Chi ha provato a mangiare da sola al ristorante? Mediamente, non sappiamo dove guardare, non avendo di fronte nessuno. E, fingere di avere di fronte qualcuno, intavolando perdipiù una conversazione brillante, è molto peggio, e la camicia di forza non dona al décolleté.

Possiamo provare a portarci un libro, ma, se lo posizioniamo davanti al piatto,  gli spaghetti, durante il tragitto piatto-libro-bocca, spesso si accasciano sulle pagine del libro. Se lo posizioniamo dietro il piatto, dobbiamo sporgere il collo come delle tacchine, con il rischio di essere assoldate dallo chef per il pranzo di Natale.

Guardare un punto fisso nel vuoto potrebbe essere una soluzione, ma dopo un po’ ci lacrimano gli occhi, oltre a ottenere un’espressione un po’ da pesce lesso.

Fissare qualcuno, non si fa, è maleducazione, lo sanno anche le triglie.

Smanettare col telefono è una soluzione talmente ovvia che veniamo sgamate in tre secondi.

Impiccarsi con gli spaghetti alle vongole? Può essere una soluzione definitiva.

Lo stesso per quell’altra cosa tremenda che è andare a una festa da sole. Con l’aggravante, classificata ai primi posti tra gli sport estremi, di non conoscere nessuno tranne la padrona di casa. I guai cominciano già quando siamo di fronte al citofono.

Bzzzzzzzzzz.  “Sìiiii?” “Ehm, sono Grimilde.” “Ah, sali.” Sì, ma sali dove? Non ci ricordiamo più il piano, quindi siamo costrette a suonare di nuovo. Bzzzzzzz. “Sìiiiii?” “Scusa, non mi ricordo il piano”. “Terquartinto”. Oddio, il tram doveva passare proprio adesso? Non abbiamo capito niente del piano. Rifiutandoci di citofonare per la terza volta, che oltretutto quello lì che ha risposto manco sa chi siamo, ci appostiamo sotto al portone aspettando che arrivi qualcuno con l’aria di andare alla nostra festa. Ci lamentiamo come vitelli perché non arriva nessuno, ma, quando qualcuno arriva, è ancora peggio. Andranno alla festa veramente?  O stanno solo andando a congiungersi carnalmente a casa loro, senza party, né Martini, né niente? “Hehehe, scusate, andate alla festa di Crudelia?” “Sì.” Un lapidario sì, mentre la lei ci squadra sospettosa, e il lui ci scansiona ad alta definizione il lato b. “Hehehe, non mi ricordavo il piano, salgo con voi.” “Mhm.”

Ma poi, mica ci si può attaccare come cozze alla coppia, quando si entra in casa. Anche perché la coppia ci molla immediatamente per marinarsi altrove. E noi lì, a precipitarci verso il buffet, non per fame ma per avere qualcosa da fare mentre, con un gamberetto infilato nel naso per errore, scrutiamo l’orizzonte alla ricerca della padrona di casa. La padrona di casa c’è, ovvio, ma è attorniata da un nugolo di amici stretti,  così stretti che fanno muro, anzi una muraglia cinese intorno al lei, e noi non riusciamo a valicarla. Da sotto la muraglia cinese uggioliamo in mandarino stretto: “Buonaselaaaa!” E lei, cortesemente,  annuisce e morta lì. Che si fa? Si va a fumare sul balcone? Mhmmm, poco trendy. Ci si chiude in bagno simulando un attacco di salmonellosi? Può essere, ma nel bagno ci son già due che stan trombando. Allora si simula una chiamata al cellulare, e poi, risimulando un impegno mondanissimo e galantissimo, ci si fionda nell’ascensore e ci si pigiama a casa, dopo un tempo di permanenza al party di circa diciotto minuti.

Io, che se ho scritto questo articolo queste cose le ho provate eccome, ormai da parecchi anni ho imparato a mangiare al ristorante da sola, e oltretutto mi piace tantissimo. E, alle feste, anche se vado da sola, sopravvivo la maggior parte delle volte, e rischio anzi ogni volta di divertirmi parecchio. Chissà, forse è anche l’allenamento estremo,  il master in famiglie allargate, che ci fa diventare delle impavide Super-Mogliastre.

