fossero per le otarie.

Non puoi immaginare come mi sia sentita, quella sera.

Non avevo fatto niente di male per nascondermi nell’armadio, non ero una ladra, e neanche un’amante, visto che papi era single. Mi ci ero nascosta per non tradire la tua fiducia: ti avevo detto che sarei tornata a casa mia e non volevo che tu mi trovassi ancora lì, rivelandomi una bugiarda. Ma mentre ti disperavi, mia aspirapolverina, avrei voluto venire lì a darti una controllatina ai circuiti, a cambiarti il sacchetto raccogli-polvere, a spegnere l’interruttore del dolore alle orecchie.

E mentre piangevi, mia implume pre-figliastra, veniva da piangere anche a me, che oltretutto ero anche mezza nuda.

Piangere vestiti è molto meglio che piangere nudi, sai?

Poi il male alle orecchie, quella sera, ti è passato. Ma io, a casa mia, ci sono andata veramente. Con le orecchie basse come se facessero male anche a me.

Ripensandoci ora che sono passati tanti anni, non sarebbe stato necessario fare tutta quella pantomima dell’armadio, perché scommetto che a te, in quel momento, avrebbe solo fatto piacere avere accanto, oltre al papà, anche la tipa dell’aspirapolvere.

Noi adulti facciamo un sacco di cose strane per non ferirvi, mentre tante volte la verità, spiegata in modo che possiate capirla, è la scelta migliore.

Ma, soprattutto quando si è impantanati nella ricostituzione di una famiglia, cosa a cui, qui in Italia, siamo ancora poco abituati, anche la più piccola cosa appare gigantesca. Entrano in campo le eredità della cultura cattolica, il senso di colpa, la paura del peccato, la sacralità della famiglia e l’indissolubilità del matrimonio, cose ormai un tantino desuete per molti  italiani. Desuete significa che non si usano più, come i pantaloni a zampa, mia husky dalle zampette trendy.

La semplicità, invece, è la ricetta migliore. Insieme alla sensibilità, e soprattutto alla capacità degli adulti di ricordarsi come erano da piccoli. Che poi non è altro che empatia, il modo più diretto e naturale di comunicare, provando le stesse cose che prova l’altra persona, comprendendole non per via verbale, ma assimilandole da pancia a pancia. Ciaf ciaf.

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Il Tendine di Achille

Si parla di: figliastri, interviste

Quando abitavo da poco tempo con la mia famiglia ricostituita, come molte di noi mi ero tenuta un monolocale d’emergenza, che chiamavo studio, ma che avevo attrezzato con cucina e lavatrice, che non sono propriamente cose indispensabili in uno studio. Ma avevo pensato che, se le cose nella casastra fossero andate male, almeno avrei potuto lavarmi le mutande in santa pace e cucinarmi una ventina di chili di pastasciutta al giorno per sopravvivere alla sconfitta.
C’era una custode, in quello stabile. Una donna molto semplice, che una volta mi aveva raccontato di aver ricevuto una diagnosi di Tendine di Achille (una patologia infiammatoria) e aveva telefonato, indispettita, al medico, avvertendolo che aveva sbagliato paziente, perché lei non era il signor Achille, ma la signora Rosa.
Eppure questa signora Rosa dal tendine scambiato, senza sapere niente di famiglie allargate, ricostituite, disfunzionali, mi ha dato, nel suo italiano incerto, uno degli insegnamenti più efficaci, e delicati, della mia vita da matrigna.
“ Le figlie del tuo moroso, cerca di chiamarle con dei nomi speciali, solo vostri, vedrai che saranno contente”.
E io, che quando c’è da giocare abbocco subito, ho cominciato, prima nascondendomi dietro una risata perché in fondo sono timida, poi trasformando lo scherzo in una cosa vera, a chiamare le figliastre con dei nomi speciali, solo nostri.
Ed è stata una magia. Per loro, e per me.
Ci sentivamo tutte e tre più importanti, perché avevamo un segreto da condividere, speciale, tutto nostro, e senza filtri paterni.
Poi ho anche inventato dei riti, un modo tutto nostro – diversificato per figliastra – di salutarci, con dei gesti assolutamente idioti, ma, ancora una volta, speciali e tutti nostri.
Gesti che mantengo tutt’ora, con grande orrore delle figliastre, adesso entrambe quasi in età da marito. Ma, nel loro orrore, intravedo anche dell’amore, tant’è che una volta ho salutato, scherzando, una loro amica nel nostro modo speciale (ormai apparentemente scaduto per sopravvenuti limiti di età) e ho scorto un lampo di gelosia negli occhi figliastreschi che mi ha fatto un sacco di piacere.
Io devo tanto della mia salute mentale, nella famiglia ricostituita, alla signora Rosa. Che, il Tendine di Achille lo sbaglia, ma, la strada giusta, non la sbaglia per niente.

