Ondine – il segreto del mare

Si parla di: film

Questa sera io e la mia figliastra sedicenne abbiamo visto (su mia insistenza, lei voleva vedere una roba terrificante sulle fotomodelle) il bel film “Ondine-il segreto del mare” di Neil Jordan, con quello strafigo di Colin Farrell.

Strafigo a parte, è una storia in cui, incredibilmente, sia il patrigno che la matrigna ci fanno una gran bella figura.

Lui, Colin, è un pescatore single, strafigo (insisto), divorziato, con una bambina malata ma molto sveglia e un’ex moglie terrificante e anche bruttacchiona, risposata, per fortuna, con un tipo coi capelli rossi.

A un certo punto il pescatore pesca letteralmente nella sua rete una strafiga (chi si somiglia si piglia), si innamorano, e, dopo tutta una serie di traversie che non vi sto a raccontare, i due si sposano felicemente e romanticissimamente, anche grazie alla bambina che apprezza molto Ondine, la neomatrigna pescata nella rete del papi.

La matrigna Ondine è buona, fa persino una magia (non si capisce se è magia o casualità, ma tant’è) per cui la bambina guarisce, anche se ci rimette le penne il patrigno che le dona un rene, e insomma, l’oscar della bontà va alla matrigna-sirena, il secondo oscar al patrigno defunto, e poi, va be’, il papà è bravino ma fa dei pasticci, mentre l’ ex moglie è decisamente perfida e non ne fa una giusta in tutti i 111 minuti di proiezione.

Il film è del 2009, e mi sembra un ulteriore segnale che qualcosa stia cambiando, nella percezione delle matrigne e dei patrigni e delle famiglie ricostituite in genere. Certo, ehm,  è classificato tra i film di genere “fantastico”, però, insomma, dai, non stiamo a sottilizzare.

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Ne faccio un post appost, anche se ne abbiamo discettato più volte qua e là, perché è un argomento che causa polemiche, difficoltà, confusione e dolore su tutti i fronti, e di cui voglio ufficializzare la mia personale opinionastra da tenutaria del blog.

Allora, 12 maggio 1974: in Italia passa la legge sul divorzio. Se la matematica non è un’opinione, son passati trentasette anni. Tren-ta-set-te.

In trentasette anni uno fa in tempo a cambiare una decina di creme per i brufoli e/o una ventina di modelli di jeans, da quelli a zampa a quelli a sigaretta a quelli cargo a quelli a vita alta a vita bassa a mutanda esposta e cavallo che pascola sull’asfalto.

In trentasette anni uno fa in tempo ad abituarsi alla televisione a colori, al telecomando, poi al cellulare, poi ancora al personal computer, poi a internet. In trentasette anni uno fa in tempo ad avere almeno due figli, e a vederli crescere. In trentasette anni uno fa in tempo anche a cambiare, a vedere la sua donna che cambia, a non ritrovarsi più innamorati come prima. In trentasette anni uno fa in tempo a cambiare idea, a stufarsi, a infiammarsi di nuovo, a capire tutto, a non capire niente.

Ma com’è che, in questi famosi trentasette anni, il fatto che, in seguito al divorzio, le famiglie si ricostituiscono, nessuno riesce a capirlo né ad accettarlo?

Abbiamo accettato le truffe dei vari governi, abbiamo accettato guerre ignobili, bugie enormi, prese per il culo epiche. Ma che le famiglie abbiano preso nuove forme, no.

Bene, anzi male, malissimo. Però, se siamo noi le prime a non combattere questa sorta di opossumismo (*) sociale, non se ne esce vive, e non si costruisce nulla.

E allora, tanto per passare al lato pratico: c’è la comunione, il saggio, il rito di iniziazione al chewing gum di un figliastro? Dove c’è suo padre, ci siamo anche noi, che siamo le mogli in carica. Con tutta la delicatezza e il buongusto di cui siamo capaci, ma ci siamo.

Si verificheranno, tra tutti, momenti di imbarazzo, di disagio, anche di dolore, certo. Ma se cominciamo a tirarci indietro noi, certo non si farà avanti nessun altro, e continueremo a essere considerate quellelà, una via di mezzo tra un’amante e uno scheletro nell’armadio. (Quanto vorrei essere considerata uno scheletro, in questo periodo di invasione di ciccia sulle cosce).