Rossella Calabrò

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Ieri, per la mia inguaribile mania della puntualità, sono arrivata venti minuti prima a un appuntamento fuori da un teatro dove era in corso un saggio di danza. L’appuntamento sarebbe stato a spettacolo terminato, ma, già che ero lì, e dato che fuori c’era un plotone di zanzare coi pungiglioni puntati verso di me, sono entrata. E, peggio di una matrigna, mi sono seduta in fondo in fondo, nell’ultima fila. Essì, perché ieri ero ancora meno di una matrigna, ero l’amica di una zia di una nipote sconosciuta, e oltretutto ero dentro soltanto perché spinta a pungiglionate dalle zanzare. Non solo: il saggio, manco a dirlo, era su Cenerentola. Perfetto. Infatti un getto di aria condizionata dell’Alaska, evidentemente dotato di sensori-step-mother, mi ha seguito col suo occhio sintetico e si è diretto, con pervicacia, dritto dritto sul mio collo e relativa cervicale.
Il saggio era un saggio, quindi c’erano ballerine brave e ballerine che avrebbero avuto più successo in uno spettacolo di casacioff tra vecchie otarie. E poi c’erano ballerine-mini, bambine dai quattro agli otto anni, chi vestita da topino, chi da uccellino, chi forse da figliastra di qualche spettatrice delle ultime file. Ma io, dall’alto della mia estraneità, perché per una volta non ero davvero nessuno e non conoscevo nessuna delle bambine svolazzanti sul palco, ho potuto notare alcune cose.
Intanto, che non sono stata l’unica al mondo, quando ho fatto il mio saggio di danza, a otto anni, a sbagliare implacabilmente tutta la coreografia e ad andare sempre (ma proprio sempre, eh) a destra quando bisognava andare a sinistra, a sbattere contro le mie colleghe-cigni bianchi indignate dalla mia inaudita inadeguatezza, a traballare sulle punte come un dente da latte, a perdere il fermaglio dei capelli e farlo rotolare sotto ai piedi della mia amica bravissima che faceva il cigno nero ma che stava per cadere rovinosamente sul suddetto fermaglio e che poi non mi ha parlato per sei giorni.
Anche loro, le ballerine di ieri sera, hanno fatto dei disastri, non tutte, ma alcune. E io, per quelle alcune, ho provato una simpatia che era quasi amore. Una poi, l’ho vista benissimo che si scaccolava, aveva un cerchietto con le orecchie da topolino, ma si scaccolava come un pachiderma. E un’altra, perché non mi sfugge niente, appena la scarpetta di cristallo è rimasta senza sorveglianza sul palco, l’ha afferrata quatta quatta e se l’è provata con un ghigno, cosa che nella fiaba non risulta. E quella che, avendo le mutande che le davano fastidio, se le è spostate in mondovisione, ravanando a piene mani con la grazia di un gorilla assediato dalle pulci? Ho amato anche lei.
E allora ho pensato, ma se ci fa simpatia l’imperfezione altrui, non potrebbe farci simpatia, finalmente, anche la nostra?

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Esperimentastro per matrigne

Si parla di: figliastri

Prendiamo una pozione magica, tipo quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, e rimpiccioliamoci di un bel po’ di centimetri, avendo cura di lasciare che la testa e gli occhi rimangano piuttosto grandi. Togliamoci anche, con un’altra pozione magica che poi brevetteremo e ci renderà milionarie, un cinque o sei ettolitri di cellulite dalle cosce, e appiattiamoci le tette (senza protestare tanto è un esperimento temporaneo). Stiracchiamo le corde vocali fino a ottenere una vocina più acuta, e, hop-là, eccoci trasformate in bambine.

