Le elefantesse sono furbastre?

Si parla di: uomini

Sentite un po’ questa, tratta dal saggio “Amore” di Richard David Precht, filosofo e giornalista tedesco: “Gli elefanti vivono in branchi, un’unione di grandi famiglie costituita da madri e zie, nonne e prozie, figli e nipoti. Il leader è un’elefantessa anziana più esperta: è lei che sostiene e orienta il branco, tramandando anche i vari codici di comportamento e valori. Quello che manca, in tutto questo, sono i maschi. Quando hanno più o meno dodici anni, capita loro una cosa un po’ strana. All’arrivo dell’inverno, il cervello è invaso dal testosterone e avvelena i loro sensi. La concentrazione dell’ormone sessuale supera di sessanta volte quello normale. Le ghiandole temporali cominciano a secernere un liquido scuro, l’attaccatura della proboscide si gonfia, il maschio inizia a puzzare da morire di sudore e urina, e il suo prepuzio inizia ad assumere tonalità verdognole. In queste condizioni il maschio non può continuare a vivere con il branco e inizia a vagare da solo o in piccoli gruppi di scapoli per la foresta e la savana. Quando, in seguito, si avvicinerà  agli altri sarà solo perché una nuova ondata di testosterone lo spinge all’accoppiamento, ma potrà unirsi all’elefantessa solo lontano dal branco. Con la famiglia non avrà più nulla a che fare.”

Chissà, magari la scelta sociale degli elefanti è una vera furbata. Sicuramente evita un sacco di problemi, sia di coppia che di famiglia allargata. Insomma, se vediamo un prepuzio amico farsi verdognolo, ricordiamoci di questo post. ;-)

Rossella Calabrò

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Pipì

Scusate, scusate, scusate, lo so che non tutte le matrigne son gattare, ma ho fatto una scoperta epocale e voglio condividerla con voi. Problema: gatta non sterilizzata che vive in casa. Ovvero, durante il periodo dell’estro, cascate di pipì vengono rilasciate a tradimento su qualunque superficie a uso prettamente umano tranne l’apposita lettiera con felina sabbietta. Letti, cuscini, il mitico plaid da divano, tutto impietosamente inondato, con conseguenti sguardi truci dei bipedi conviventi. Nonché un surplus impressionante di lavatrici, tutte a carico della sottoscritta.
Ho osservato per mesi la mia gatta (io, se non scrivessi per mestiere, sarei in Africa a fare l’etologa, ma oltre a essere alquanto cagionevole in genere sono anche allergica alle zanzare, quindi lasciamo perdere), e ho notato che la gatta, nel periodo dell’estro, si avvicina alla sua cassetta per fare pipì, ma poi, come se stesse rischiando di infrangere un tabù, se ne allontana di corsa, scandalizzata. Per poi precipitarsi a devolvere ettolitri di liquido giallino e olezzante per ogni dove, purché altrove.
Uhm, mi son detta, ma perché arriva fino alla sua lettiera e poi scappa inorridita? E a un certo punto mi sono risposta: magari è perché la sua lettiera, per quanto pulita, conserva comunque un odore di pipì di gatta non in calore, e quindi trasmette ai maschi nei dintorni (mio marito, perlopiù) segnali di non-disponibilità sessuale, quelli di quando non era ancora in calore. Mentre se fa pipì su un nostro cuscino per esempio, che non ha tracce di pipì, la natura le dice che questo si trasformerà in un chiaro cartello segnaletico che dice: ciao (purrrrr purrrr) sono disponibile ad accoppiarmi.
Ok, allora, cara la mia rivale in amore, ti metto una seconda, nuovissima lettiera in un’altra stanza, e vediamo se ti va di trasformarla in un bel cartello di adescamento, risparmiando i nostri letti e piumoni.
Eh sì, ha funzionato. Ora, la micia in calore, la sua porno-pipì la fa lì, nella sexy-cassetta, e lascia stare gli altri posti. E poi, quando le finisce l’estro, torna nella sua cassetta standard, quella da micia perbene.
Che poi, chissà che non ci venga qualche idea su come far arrivare una cassetta della pipì nuova nuova nella casa delle signore ex.

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Etologia nella fiaba.

etologia-nella-fiaba.jpgC’è un termine, in etologia, che descrive il comportamento di un animale quando vuole contenere la propria aggressività. In quel caso, la bestiola fa qualcos’altro, come leccarsi una zampa, che non c’entra niente, ma serve per scaricare la tensione del gesto frustrato. Pensavo che la figura della  matrigna, nelle fiabe, potrebbe avere qualcosa in comune con questo  comportamento. Mi spiego: può succedere  che una madre sia gelosa  della bellezza di sua figlia. Ma questo è un argomento delicato, un tabù. Un pensiero troppo aggressivo. Quindi forse, nelle fiabe, la gelosia materna è stata trasferita simbolicamente sulla matrigna che, non essendo una madre, è autorizzata a essere gelosa della figliastra. Questo però non vuol dire che le matrigne non siano gelose e soprattutto che, quando lo sono, debbano leccarsi una zampa. 

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