Occorre adattarsi, tutti. E ringrazino che abbiamo aspettato trentasette anni, per dichiararlo.

Una seconda, o terza o quarta moglie non vale meno di una prima. Che abbia procreato o meno. Il matrimonio è un patto sociale, e che sociale sia. La società sta in piedi (più o meno) per alcune regolette sociali? Occhèi, allora rispettiamole. Ma rispettiamole tutte, mica solo quelle che non ci creano difficoltà.

Non ci si scaccola mentre si aspetta che il semaforo diventi verde? E allora si ammette anche l’ovvia presenza di una seconda (o terza o quarta) moglie a un evento sociale. Punto. Anzi, punto e virgola, perché ribadisco: altrettanto ovvie siano però la delicatezza e il buongusto necessari alla situazione, che, non socialmente, ma emotivamente, è destabilizzante.

E non mi si dica, come mi ha detto un signore l’altro giorno: sai, la comunione è la festa dei bambini (?) e quindi decidono loro chi c’è. I bambini, in quanto bambini, non possono decidere cose che nemmeno gli adulti, spesso, sono abbastanza adulti per affrontare. Ma, della serie scegliere il male minore, che decidano gli adulti, e stilino una bella lista degli invitati, pensando a quei trentasette anni che son passati da quando hanno detto sì (che poi era un no perché c’era tutto quel giro di parole sull’abrogazione etc) al divorzio.

Però, per favore, basta pippe. E lo dico, per prime, a noi. E, subito dopo, ai nostri mariti.

Che poi, in occasioni spinose e conflittuali in cui il secondo matrimonio non c’entra, succede spesso che un marito dica ai parenti-serpenti: se non inviti mia moglie non vengo nemmeno io. Ecco, e allora perché, se la moglie non è la prima, questo non succede? Per i vecchi, cari, fottuti sensi di colpa maschili, lo so. Ma, suvvia, la psicanalisi, anche quella, c’è da tanti, tanti, tanti anni, e ormai le sue teorie la leggiamo anche sulla Settimana Enigmistica o sulla Gazzetta dello Sport. E allora, dai, su, forza. Eccheccavolo.

Non siamo delle babysitter procaci da nascondere alla famiglia, mi sembra. Cioè, procaci sicuramente sì, babysitter spesso, ma da nascondere no.

Si dia inizio al linciaggio. Son qua.

(*) Dicesi opossum (e di conseguenza opossumismo), per chi fosse nuova di questo blog, quel marsupiale che, come gli uomini (maschi), in caso di minaccia si finge morto stecchito.

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Diseducational Channel

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Ieri sera lavoravo disegnando in soggiorno, mentre in tivù la mia figliastra guardava un film: Tata Matilda. Non mi ero resa conto della trama, finché non ho sentito un: Non vorrai sposare quell’orribile matrigna, detto da una querula vocina di bambino. Tiro su le orecchie come un dobermann, e chiedo spiegazioni alla spettatriciastra. Lei mi conferma che, sì, hanno detto proprio così. Ah, dico io, racconta un po’. Insomma, la figliastra, che come tutti gli adolescenti non è molto generosa nelle spiegazioni, mi fa solo notare che alla fine il padre sposa una matrigna, però non quella di cui si parlava, bensì quella che hanno scelto i suoi figli, e che la matrigna prescelta, guarda un po’, è la sguattera di casa. Ah be’, certo, se una sconta i suoi peccati, preventivamente tra l’altro, pulendo i cessi di tutto il reame, allora sì che può ambire a fare la matrigna. Mhmmmm. Poi controllo su Wikipedia, e scopro che la sguattera si chiama Evangeline (mhmmmm) e la matrigna che ambirebbe a sposare il vedovo si chiama Signora Quickly, che significa velocemente. Eh già, perché le matrigne son troppo veloci a farsi sposare, sì sì. Peccato che debbano magari aspettare una ventina d’anni il divorzio del promesso e ignavo sposo, ma va be’.
Questo film, dai contenuti davvero moderni ed evoluti, è stato prodotto nel 2005, cioè a oltre trent’anni dalla legge sul divorzio in Italia, e da non so quanti, ma molti di più immagino, dal divorzio negli Stati Uniti. Ed è un film destinato, leggevo sempre su Wikipedia, a un pubblico di bambini piuttosto piccoli. Bene bene bene, così ci siamo giocati anche l’ultima generazione.
Allora tanto valeva tenerci la Grimilde di Biancaneve, che almeno era una gran figa. Eh.