Ora, con l’agevole sistema del teletrasporto, o con una pozione magica per chi soffre di cinetosi, fiondiamoci in casa di un papà (nostro) e della sua nuova compagna, presi in prestito per l’occasione. Noleggiamo anche, già che siamo in ballo, un’altra bambina, più o meno della nostra età, figlia della nostra matrigna e di un altro uomo che non è il nostro papà. Poi, giusto per aggiungere un po’ di pepe all’esperimento, aggiungiamo un pargoletto di un paio d’anni, figlio di papà e della matrigna.

Ora, si dia inizio alle danze.

E’ mattina presto, noi ci svegliamo in un letto di quelli che sembrano un cassetto, rasoterra, sotto il letto della nostra sorellastra. Eh sì, perché lei abita in quella casa sempre, visto che c’è la sua mamma, e ha un letto vero. Noi abitiamo lì solo qualche volta, perché la nostra mamma vive con noi da un’altra parte, quindi il letto è un po’ finto, quasi quasi tra un po’ ci viene il gatto a farci la pipì scambiandolo per la sua cassettina. E la cameretta è tutta sua, della sorellastra, anche se papà e matrigna dicono che è di tutte e due. Mica vero. I peluche sono i suoi, i vestiti sono i suoi, noi abbiamo lì  giusto un paio di mutande di ricambio e poco altro.

Iniziano i lavori lavaggio e striraggio prima di andare a scuola. La sorellastra viene aiutata dalla sua mamma a vestirsi e pettinarsi. Anche noi, certo, ma ci viene un po’ il magone a pensare che magari la matrigna fa le trecce fatte bene a lei, e fatte male a noi. Non è vero, ma il sospetto ci uccide un po’, in fondo siamo bambine, e, alla prima ciocca che scappa dalle nostre trecce, ci monta un istinto vampiresco peggio che in Twilight.

Nel frattempo, il fratellastrino, quello piccolo, fa il simpatico con noi. Veramente lo fa un po’ di più con la sorellastra, perché loro due vivono insieme tutti i giorni, e invece noi no e quindi gli siamo un po’ meno simpatiche. E anche lì, ci spunta un dentone canino dalla gelosia. Bau.

Dopo la scuola, arriva il pomeriggio. La sorellastra ha invitato una sua compagna di classe a casa, per la precisione la sua amica del cuore. E noi siamo lì come delle pere cotte, che ci sentiamo escluse. - Ma perché non inviti anche tu una tua amica – dice la matrigna. Perché, uno: non ci abbiamo pensato; due: la cameretta è già occupata da queste qua; tre: non ci sono i nostri giochi e noi cosa facciamo vedere alla nostra amica del cuore? (Quattro: ci piacerebbe che la nostra amica ci vedesse con nostra madre, non con la matrigna che poi bisogna spiegare per ore l’albero genealogico. Ma questo, alla matrigna, non lo diciamo).

Dopidiché, arriva l’ora di cena. Ovvero, la Babele educativa. Per esempio: a casa nostra, la mamma  non ci fa apparecchiare, forse perché, non avendo più il papà in casa, vuole viziarci un po’ per compensare. (Errore! NdM) Ma, in casa di papà e matrigna, i bambini devono aiutare ad apparecchiare. Eccheppalle. A noi, la mamma, se ne abbiamo voglia, per cena ci fa un panino col Philadelphia e via, qui invece ci tocca mangiare il minestrone. Ecchestrapalle.

E intanto, anche la nostra sorellastra non è mica contenta nemmeno lei, perché il nostro papà le dice: mangia le verdure, ma si vede che non è convinto, e la sua mamma si vede che vorrebbe ucciderlo. L’unico che fa un po’ quello che gli pare è il piccolino. Certo, lui vive sempre sia con la sua mamma che con il suo papà, e in più, con la scusa che è piccolo, viene viziato. Grrrrrr. E snif.

