Chi ha provato a mangiare da sola al ristorante? Mediamente, non sappiamo dove guardare, non avendo di fronte nessuno. E, fingere di avere di fronte qualcuno, intavolando perdipiù una conversazione brillante, è molto peggio, e la camicia di forza non dona al décolleté.

Possiamo provare a portarci un libro, ma, se lo posizioniamo davanti al piatto,  gli spaghetti, durante il tragitto piatto-libro-bocca, spesso si accasciano sulle pagine del libro. Se lo posizioniamo dietro il piatto, dobbiamo sporgere il collo come delle tacchine, con il rischio di essere assoldate dallo chef per il pranzo di Natale.

Guardare un punto fisso nel vuoto potrebbe essere una soluzione, ma dopo un po’ ci lacrimano gli occhi, oltre a ottenere un’espressione un po’ da pesce lesso.

Fissare qualcuno, non si fa, è maleducazione, lo sanno anche le triglie.

Smanettare col telefono è una soluzione talmente ovvia che veniamo sgamate in tre secondi.

Impiccarsi con gli spaghetti alle vongole? Può essere una soluzione definitiva.

Lo stesso per quell’altra cosa tremenda che è andare a una festa da sole. Con l’aggravante, classificata ai primi posti tra gli sport estremi, di non conoscere nessuno tranne la padrona di casa. I guai cominciano già quando siamo di fronte al citofono.

Bzzzzzzzzzz.  “Sìiiii?” “Ehm, sono Grimilde.” “Ah, sali.” Sì, ma sali dove? Non ci ricordiamo più il piano, quindi siamo costrette a suonare di nuovo. Bzzzzzzz. “Sìiiiii?” “Scusa, non mi ricordo il piano”. “Terquartinto”. Oddio, il tram doveva passare proprio adesso? Non abbiamo capito niente del piano. Rifiutandoci di citofonare per la terza volta, che oltretutto quello lì che ha risposto manco sa chi siamo, ci appostiamo sotto al portone aspettando che arrivi qualcuno con l’aria di andare alla nostra festa. Ci lamentiamo come vitelli perché non arriva nessuno, ma, quando qualcuno arriva, è ancora peggio. Andranno alla festa veramente?  O stanno solo andando a congiungersi carnalmente a casa loro, senza party, né Martini, né niente? “Hehehe, scusate, andate alla festa di Crudelia?” “Sì.” Un lapidario sì, mentre la lei ci squadra sospettosa, e il lui ci scansiona ad alta definizione il lato b. “Hehehe, non mi ricordavo il piano, salgo con voi.” “Mhm.”

Ma poi, mica ci si può attaccare come cozze alla coppia, quando si entra in casa. Anche perché la coppia ci molla immediatamente per marinarsi altrove. E noi lì, a precipitarci verso il buffet, non per fame ma per avere qualcosa da fare mentre, con un gamberetto infilato nel naso per errore, scrutiamo l’orizzonte alla ricerca della padrona di casa. La padrona di casa c’è, ovvio, ma è attorniata da un nugolo di amici stretti,  così stretti che fanno muro, anzi una muraglia cinese intorno al lei, e noi non riusciamo a valicarla. Da sotto la muraglia cinese uggioliamo in mandarino stretto: “Buonaselaaaa!” E lei, cortesemente,  annuisce e morta lì. Che si fa? Si va a fumare sul balcone? Mhmmm, poco trendy. Ci si chiude in bagno simulando un attacco di salmonellosi? Può essere, ma nel bagno ci son già due che stan trombando. Allora si simula una chiamata al cellulare, e poi, risimulando un impegno mondanissimo e galantissimo, ci si fionda nell’ascensore e ci si pigiama a casa, dopo un tempo di permanenza al party di circa diciotto minuti.

Io, che se ho scritto questo articolo queste cose le ho provate eccome, ormai da parecchi anni ho imparato a mangiare al ristorante da sola, e oltretutto mi piace tantissimo. E, alle feste, anche se vado da sola, sopravvivo la maggior parte delle volte, e rischio anzi ogni volta di divertirmi parecchio. Chissà, forse è anche l’allenamento estremo,  il master in famiglie allargate, che ci fa diventare delle impavide Super-Mogliastre.