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Testa di capra

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L’altra sera ho visto “Il vento fa il suo giro”, bellissimo film italiano che tra l’altro consiglio assolutamente a chi non l’ha ancora visto. A un certo punto sono stata fulminata da una sensazione molto forte, che non c’entra direttamente con la trama del film.

Allora, c’era ‘sto tizio che era andato a vivere in un paesino sperdutissimo in montagna, ad allevare capre. Ma la gente di lì, diffidente e ostile, stava attentissima che lui, con le sue capre, non invadesse le terre dove non aveva il permesso di pascolare le bestiole. E fin qui, va be’, era il film.

Poi ecco l’inquadratura di un vecchietto che, tutto rigido, spia col binocolo il nostro capraio e quasi spera che lui sconfini anche di un centimetro, pur di potergli fare un cazziatone.

Ecco, lì io mi sono rivista, in un lampo di consapevolezza, quando, a volte, nonostante non sia un vecchietto e non guardi col binocolo, mi apposto, rigidina, e aspetto che qualcuno nella famiglia allargata faccia qualcosa contro di me. Buuuuuu, mi son detta da sola. Essere meschino e gretto. Regina dell’insicurezza, imperatrice della rigidità, maîtresse della rissa. Insomma, mi ha dato così fastidio riconoscermi, che credo che ci penserò su a lungo, e ci lavorerò a fondo.

Io sto studiando Elasticità da molti anni, è una materia difficilina e piena di insidie. Qualche buon voto l’ho preso, devo dire. Ma ogni tanto mi dimentico di segnare le pagine da studiare, o c’è un’interrogazione a sorpresa, o mi sorprende il premestruo o la luna piena, e allora lì, tac, mi becco un bel quattro. Come il vecchietto col binocolo. O come una testa di capra.

 

 

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2012. Recensione con turpiloquio

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Questa sera ho visto in tivù il film 2012. A parte che è una solenne puttanata, e scusate se parlo francese, a parte che il traduttore non ha azzeccato un congiuntivo manco per caso, a parte i contenuti reazionari da film di serie zeta degli anni cinquanta, a parte tutto, dicevo, c’era un patrigno e c’era anche una matrigna.

Bene, il patrigno, che tra l’altro era amatissimo dai figliastri, precipita e muore. Così ce lo togliamo dai fotogrammi. La matrigna invece affoga. Così la famigliola originaria ha modo di ricomporsi felicemente grazie alla mannaia della signora con la falce, amica dello sceneggiatore, o forse del produttore. Ah, da notare che l’ex moglie, appena saputo che il suo compagno (il patrigno) è morto, si mette a limonare con l’ex marito. Non solo: a un certo punto, mentre il mondo finisce, due tipi single si innamorano. Lui è nero, ma, tranquilli, è nera anche lei, mica vorremo mescolare due etnie? No no no, tutto sotto controllo.

Dimenticavo, la matrigna, oltre a morire affogata, era ovviamente anche un po’ zoccola perché se la faceva non solo col moroso dotato di due orridi figli obesi ma anche con un pilota fighissimo. Ma è stata punita, meno male, gli spettatori avranno tirato un bel sospiro di sollievo. Ah, ma certo, ‘sta matrignaccia era anche una donna dell’est, biondissima, truccatissima, puttanissima, vestita volgarissimamente. Per forza era anche stronza, eh.

Mogliastre, e non mogliastre, ma quanta strada abbiamo ancora da fare?

 

P.S. Per protesta metto la foto della lettiera della mia gatta, che stasera ha fatto la pipì a cuoricino. Tanto, se vale ‘sto film, vale tutto.

 

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Tata-pùmfeta

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tatapumfeta-2.jpgPubblico al volo un post di Fidanzatadipapi, che condivido in pieno. Io la trasmissione non l’ho vista, ma FdP ci racconta che, tatapùmfeta, la tata ha fatto una bella scivolata. E dire che su un altro post, tempo fa, ne avevo parlato bene. Ecco il report:

“Stasera, su SOS Tata, la famiglia in questione era allargata. Lui, la prima moglie con figlia tredicenne e bambino di sette (a occhio e croce), seconda moglie con bambino più o meno coetaneo (bambino di lei, credo, sennò non si spiega, ma l’ho visto già iniziato).