Ta dàmmmm, ora della televisione. Matrigna e papà si acciambellano sul divano. La nostra sorellastra, che ha diritti di parentela diretta ma non esclusiva con la sua mamma, le si controacciambella addosso. Noi ci appiccichiamo al papà, che è nostro, anche se in comproprietà col poppante. Ma arriva il piccoletto, e fa saltare il banco. Pfffffffffff. Fanculo a tutti, ce ne andremmo in camera nostra, se fosse nostra per davvero. Ci viene voglia di telefonare alla mamma, ma la mamma, quando noi non ci siamo, esce sempre, e, o il cellulare è spento, o ci risponde un po’ frettolosamente. Si vede che sta organizzando un’altra famiglia allargata anche a casa nostra, così non è più solo nostra nemmeno lei. Né la casa, né la mamma. Come quella cosa delle case in multiproprietà a Charm. Uffa.

Vabbe’, tanto tra un po’ è ora di andare a dormire. Riapriamo il cassetto che fa finta di essere un letto, e ci sentiamo come la Piccola Fiammiferaia, il Brutto Anatroccolo, Cenerentola, Biancaneve, tutti quelli lì messi insieme.

Di là, intanto, sul lettone, il piccoletto gorgheggia felice con la sua mamma privata e il suo privato papà. E a noi viene un po’ voglia di piangere.

Ok, mogliastre, ecco qua la pozione per tornare grandi. POF.

Però, non dimentichiamoci di questo piccolo esperimentastro in cui abbiamo vissuto da piccolastre.

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Ho letto che uno degli effetti, più o meno collaterali, di alcuni antidepressivi o ansiolitici è quello di creare una certa indifferenza affettiva, una specie di spilorceria emotiva. Cosa che, immagino, aiuti a gestire la depressione.

Mi è venuto in mente che, dopo un trauma affettivo, in ognuno di noi si sviluppa naturalmente, senza farmaci, la stessa reazione. Ci si chiude a riccio, nei limiti del carattere di ognuno, e ci si isola un po’ dalla tempesta emotiva appena trascorsa. I sentimenti sono più blandi, più contenuti, e ci si inaridisce un po’. Questa sorta di anestesia emotiva credo l’abbiamo provata più o meno tutte, e il nostro ruolo di matrigne in particolare è ricco di occasioni per traumatizzarsi affettivamente. Una miniera, direi.

Io stessa, che sono una delle persone più emotive che conosca, dopo i primi tempi di matrignato mi sono indurita (che io mi sia indurita equivale a dire che si è indurito un Mocho Vileda, ma va be’). Analizzandomi, credo di essermi in realtà un po’ fortificata, certo, e questo è positivo. Ma ogni tanto mi sorprendo a trattenere il fiato, a non respirare, simbolicamente, davanti a certe emozioni che potrebbero farmi male.

E il fatto per esempio che abbia finalmente imparato a dire di no, conquista basilare per la qualità della mia vita e di quella di chi mi sta accanto, un po’ è dovuto alla mia forza, ma un po’ anche a quella specie di anestesia di cui sto parlando. Nel momento in cui devo dire un bel NO secco, vengo subito assalita da tutta una serie di immagini del genere Pulcini Sotto la Pioggia, Topolini e Formaggi Piangenti nella Trappola, Peluche Dentro la Centrifuga, Passerotti Strozzati dalle Briciole di Pane d’Inverno, ma poi, zac, una bella punturina immaginaria di Indifferentil, o Menefott forte, e parte il NO.

Senza il trauma affettivo, e conseguente ritiro parziale delle truppe emotive, quel NO non sarebbe partito. O sarebbe partito uno di quegli odiosi NI che poi si sa come vanno a finire. Più che come, direi dove: in quel luogo oscuro e negletto, dove non batte mai il sole, ma dove c’è sempre una gran coda all’ingresso. Metafora, eh, moglià, metafora.

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Lo dicevo oggi a una matrigna. Lo dico anche a voi, così vediamo se la mia teoria ha almeno una base statistica. Tanto mio marito è di là che vede Predator (uno di quei film tutti soldati, giungla e mostri, dove c’è, sì, Adrien Brody, ma, siccome di lui il bello, a parte gli occhi, è il corpo, e lì, con la mimetica, gli si vede solo il naso, insomma, non è un bel vedere e preferisco di gran lunga starmene di qua con voi.)