Rossella Calabrò

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Ieri, per la mia inguaribile mania della puntualità, sono arrivata venti minuti prima a un appuntamento fuori da un teatro dove era in corso un saggio di danza. L’appuntamento sarebbe stato a spettacolo terminato, ma, già che ero lì, e dato che fuori c’era un plotone di zanzare coi pungiglioni puntati verso di me, sono entrata. E, peggio di una matrigna, mi sono seduta in fondo in fondo, nell’ultima fila. Essì, perché ieri ero ancora meno di una matrigna, ero l’amica di una zia di una nipote sconosciuta, e oltretutto ero dentro soltanto perché spinta a pungiglionate dalle zanzare. Non solo: il saggio, manco a dirlo, era su Cenerentola. Perfetto. Infatti un getto di aria condizionata dell’Alaska, evidentemente dotato di sensori-step-mother, mi ha seguito col suo occhio sintetico e si è diretto, con pervicacia, dritto dritto sul mio collo e relativa cervicale.
Il saggio era un saggio, quindi c’erano ballerine brave e ballerine che avrebbero avuto più successo in uno spettacolo di casacioff tra vecchie otarie. E poi c’erano ballerine-mini, bambine dai quattro agli otto anni, chi vestita da topino, chi da uccellino, chi forse da figliastra di qualche spettatrice delle ultime file. Ma io, dall’alto della mia estraneità, perché per una volta non ero davvero nessuno e non conoscevo nessuna delle bambine svolazzanti sul palco, ho potuto notare alcune cose.
Intanto, che non sono stata l’unica al mondo, quando ho fatto il mio saggio di danza, a otto anni, a sbagliare implacabilmente tutta la coreografia e ad andare sempre (ma proprio sempre, eh) a destra quando bisognava andare a sinistra, a sbattere contro le mie colleghe-cigni bianchi indignate dalla mia inaudita inadeguatezza, a traballare sulle punte come un dente da latte, a perdere il fermaglio dei capelli e farlo rotolare sotto ai piedi della mia amica bravissima che faceva il cigno nero ma che stava per cadere rovinosamente sul suddetto fermaglio e che poi non mi ha parlato per sei giorni.
Anche loro, le ballerine di ieri sera, hanno fatto dei disastri, non tutte, ma alcune. E io, per quelle alcune, ho provato una simpatia che era quasi amore. Una poi, l’ho vista benissimo che si scaccolava, aveva un cerchietto con le orecchie da topolino, ma si scaccolava come un pachiderma. E un’altra, perché non mi sfugge niente, appena la scarpetta di cristallo è rimasta senza sorveglianza sul palco, l’ha afferrata quatta quatta e se l’è provata con un ghigno, cosa che nella fiaba non risulta. E quella che, avendo le mutande che le davano fastidio, se le è spostate in mondovisione, ravanando a piene mani con la grazia di un gorilla assediato dalle pulci? Ho amato anche lei.
E allora ho pensato, ma se ci fa simpatia l’imperfezione altrui, non potrebbe farci simpatia, finalmente, anche la nostra?

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Ho letto che uno degli effetti, più o meno collaterali, di alcuni antidepressivi o ansiolitici è quello di creare una certa indifferenza affettiva, una specie di spilorceria emotiva. Cosa che, immagino, aiuti a gestire la depressione.

Mi è venuto in mente che, dopo un trauma affettivo, in ognuno di noi si sviluppa naturalmente, senza farmaci, la stessa reazione. Ci si chiude a riccio, nei limiti del carattere di ognuno, e ci si isola un po’ dalla tempesta emotiva appena trascorsa. I sentimenti sono più blandi, più contenuti, e ci si inaridisce un po’. Questa sorta di anestesia emotiva credo l’abbiamo provata più o meno tutte, e il nostro ruolo di matrigne in particolare è ricco di occasioni per traumatizzarsi affettivamente. Una miniera, direi.