Scrive la tredicenne, chiede aiuto. Scenario: il di lui pargolo una specie di assatanato, di quelli che si buttano per terra urlando per ogni scemenza, la teen ager solitaria e silenziosa (come tutti i teen agers?). Il bimbo della matrigna pare il più sereno ed equilibrato, ma si intravvede appena, evidentemente poco interessante ai fini della trasmissione e del messaggio bigotto che si voleva passare.

Il padre non pare certo un modello di virtù, né di bellezza (eccezione alla regola?), un po’ assente, fa quel che può.

La tata osserva e decreta: qui c’è troppa confusione, questa non è una famiglia allargata ma una forma di bigamia. Bisogna separare i due nuclei. E fin qui, chapeau.

MA il senso era che siccome i poveri pargoli non possono essere sballottati qui e là e devono mantenere la loro casa di “famiglia”, è il padre che si deve spostare. Eeeehhh?

Quindi impone che due/tre sere la settimana le passi con la prima famiglia, e di tanto in tanto, quando se ne sente la necessità, tutti (TUTTI) insieme. E via di shopping, gite al parco, messa a nanna con i figli e la ex, e bowling allargamente e allegramente in sei.

E la matrigna? Tenta un debole lamento (l’avran tagliata) dicendo che a lei non sta proprio bene che il marito passi troppo tempo nell’altra casa. Risposta? Egoista! Il bene dei bambini innanzitutto. E poi non deve intervenire nelle questioni educative di figli non suoi (riusciva a farli sedere tutti a tavola, cazzo!). Lei dice: ma io il rispetto dei figliastri me lo sono guadagnata! Seeee, quale rispetto, i figli sono costretti dalla situazione, mica la rispettano, sostiene la tata. E via così. Povera mamma che ha scelto di dedicarsi ai bambini e deve fare da madre e padre, e mostro il padre, che si disinteressa dei figli di primo letto.

Gran finale: l’ex moglie (una bella donna mentre la matrigna un po’ scipita, a dire il vero, altra eccezione?) tronfia, i bambini felicissimi, il padre recupera il suo ruolo.

Alla matrigna nessuno chiede niente.

Ovvio, nessun riferimento alle ritorsioni dell’ex, ai meccanismi di ricatto affettivo, all’ assegno di mantenimento e bla bla, lo sapete già. Ah! Mammina aveva un lettone a tre piazze dove dormiva con entrambi i figli (7 e 13 anni). Va da sé: sono allucinata.

Ecco, il messaggio nazionalpopolare è questo. A parte il vomito, non so, bombardiamo il forum di SOS TATA con mail di protesta? Diciamo che è ignobile passare messaggi di questo tipo?”

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Ultimatum alla Terra

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 Ho appena visto il remake di un film, Ultimatum alla terra. Con un Keanu Reeves lesso come al solito, ma, siccome deve fare l’alieno lesso, la sua recitazione ci sta.

Comunque, a un certo punto una scienziata gnocca chiama a casa, e un bambino la saluta dicendo “Ciao, Helen”. Ucci mucci sento odor di matrignucci. Altrimenti l’avrebbe chiamata mamma, o zia o tutte quelle parentele là.

Infatti poi si scopre che la scienziata gnocca è la matrigna del bambino, e che lei è vedova del padre del bambino, orfano anche di madre. Insomma, come dice il pupo: “Hai dovuto stare con me per forza”.

In effetti i rapporti tra matrigna e figliastro all’inizio del film fanno schifo. Poi, vuoi per l’ultimatum alla terra, vuoi per l’alieno lesso ma figo che fa produrre alla scienziata un bel po’ di estrogeni, vuoi per lo sciame killer, i rapportastri si aggiustano.

Dopodiché, commosso da cotanto amorastro, il manzo lesso se ne torna al pianetello, e la terra è salva, proprio grazie ai buoni sentimenti della matrigna.

Il film è definibile come fu definita la Corazzata Potemkin, ma a parte questo, ‘sta matrigna ha salvato la razza umana. Te’ vah.

 

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