Allora, la mia teoria parte dalla mia esperienza, ed è supportata da qualche caso gemellato: quando un figliastro è malato, spesso la madre (spesso, eh, non sempre) riesce a salvarsi dal contagio, o prende la malattia ma in forma più leggera. Mentre, una matrigna, il virus se lo becca cento volte su cento.

Io per esempio mi sono presa miliardi di raffreddori, e persino la mononucleosi (detta malattia del bacio, o degli adolescenti, pur non avendo io baciato nessuno, extraconiugalmente parlando, e avendo superato l’adolescenza da un pezzo).

Le madri delle mie figliastre, invece, spesso (non sempre, ripeto, ma spesso) hanno scampato il contagio.

Questo secondo me dipende da un trucchetto della natura, che dice: ohibò, se il cucciolo malato contagia la madre, la madre non potrà curare il cucciolo, e addio continuazione della specie. Quindi, a chi ha lo stesso DNA del cucciolo straripante di virus, io fornisco una certa immunità, in modo che possa accudire il pargolo e farlo approdare, urlante e smoccolante, fino all’età della riproduzione.

Ma la natura, e il big bang, e il bordo primordiale e tutte quelle cose lì, non han pensato al divorzio, alle famiglie ricostituite, alla matrigne insomma. E quindi: lei, signora che zampetta insicura intorno alla starnutente prole altrui, si faccia riconoscere: ha un DNA adeguato? No? Eh be’, sorry, ma il virus se lo becca tutto. Tanto, che lei stia bene o male, ai fini della continuazione della razza umana, a noi ci fa un baffo.

Ora, io non ho conoscenze agli alti vertici, ma, se tante volte Qualcuno leggesse ‘sto post, hai visto mai, non è che potrebbe fornirci di un tesserino di riconoscimento, un pass, un qualcosa che ci eviti, oltre al danno, la beffa? Grazie, eh.

Ah, dite che voi non c’entrate, lì ai piani alti, che sono solo gli accidenti che ci tirano le signore dotate di DNA giusto? Ops.

Allora, mogliastre, riempiamoci di Oscillococcum e vitamina C, che san Valentino è alle porte.

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Natale con i tuoi. A saperlo, chi sono i tuoi. Eh già – si può chiedere una matrigna nella tipica ansia pre-natalizia, ma i miei chi sono? Sono i miei-miei, ovvero i miei genitori, i miei eventuali figli, il mio compagno e il mio gatto (o canarino, criceto, cane, tarma buongustaia nel golf di cachemire), o sono miei anche i suoi? E allora, se sono miei anche i suoi, che però sono anche di un’altra, il Natale, alla fin fine, io con chi lo passo?
Il Natale, mie mogliastre, ha, a mio avviso, un unico pregio: è divisibile. A differenza di altre festività, il Natale è Natale sia alla cena del 24, che al pranzo del 25. E non lo dico perché lo amo, il Natale, e sono tutta contenta che valga doppio. No, no, io il Natale lo detesto abbastanza. Ma, essendo matrigna, ne ho scoperto i pregi. Vedete che essere matrigne comporta dei bei vantaggi?
Insomma, dato che i genitori sono divisi, si divide anche il Natale. Metà con mammà, metà con papà. Poi, ovvio, si metteranno in moto orrende discussioni sul fatto che la vigilia vale cento punti mentre il pranzo dieci, o viceversa, a seconda degli habitat di provenienza dei contendenti. Ma, insomma, alla fine ci si dovrebbe mettere d’accordo.
E i bambini avranno non solo un doppio festeggiamento, non solo due alberi (finti, per favore, lasciamo stare gli abeti veri, che vivono tanto bene nel bosco), non solo doppi regali, ma dei segnali chiari da parte degli adulti: la famiglia si è ricostituita, mamma e papà sono e saranno sempre i vostri genitori, ma siccome oltre a essere genitori sono anche –sorpresa- persone, ognuno di loro ha diritto di rifarsi una vita sentimentale con qualcuno che, a vederlo, non gli faccia venire il vomito.
E invece passare il Natale tutti insieme, i miei, i suoi, i nostri, i loro? No, per carità, a parte casi rarissimi che vengono elencati nel Guinness dei Primati, è un’idea assolutamente balzana e malsana per tutti. Gli adulti sono in imbarazzo, e i bambini non capiscono più niente. Anche i nonni, tra l’altro, sono pregati di attenersi a questa regoletta di sopravvivenza, e non debordare in Natali non autorizzati dalla ricostruzione familiare. Se proprio ci tengono a vedere la loro ex nuora, per esempio, possono festeggiarla, chessò, il 26 dicembre, oppure direttamente, e sempre per puro esempio, il 6 gennaio.
Di queste cose ne discuterò alla trasmissione RAI “A prescindere” condotta da Michele Mirabella, in onda il 28 dicembre alle 11.