Io stessa, che sono una delle persone più emotive che conosca, dopo i primi tempi di matrignato mi sono indurita (che io mi sia indurita equivale a dire che si è indurito un Mocho Vileda, ma va be’). Analizzandomi, credo di essermi in realtà un po’ fortificata, certo, e questo è positivo. Ma ogni tanto mi sorprendo a trattenere il fiato, a non respirare, simbolicamente, davanti a certe emozioni che potrebbero farmi male.

E il fatto per esempio che abbia finalmente imparato a dire di no, conquista basilare per la qualità della mia vita e di quella di chi mi sta accanto, un po’ è dovuto alla mia forza, ma un po’ anche a quella specie di anestesia di cui sto parlando. Nel momento in cui devo dire un bel NO secco, vengo subito assalita da tutta una serie di immagini del genere Pulcini Sotto la Pioggia, Topolini e Formaggi Piangenti nella Trappola, Peluche Dentro la Centrifuga, Passerotti Strozzati dalle Briciole di Pane d’Inverno, ma poi, zac, una bella punturina immaginaria di Indifferentil, o Menefott forte, e parte il NO.

Senza il trauma affettivo, e conseguente ritiro parziale delle truppe emotive, quel NO non sarebbe partito. O sarebbe partito uno di quegli odiosi NI che poi si sa come vanno a finire. Più che come, direi dove: in quel luogo oscuro e negletto, dove non batte mai il sole, ma dove c’è sempre una gran coda all’ingresso. Metafora, eh, moglià, metafora.

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Prendiamo due case, e chiamiamole, per convenzione, casa De’ Paperoni e casa Paperini. Va da sé che la casa De’ Paperoni, di proprietà e situata in centro, supera ampiamente i 150 metri quadrati, ha due bagni e una lavanderia, svariate camere da letto, un terrazzo, ed è tenuta impeccabilmente lustra e ordinata da una collaboratrice familiare.

La casa Paperini è sui 60 metri quadrati, un solo bagno, due camere e un soggiorno piccolino con cucina – e disordine relativo – a vista. Nessuna colf all’orizzonte, e un affitto pesante da pagare.

Bene. Ora dotiamo queste case di persone. Un uomo e una donna, in pianta stabile, e, part time, due deliziosi o non deliziosi frugoletti figli di primo letto dell’uomo. Mettiamoci anche un gatto, vah.

Eseguita la farcitura delle due case, osserviamo una giornata-tipo in casa De’ Paperoni, e una in casa Paperini.

Mattina, casa De’ Paperoni: la sveglia, per gli adulti, suona a un orario decente. Nessuno deve fare turni sfiancanti, nessuno deve mettersi in tangenziale e farsi un’ora di macchina per raggiungere il posto di lavoro o prendere al volo un treno affollatissimo e sudato anche d’inverno. C’è il tempo per  leggere il giornale mentre si fa colazione e per chiacchierare col gatto mentre gli si lancia al volo un croccantino di quelli, costosissimi, che difendono il sistema urinario. I bambini, o vanno a scuola da soli perché l’edificio scolastico è a due passi da casa, o vengono accompagnati dalla babysitter.

Mattina, casa Paperini: sveglia prestissimo, gara all’ultimo sangue per chi si accaparra l’unico bagno, piastre per capelli contese a morsi, ululati del tipo cazzoètardissimo che risuonano per ogni dove. Corsa a ostacoli verso l’uscita scavalcando mutande di varia origine abbandonate per terra, salto carpiato dell’accappatoio, pelle di pollo rinsecchita lanciata al gatto che, per rappresaglia, piscia sul divano.