Cià, vi regalo la foto di un Achille-Brad, vah. :-)

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Nel condominio in cui abito c’è un ingresso spazioso, dotato di caloriferi e panche. (E inquietanti, orripilanti cassette della posta, un giorno ve le fotografo, ma questo non c’entra).
Stasera, tornando a casa, ho visto, dalle porte di vetro dell’ingresso, due adolescenti sconosciuti, con tanto di felpa slandra e cappuccio calato sugli occhi, che se ne stavano lì sulle panche, con quel tipico modo di sedersi svaccati poggiando il peso sulla schiena e non sul sedere (che non si chiama sedere per niente) a chiacchierare, o meglio, grugnire.
Odiandomi, mi sono sorpresa a pensare: mbè? che ci fate qua? Mica casa vostra.
Poi, mentre mi detestavo profondamente per il pensiero, e mi preoccupavo tantissimo di essere diventata così gretta e borghese: bzzzzzzzzz.
Il bzzzzzz è che uno dei due, vedendomi arrivare, mi ha aperto la porta, evitandomi di cercare le chiavi del portone per ore nella borsa.
Pàffeta.
Il pàffeta è che mi si è smorzata immediatamente l’aggressività verso i due incappucciati. Non solo: mi sono sentita una merdaccia. E giustamente, anche.
La morale è che sorprendere il proprio nemico con un’arma che non si aspetta, ha un potere detonante mille volte superiore. Un gesto di cortesia contro un grugno incazzato, spiazza. (Non che avessi il grugno incazzato, eh, non sono arrivata a questo punto, il mio era stato solo un lampo di pensiero orrendo).
O, più semplicemente, ricordiamoci, senza stare a giocare a nemici e amici, quanti ingressi e pianerottoli, da adolescenti, abbiamo illegalmente occupato noi. Magari senza felpa col cappuccio, ma anche senza aprire il portone agli adulti.
Poi, certo, Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo, insegna.
Ma secondo me questi due ragazzi non erano né Arsenio, né Lupin. Erano solo due ragazzi.

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Mostri

Si parla di: figliastri

Mi ricordo di quando, da bambina, una notte ho fatto la pipì a letto.

La mattina dopo io e miei genitori abbiamo preso l’ascensore, poi abbiamo fatto due rampe di scale in discesa, e siamo arrivati nella cantina condominiale. Abbiamo aperto il lucchetto della numero 12, la nostra porta, e siamo entrati.

Poi loro sono usciti, e mi hanno lasciato lì.

C’era odore di legno e segatura, si sentiva il suono dell’acqua che passava dalle tubature, e filtrava un po’ di luce dalla piccola finestra con le sbarre. Per il resto, era buio e un po’ freddino.

Io non ero mai stata in cantina da sola, e mi sembrava una bellissima avventura. Sapevo che in ogni cantina che si rispetti ci dovevano essere anche dei topi, ma non li vedevo. Ci speravo, nei topi, perché a me i topi piacciono. Ma niente.
Quello che non mi piaceva, e non mi piace nemmeno adesso, sono i mostri. E invece quelli c’erano, e facevano dei versi terribili.