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Il saggio quadrupede

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Durante il mercoledì allargato, per evitare che il mio gatto venga trucidato dalla famigliastra, ho preso l’abitudine di chiudermi in camera con lui, con cibo, sabbietta (gasp, sput) e tutto. In realtà il rischio che il gatto venga trucidato è minimo (medio, vah), ma la mia ansia è massima, e quindi il povero quadrupede si sciroppa la matrigna nevrotica e la relativa reclusione.

Oggi, giornata di sole persino qui a Milano, il suddetto gatto era in versione super-selvatica, sul balcone (protetto con rete anticaduta, sempre per via della matrigna ansiosa), beato tra le piante, a minacciare ferocemente piccioni e corvi di passaggio. Insomma, era felice. Ma, allo scoccare dell’ora X, corrispondente all’arrivo di mio suocero, il primo degli –astri del mercole, ho dovuto attirare subdolamente il gatto con una pista di croccantini in camera, e chiuderci dentro. All’inizio, i primi cinque minuti, ha miagolato insulti a tutta la mia stirpe, indicando col nasino quel meraviglioso mondo di pennuti da catturare là fuori che io gli precludevo. Poi, capìto che era stato escluso da Disneyworld, se ne è fatto una ragione, ha scelto il cuscino più morbido che c’era, e si è accoccolato, quasi con un sorriso, facendosi una pennica che non vi dico, con tanto di fusa.

Quanto mi piacerebbe avere il carattere di questo gatto. Io, per molto meno, avrei sbraitato come una pazza, mi sarei intossicata la giornata, non avrei fatto buon viso a cattivo gioco, e non avrei comunque ottenuto niente. Ma il gatto, nella sua saggezza quasi magica, deve aver pensato il famoso adagio: “Se c’è rimedio, perché ti preoccupi? E se non c’è rimedio, perché ti preoccupi?”. Insomma, tanto vale fare di necessità virtù, e invece di avvelenarsi il pomeriggio, è meglio sfruttare la morbidezza di questo cuscino messo qui dagli umani.

Ora gli chiedo quanto costa avere ripetizioni, vorrei ottenere un Master in Saggezza Felina.

 

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civetta-sul-bistro.jpgSabato, durante una giornata di sana ribellione a tutto, me ne stavo da sola seduta in un bar a mangiarmi beatamente una piadina. Un po’ più in là c’era una signora sui settantacinque, agghindata di tutto punto, e alquanto nervosetta. Aveva -l’ho osservata a lungo perché mi piace un sacco guardare la gente e poi non avevo niente da fare- un golfino beige molto aderente da cui esondava, sulla schiena, una duplice coppia di rotoli di grasso sopra e sotto il reggiseno, coperti però furbescamente da una vezzosa stola in tinta. Pantaloni beige, scarpe con tacco e laccetto sulla caviglia, segno di chi frequenta qualche corso di ballo per la terza età, e capelli biondo platino cotonati come una montagna di zucchero filato.

A un certo punto le suona il cellulare. La stola le scivola giù, i rotoli hanno il loro momento di mondovisione, lei risponde con tono civettuolo: sìiiiiii, sono qua seduta al bar, ho il Corriere sul tavolino.

Ora, cosa può interessare a un’amica, che lei abbia una copia del Corriere sul tavolino?