Sera, casa De’ Paperoni: la cena è pronta, cucinata dalla colf. La famiglia allargata si riunisce al desco, lui è soddisfatto del suo lavoro soprattutto perché, nei tempi morti, è riuscito a resuscitare un’amicizia su Facebook con la più carina della classe di tanti anni fa, lei è altrettanto soddisfatta anche perché si è concessa, in una lunga pausa pranzo, un massaggio drenante e una messa in piega alla cheratina. I bambini hanno giocato tutto il giorno con la babysitter e ora, stanchi morti, non hanno più energie per sedersi al contrario sulle sedie, mettere la Coca Cola nell’arrosto o il Vinavil sulla sedia della matrigna. E in ogni caso la babysitter è stata brieffata per renderli dei perfetti soldatini, quindi la maleducazione non abita qui.

Sera, casa Paperini: non c’è un cazzo di pronto da mangiare, la matrigna spadella come un’ossessa raschiando il fondo del barile delle proprie energie, mentre bambini e compagno ingaggiano una gara a chi lascia più briciole durante il Campionato del Fuoripasto. Il gatto è salito su una mensola e osserva inorridito il guppo di bipedi là sotto mentre, con eleganza, si fa un bidè.

Più tardi, casa De’ Paperoni: partendo dal presupposto che ognuno ha il suo computer, che di televisori ce ne sono almeno due o tre, che la camera da letto coniugale è ben distante dal resto della casa, che non ci sono tapparelle da aggiustare, piatti da lavare  o compiti da controllare, ognuno si dedica alla propria attività preferita. I piccoli chattano o guardano i cartoni o giocano in terrazza o si scaccolano garruli, gli adulti trombano indisturbati e il gatto anche, grazie al terrazzo che comunica con quello dei vicini, dotati di gattina persiana dagli occhi d’oro e non solo.

Più tardi, casa Paperini: partendo dal presupposto che ognuno ha da fare qualcosa ma non ha nessuna voglia di farla perché è stanco morto e alquanto nervosetto, ognuno si dedica alla propria attività preferita: dare sui nervi all’altro. E, dato lo spazio esiguo, gli viene benissimo.

Ovvio che quanto si racconta in questo articolo è un’estremizzazione e una generalizzazione, ovvio che si può trovare un equilibrio anche in condizioni estreme e, viceversa, si può non trovarlo nonostante i numerosi privilegi. Ovvio che le situazioni non sono così schematizzate, e ovvio anche che c’è chi vive in molto meno di 60 mq, e chi in molto più di 150.

Solo, una riflessione sui propri privilegi, e una sulle proprie capacità.

Perché, parlando di ricchezza, il dono della positività, il dono della generosità, il dono della sensibilità, almeno quelli, per fortuna, non si comprano col denaro. Sono doni, e ci arrivano così, tra capo e collo, alla nascita. Una vera ricchezza che non può toglierci nessuno, e che non ha bisogno di una colf per essere mantenuta lustra. Bastiamo noi stesse.

Poi, certo, un aiutino mica guasta. Anche, magari, oggi, andando a votare.

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Scusi, signor Einstein, me la spiega una cosetta che secondo me trascende un po’ dalla sua teoria della relatività?

Dunque, cerco di porle la questione nel modo più scientifico possibile.

Data una donna, che chiameremo A, le attribuiamo un’altezza media: diciamo di 1 metro e 65 centimetri. Media sull’altino, no, Albert? OK.

Poi le attribuiamo un peso, che qui non dichiariamo perché le questioni di bilancia sono sottoposte a una privacy rigorosissima, ma, insomma, le attribuiamo un peso che non la rende né magra né grassa: media. Ci sei, Alby? Bene.

Poi la dotiamo, tra gli altri gadget, di un paio di occhi castani, il colore dell’italiana media, no? quelli che, soprattutto se truccati,  fan comunque la loro porca figura.

Ecco, Alby, ci siamo, ora vengo al punto.

Mi spieghi com’è che, se poniamo la suddetta A accanto a un esemplare di femmina, anch’essa normodotata, ma per esempio alta tre centimetri più di lei, ovvero la misura di, tipo, tre zanzare messe una sopra l’altra, A si sente immediatamente e irresolubilmente una tappa? E mi spieghi com’è che, la suddetta tappa, appena la metti accanto a un altro soggetto normodotato ma di altezza inferiore ad A dei soliti tre centimetri/tre zanzare,  si sente altissima e incombente come un tirannosauro?