Un po’ troppo terribili, a dire il vero, e poi avevano, quei versi, un tono strano, che mi faceva sentire al caldo. Avevano il tono di voce, preciso identico spiaccicato, a quello della mia mamma e del mio papà.

Io ho capito a quel punto che dovevo piangere, perché sennò i due mostri dietro la porta ci sarebbero rimasti male, e se ci fossero rimasti male mi avrebbero voluto meno bene, e allora ho pianto un po’, ma per finta.
Allora mi hanno aperto la porta e siamo tornati a casa.

Erano i primi anni Sessanta, e i criteri per educare i bambini erano molto diversi da quelli attuali. Ma io credo che i veri danni ai bambini si facciano trattandoli da adulti quando ci fa comodo, e da piccoli quando, i più piccoli, siamo noi.

Io credo che mettere i bambini di fronte alla realtà sia molto più costruttivo che metterli di fronte ai mostri. Quei mostri che infestano le nostre notti, non le loro.

Questo, in tutte le famiglie del mondo, e soprattutto in quelle ricostituite.

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La morale della favola

Si parla di: figliastri

Sono le nove di sera. Non per chi scrive, ma per la protagonista della storia sì. Insomma, è l’ora in cui solitamente i figliastri piccoli vanno a letto, e gli adulti magari anche, ma da un’altra parte, se hanno un pizzico di fortuna. La matrigna ora si pone un dilemma: gli racconto una favola della buonanotte, al piccolastro, rigorosamente dopo che suo padre gli ha dato la buonanotte, o no? Perché, se non gliela racconto, magari ci rimane male. Ma se gliela racconto, magari invado uno spazio non mio, uno spazio prettamente materno, e io sono matrigna, ma non legittima genitrice. Cosa faccio allora? Me la cavo con un buonanotte e via o resto lì un po’? Allora, vediamo: se io fossi la madre del piccolastro, mi darebbe fastidio che un’altra donna gli raccontasse la favola della buonanotte? Be’, un po’ sì, ma dovrebbe dispiacermi di più se mio figlio rimanesse senza favola. E se fossi il piccolo, la vorrei, una fiaba dalla matrigna? Be’, sperando che non imbrocchi proprio quelle sulle matrigne cattive, insomma, se mi saltasse Cenerentola e Biancaneve e quell’altro miliardo di fiabe anti-matrigna, sì, mi piacerebbe. E a papi, nonché mio marito second-hand? Sì, lui sarebbe contento, ovvio, i neuroni maschili son pochi e cagionevoli, mica si possono affaticare a chiedersi troppe cose oltre alla basiche: dove sono le calze? dov’è il telecomando?
Eppure, per una sorta di pudore, la matrigna non è ancora convinta. Siamo sicuri che faccio bene a raccontargliela, ‘sta fiaba? Non è che pesto i piedi a qualcuno? Non è che mi allargo troppo? Non è che poi sua madre si impadronisce nottetempo del mio scalpo e lo espone sul suo stendibiancheria, con tanto di pugnale navajo insanguinato al posto delle mollette?

No, dico, ma chi altro, se non una di noi matrigne, si pone tante domande, e si fa carico di tanta delicatezza?
La risposta è: nessuno.
E la risposta sulla fiaba è: sì, raccontiamogliela. Se fa piacere a noi, fa piacere anche al piccolastro. E poi, smettiamola di sentirci ospiti in casa nostra, usurpatrici di posti lasciati liberi da mo’, e incapaci di raccontare favole se non a noi stesse.