Ahà, scoperto l’arcano. Ecco un baldo ottantenne, con coppola regolamentare, che le si avvicina. Si studiano un attimo come due cani al primo incontro, non si fiutano i rispettivi sederi per sopravvenuti limiti di età ma è come se lo facessero, e poi il baldo, con molta lentezza e qualche dolore articolare, si issa sulla sedia di fronte alla platinata. Un attimo di disappunto quando, tolta con cavalleria la coppola, la signora, anzi, signorina, gli vede brillare un cranio pelato come un uovo sodo, ma va be’.

E iniziano a chiacchierare. Di cosa? Dei rispettivi figli. Insomma, si stanno candidando per diventare un patrigno e una matrigna.

Alla platinata la stola scivola giù più volte, al baldo la pelata brilla altrettanto, ma, insomma, si direbbe che un po’ si piacciono.

Ma, piaceranno ai figli? mi chiedo azzannando l’ultimo pezzo di piadina mozzarella e pomodoro. Questa eventuale unione, che allungherà la vita a ciascuno dei due fidanzatini, cosa scatenerà nella prole e nella nipotanza? Sicuramente grandi riflessioni attorno all’asse ereditario, e parecchi “quellatroia” rivolti alla povera anzianastra innamorata.

Finita la piadina, do un’ultima occhiata alla coppiastra, e le dedico un pensiero di infinita tenerezza.

 

(Grazie a Giuliana per la foto)

 

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L’opossumessa

Si parla di: uomini

dama-con-opossum.jpgUna dice: ahà, tu fai l’opossum e ti fingi morto in caso di minaccia? Benissimo, allora io faccio l’opossumessa. Tiè.

Niente di più improbabile, mogliastre. L’opossumessa è un animale che non esiste. Io non so come facciano questi opossum maschi a riprodursi, ma di certo non copulano con delle opossumesse, perché, appunto, sono animalesse da bestiario fantastico.

Lui ci dice: sai, la mia ex è una donna molto elegante. E noi, paf, tentiamo di fare le opossumesse, ci fingiamo colte da morte improvvisa, seppur temporanea, per evitare di causare, rispondendo, altre morti intraspecifiche, ché tra opossum non è bello ammazzarsi. Ma, ahimé, l’opossumessa è un animale sì inesistente, ma ventriloquo. E dalla nostra pancessa pelosa esce, un po’ come un rutto, il seguente borborigmo: graziealcazzo, contuttiisoldichelepassi.

Oppure, il nostro opy , mentre sta tentando di riprodursi con noi, vede vibrare il telefono (il telefono, ho detto), non resiste perché legge sul display che è la ex e, con un lungo sospiro da padre responsabile, risponde. Ora, possiamo fingerci morte finché vogliamo, ma è noto che l’opossumessa non ha i canini a sciabola che rimangono incastrati nel materasso da quanto son lunghi. E lì l’opy ci sgama, nonostante il travestimento, che coi peli veniva anche facile.

Insomma, ormai il fatto è scientifico e conclamato: l’opossum maschio non è una chimera, esiste ed è straordinariamente diffuso. Mentre l’esemplare femmina non esiste in natura. Che fare? Rivolgersi all’ingegneria genetica? Orca, ma noi siamo contrarie alle patate transgeniche, figuriamoci alle opossumesse. E niente battute sulle patate. Passare alla droghe pesanti? Uhmmm, sciupano la pelle di brutto. E allora? Be’, confidare nell’evoluzione della specie. Se non ci sono opossumesse, l’opossum chi ingravida? Facciamo che, d’ora in poi, l’opossum si accoppia solo con leonesse, così magari i prossimi opossumini vengono fuori con zampone artigli e criniera, e invece di fingersi morti, hai visto mai, ruggiscono.

 

 

(Per l’immagine, nelle parti fatte bene, grazie mille alla nostra Maalox. Per quelle fatte male, prendetevela con me).

 

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repubblica-mogliastre.jpgEcco, mogliastre, mi sono accorta adesso che su la Repubblica di sabato scorso si parla del Club delle Matrigne. 

Qui sotto, il link.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/09/26/in-italia-sono-quasi-un-milione-la.html

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