Lo stesso per la questione peso: messa di fronte a un soggetto di peso superiore al suo di, diciamo, anche solo tre chili, A si sente anoressica, tutta ossa, sgraziata come un cucciolo di coyote e piatta come una sogliola. Ma messa di fronte a un soggetto di peso inferiore, dei soliti tre chili, A si sente una palla di lardo inguardabile, un’ippopotama informe cacciata via dal Figurella. Eppure A è sempre A, no? Quella di altezza e peso medi.

E, tanto per farti mettere bene  a fuoco la situazione, Alby, arriviamo anche agli occhi: perché A, mediamente orgogliosa dei suoi occhi castani che truccati  fan la loro porca figura, messa di fronte a un soggetto con gli occhi, chessò, azzurri, o anche tutti bianchi, paragona improvvisamente  i suoi occhi scuri al culo di Calimero caduto nel catrame? Eh, Albertino? Perché?

Ah, sei un uomo e queste cose non le capisci. Mhm. Ma non eri un genio, tu?

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Oggi prendo spunto dal post di una mogliastra del blog per sottoporvi,  nottetempo,  un articolo spericolato e una mia teoria assolutamente pirotecnica, frutto evidentemente dell’insonnia e di un trancio di pizza scongelata all’una di notte.

La domanda,  direi rivolta prevalentemente  a chi non ha un buon rapporto con la propria madre, è: ma non è che le “nostre” ex mogli ci ricordano mammina santa? O nei tratti, o nel carattere,  o in quelcertononsocché che ci fa sclerare, indipendentemente dai ruoli e dalle vicendastre allargate?

Tipo, per esempio, non è che hanno entrambe i capelli corti e precisi come sergenti, magari con gli stessi baffi biondi? O non è che per puro caso possiedono entrambe quella perniciosa qualità che si chiama invadenza? O sono tutte e due saputelle come formiche al cospetto di una cicala? Oppure, sentite questa,  non è che ci contendono, in un modo o nell’altro, il papà? (Questa era facile)

Qui, mie mogliastre belle, si aprono voragini psicanalitiche, si entra nei meandri della mente umana e anche disumana, si scalano vette impervie e si precipita negli abissi più profondi dell’inconscio, ma io, la teoria notturna, ve la butto lì. Così me ne libero e me ne vado a dormire. ‘Notte, mogliastre. Che il trancio di pizza me la mandi buona.

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Le case della vita

Quando penso alle case della mia vita, mi succede una cosa strana. Chissà se succede anche a voi. Non riesco a credere fino in fondo che non siano più mie, che ora ci abitino altre persone, che siano cambiate, che la chiave per entrare sia un’altra, che, insomma, non esistano più. Non per un senso materiale del possesso, ma per un’intimità che mi sembra impossibile sia sparita nel nulla.

Quegli angolini del sottoscala, da mia nonna, in cui mi nascondevo da piccola, quei pavimenti di marmo di cui guardavo le venature immaginandomi di riconoscere i volti di mostri, gatti, fate. O quei mobili importati dall’Oriente un secolo fa, pieni di cassettini segreti, in casa dell’altra nonna, insieme a bambole di pezza e collana di ambra vera che mi aspettavano quando andavo a trovarla, due volte all’anno.

Oppure la prima casa in cui ho vissuto da sola, un monolocale con i muri dipinti a fiorelloni, in cui ora vivono altre persone, altre risate, altri odori. O il mio primo studio, tutto vernicato d’argento, col soppalco, e un sole giallo dipinto sul soffitto perché dalle finestre entrava poca luce.

Non ci posso più entrare, in quelle case lì. Eppure, mi sembra impossibile. Sono state mie, ho infilato i miei pensieri tra le crepe dei muri come bigliettini d’amore, ho colorato l’aria coi miei respiri a volte chiari a volte scuri, mi sono trovata mille volte bella e mille volte brutta mentre mi scrutavo negli specchi del bagno. Sono state mie, quelle case.