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Figliastri: libretto di istruzioni

Si parla di: figliastri

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Nozione base: il figliastro, nonostante le folkloristiche apparenze talvolta demoniache, è un bambino o un adolescente. Questo si nota agevolmente appoggiandolo con cautela per terra e osservandone le dimensioni. Può capitare però che, se si è acquistato il modello “teenager”, questo ci superi in altezza, ma è immediato notare che le proporzioni sono diverse, lo sguardo è assente, l’abbigliamento è bizzarro e alquanto griffato, tutto a dimostrazione del fatto che, appunto, è un adolescente. Con annessi e connessi dell’età ingrata. Una nota: se voi non vi riconoscete nei comportamenti di detto figliastro, se pensate che alla sua età non eravate così, avete probabilmente ragione. Ma alla vostra età i genitori erano diversi, voi eravate diversi, e anche la società era diversa, quindi non accanitevi a cercare differenze, perché le troverete tutte, ma sarà una pedalata a vuoto. Limitatevi ad accettare, capire, e gestire.

Upgrade 1: se il figliastro acquistato presso la nostra onorata ditta è di sesso femminile, vi consigliamo di ordinare anche, presso la farmacia con noi convenzionata, o dal pusher sotto casa, un kit di psicofarmaci da tenere sul comodino. Vanno bene anche i Fiori di Bach, ma da iniettare direttamente nella carotide. (La vostra. Per usi diversi da questo, decliniamo qualsivoglia responsabilità). Ottemperata la premessa chimica, vi informiamo che la gelosia femminile è un fatto inevitabile, e si verifica anche tra le madri biologiche e le loro figlie. Sono stati scritti fiumi di parole su Edipo, Elettra, e tutti quei complessi lì. Quindi non accettiamo reclami, in quanto i problemi non dipendono dalla qualità della nostra fornitura, ma dai capricci della natura umana. Che non ha alcun legame commerciale con noi.

Upgrade 2: se avete acquistato un modello “Baby”, osservate attentamente la dicitura tatuata sulla nuca, appena sotto la zona dove si annidano i pidocchi: il modello baby richiede una quantità smodata di attenzioni. Ma smodata-smodata. Del resto è nella sua fisiologia. Vi siete mai chieste perché le voci dei cuccioli, d’uomo o di qualunque altro mammifero, sono così stridule e assassine? Proprio perché la natura ha dotato i piccoli di corde vocali da stadio, in modo da essere sentiti dagli adulti, in caso di bisogno, anche a distanze galattiche. In effetti il kit di teletrasporto“Galassia Lontana” che avevamo commercializzato recentemente, è stato un flop, perché le voci dei nostri modelli Baby arrivavano a spaccare i timpani, e non solo, anche su Betelgeuse.

Upgrade 3: se ritenete i figliastri maleducati, andate a osservare la nostra dicitura tatuata sotto la loro chiappa destra: dice che, in casa vostra, siete libere di imporre le vostre regole, impostando adeguatamente l’appostito chip posto sotto l’ascella sinistra. A casa loro il chip ascellare verrà ri-impostato in altro modo, poi di nuovo a casa vostra nell’altra modalità e così via. Ma niente paura, i nostri chip in silicio extra-strong sono praticamente indistruttibili, quindi continuate pure a regolarli ogni santo giorno allargato. Alla fine il chip si autoregolerà autonomamente, senza necessità di un vostro intervento.

Upgrade 4: se notate che il figliastro che vi abbiamo recapitato tende pericolosamente ad assomigliare alla sua madre biologica, non preoccupatevi. Ogni nostro figliastro è stato fornito di una funzione “monkey” per cui imiterà ogni vostro gesto fino ad assomigliarvi parecchio. Cosa che, vi assicuriamo, vi ripagherà (in termini emotivi, s’intende, noi non rimborsiamo niente, eh) di tutti i disagi che inizialmente avrete eventualmente patito. E su questo ci spingiamo a fornirvi garanzia scritta. (Fatti, non pugnette).

 

N.B. Ci scusiamo per non aver allegato le istruzioni prima, causando alcuni disguidi con la precedente fornitura di figliastri. Fotocopiate e distribuite a chi era rimastro senza. In cambio riceverete un ulteriore figliastro del tutto gratuito. Scherziamo, scherziamo.

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