Mie dentro.

Spesso sogno di tornare in quelle case, di nascosto, perché la chiave non l’ho mai buttata via. E, nei sogni, nessuno se ne accorge. Quelle volte, provo una nostalgia così grande che diventa dolcezza. E mi risveglio come innamorata.

Rossella Calabrò

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Rotola gomitolo

Questa sera, mercoledì allargato, me ne stavo di qua in camera mia a cazzeggiare sul web, quando ho sentito, di là in soggiorno, gli allargati che sghignazzavano come pazzi. Controllato che il gatto fosse in salvo e non oggetto di pubblico ludibrio, (sono passati i tempi in cui pensavo di essere io, la matrigna, l’oggetto di scherno di qualunque celia), sono andata in soggiorno a vedere il motivo di cotante risate. Paperissima in tivù.

Dei ragazzi, maschi sui vent’anni, giocano a pallone. Il pallone poi, con un calcio troppo forte, vola via e cade in un fosso. Stacco. Due ragazzi tengono per i piedi, sopra al fosso, un terzo, che, a testa in giù e penzoloni, cerca di recuperare con le braccia l’agognato pallone. Tenta che ti ritenta, a un certo punto urla sìiiiiii, e butta il pallone fuori dal fosso.

Ora, capisco l’istinto predatorio di qualunque animale che, vedendo un oggetto in fuga è costretto a inseguirlo, per leggi naturali e biologiche al di sopra della sua capacità di discernimento, ma, dico, i due ragazzi, appena visto il pallone, non hanno mica teso le braccia per afferrarlo, lasciando quindi precipitare nel fosso, badabùm, a testa in giù, il volonteroso amico acchiappapalloni che tenevano per i piedi?

Care mogliastre, io, non so com’è, (lo so, lo so) ma ho pensato subito ai nostri compagni. Alle nostre relazioni allargate dove, l’istinto predatorio, ha la meglio su tutto.

L’uomo, per esempio, come un pallone, scappa fuori dalla rete matrimoniale (in quanto probabilmente palleggiato con imperizia per anni)?

Istinto predatorio della sua ex, che deve per forza inseguirlo, guardacaso fin sotto la tana della nuova compagna.

La donna, sempre per esempio, si arrabbia e si allontana dal marito, per l’ennesima dimenticanza di anniversario/compleanno/serata a due programmata da un mese?

Istinto predatorio dell’uomo, che, vedendola fuggire, non resiste e, come un gatto a cui venga tirato un gomitolo, la insegue a balzelloni, fino a riprendersela. Per poi, beatamente, dimenticare il motivo per cui lei era fuggita, pur facendosi, nei rari barlumi di coscienza, parecchie domande di stampo metafisco sulla forza motoria dei gomitoli.

Un ultimo esempio? Mentre i nostri uomini ci tengono per le delicate seppur scattanti caviglie da puledre, lì sopra la fossa dei leoni della famiglia ricostituita, ecco che passa in zona, sotto le mentite spoglie di un pallone che noi stesse abbiamo faticosamente recuperato, chessò, la loro figlia adolescente che sta per darla via al fidanzatino.

Istinto predatorio, e, badabùm, mollano le nostre caviglie e si lanciano sulla palloncina in felpa rosa, leggings firmati, e dienneà gemellato. Per poi, sudati e scarmigliati e forse rinsaviti, tornare giù nel fosso a cercarci, perché la ninfetta giustamente è uscita col fauno, e ora loro si sentono soli e senza più niente da inseguire.

Morale: a parte che in amore vince chi fugge, e questa la sapevamo già, a parte esercitarci con i gomitoli, a parte tutto, che fare? Be’, ricordarsi che gli uomini, gli esemplari di sesso maschile intendo, hanno parecchi difetti, ma proprio parecchissimi, tra cui questo del pallone e dell’istinto predatorio, ma hanno anche dei pregi. Ognuna di noi sa quali siano quelli del maschio prescelto. Ma, ecco, ricordiamoci anche dei nostri, di pregi, che sono tantissimi. E, quando c’è da far scattare l’istinto predatorio nei nostri maschi, non facciamoci prendere dall’insicurezza affettiva, ma scappiamo, scappiamo verso i nostri spazi, i nostri interessi, le nostre amicizie, facciamo le gomitolesse, e stiamo sicure, ma sicure-sicure che loro ci seguiranno, e di corsa.

Ma, soprattutto, facciamolo per noi stesse.

Scappare ogni tanto fuori dal campo di calcio, come quel pallone di Paperissima, fa bene alla pelle, all’umore, e alla relazione. Fare le gomitolesse, non solo ci rende più seducenti, ma ci regala tanto di quel tempo per noi, un tempo libero da pensierastri, che vale davvero la pena di inziare a rotolare, prima magari timidamente, e poi travolgentemente, verso noi stesse.

E non sto dicendo, perché vi sento già protestare, che dobbiamo prenderci più tempo per noi, perché il tempo, quello oggettivo, è pochissimo per tutte. Parlo di un tempo interiore, di un’attenzione verso di noi, verso chi siamo davvero, verso, scusate, la nostra luce. Perché anche i gomitoli luccicano. Bum. Oggi l’ho sparata grossa, eh, mie mogliastre?

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Lo dicevo oggi a una matrigna. Lo dico anche a voi, così vediamo se la mia teoria ha almeno una base statistica. Tanto mio marito è di là che vede Predator (uno di quei film tutti soldati, giungla e mostri, dove c’è, sì, Adrien Brody, ma, siccome di lui il bello, a parte gli occhi, è il corpo, e lì, con la mimetica, gli si vede solo il naso, insomma, non è un bel vedere e preferisco di gran lunga starmene di qua con voi.)

Allora, la mia teoria parte dalla mia esperienza, ed è supportata da qualche caso gemellato: quando un figliastro è malato, spesso la madre (spesso, eh, non sempre) riesce a salvarsi dal contagio, o prende la malattia ma in forma più leggera. Mentre, una matrigna, il virus se lo becca cento volte su cento.

Io per esempio mi sono presa miliardi di raffreddori, e persino la mononucleosi (detta malattia del bacio, o degli adolescenti, pur non avendo io baciato nessuno, extraconiugalmente parlando, e avendo superato l’adolescenza da un pezzo).

Le madri delle mie figliastre, invece, spesso (non sempre, ripeto, ma spesso) hanno scampato il contagio.

Questo secondo me dipende da un trucchetto della natura, che dice: ohibò, se il cucciolo malato contagia la madre, la madre non potrà curare il cucciolo, e addio continuazione della specie. Quindi, a chi ha lo stesso DNA del cucciolo straripante di virus, io fornisco una certa immunità, in modo che possa accudire il pargolo e farlo approdare, urlante e smoccolante, fino all’età della riproduzione.

Ma la natura, e il big bang, e il bordo primordiale e tutte quelle cose lì, non han pensato al divorzio, alle famiglie ricostituite, alla matrigne insomma. E quindi: lei, signora che zampetta insicura intorno alla starnutente prole altrui, si faccia riconoscere: ha un DNA adeguato? No? Eh be’, sorry, ma il virus se lo becca tutto. Tanto, che lei stia bene o male, ai fini della continuazione della razza umana, a noi ci fa un baffo.

Ora, io non ho conoscenze agli alti vertici, ma, se tante volte Qualcuno leggesse ‘sto post, hai visto mai, non è che potrebbe fornirci di un tesserino di riconoscimento, un pass, un qualcosa che ci eviti, oltre al danno, la beffa? Grazie, eh.

Ah, dite che voi non c’entrate, lì ai piani alti, che sono solo gli accidenti che ci tirano le signore dotate di DNA giusto? Ops.

Allora, mogliastre, riempiamoci di Oscillococcum e vitamina C, che san Valentino è alle porte.

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Ci sono cose, cose pratiche, concrete, che, nel loro piccolo, aiutano molto la vita quotidiana di una matrigna (e in realtà di ogni donna). Propongo di uscire per un attimo dai massimi sistemi, e dedicarci ai minimi.
Allora, alcune di queste cose, o si hanno grazie al fattore principale, detto Fattore Culo, o si può cercare di ottenerle, o di cambiare le priorità. Oppure, purtroppo, non si hanno e basta. Tipo: grazie al F.C., una casa con due bagni aiuta moltissimo, insieme magari a uno studio dove rifugiarsi, soprattutto nei primi tempi del matrignato, quando si ha bisogno di respirare tanta aria fresca in silenzio. O anche per espletare i, uhm, doveri coniugali, in santa pace e con un lieve, beato senso di trasgressione. (Per queste cose vanno bene anche il box o la cantina, comunque).
Un’altra cosa, sempre dovuta al sopracitato Fattore Culo, è quella di disporre, ogni tanto, di una collaboratrice familiare. Anche questo aiuta a non commettere omicidi inter-familiari, e fregarsene delle briciole e/o delle braciole sul divano.
Spesso, anche un livello di cultura e di consapevolezza alti, tra tutti i familiari e gli ex familiari, aiuta. Ma non è detto, ci sono situazioni in cui il livello culturale è altissimo, e la stronzaggine altrettanto. O viceversa. Lo stesso, ovviamente, per la stabilità economica.

Però, ci sono anche cose che non hanno a che fare con il Fattore Culo ma solo con il Fattore Ingegno, che danno sicuramente una mano a sopravvivere, e che hanno un impatto economico minimo. Un esempio per tutti? Be’, i tappi per le orecchie, quelli di cera perché quelli di gommapiuma a mio parere, a parte l’inquietante colore giallino, funzionano meno. I figliastri, o il proprio marito, guardano programmi inguardabili in tivù a un livello di decibel da stadio? Invece di urlare a nostra volta il solito, inascoltato, abbassaaaaaaaaa, tanto vale appallottolare, scaldandoli con il calore della mano, i tappi di cera, e hop, sembra di essere in un monastero zen. Anche le cuffie per l’ascolto di tivù, stereo etc sono utili, e di ‘sti tempi le regalano coi punti al super, ma il problema è farli indossare sul caro, familiare capino di legno massello. Quindi, tanto vale indossare noialtre i rosei tappi di cera e amen.
Un’altra cosa furbetta, anche se assolutamente impopolare, sono i lucchetti. Sempre al super ne vendono di graziosissimi, colorati, piccoli, e con combinazione per non dover girare con le tasche tintinnanti piene di chiavi come carcerieri. Il cassetto delle pashime, lo vogliamo tenere fuori dall’altrui portata? Certo, occorre una sana linea di educazione parentale o parentastrale, ma, nel frattempo, un piccolo lucchettino blu, blu come il cielo, aiuta il nostro sistema nervoso, reso un po’ fragile dalla convivenza.
Il nostro computer, se abbiamo la fortuna di averne uno personale, ce lo vogliamo tenere stretto? Hop-là, una bella password richiesta all’accensione, e siamo a posto. (E’ una procedura facile, ci sono riuscita persino io).
Il telefono di casa è sempre occupato da adolescenti giustamente logorroici? C’è Skype, e si può persino eliminare la linea fissa. Oppure ci sono i cellulari di ognuno, con scheda prepagata, così i piccoli imparano ad amministrarsi. (Ci vorranno una quarantina d’anni, lo so, ma poi impareranno. O si fanno richiamare da amici più abbienti). Oppure, semplicemente, visto che ci si vede così poco, invece di stare al telefono, si sta tutti insieme a chiacchierare. Alla peggio, i nostri bei tappi di cera di cui sopra, si possono riutilizzare anche in questo caso.
L’importante insomma è non delegare tutto al nostro sovraccaricato fegato, ma ricordarsi di affidarci anche agli oggetti, che il loro lavoro salva-fegato lo sanno fare.

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