Esperimentastro per matrigne

Si parla di: figliastri

Prendiamo una pozione magica, tipo quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, e rimpiccioliamoci di un bel po’ di centimetri, avendo cura di lasciare che la testa e gli occhi rimangano piuttosto grandi. Togliamoci anche, con un’altra pozione magica che poi brevetteremo e ci renderà milionarie, un cinque o sei ettolitri di cellulite dalle cosce, e appiattiamoci le tette (senza protestare tanto è un esperimento temporaneo). Stiracchiamo le corde vocali fino a ottenere una vocina più acuta, e, hop-là, eccoci trasformate in bambine.

Ora, con l’agevole sistema del teletrasporto, o con una pozione magica per chi soffre di cinetosi, fiondiamoci in casa di un papà (nostro) e della sua nuova compagna, presi in prestito per l’occasione. Noleggiamo anche, già che siamo in ballo, un’altra bambina, più o meno della nostra età, figlia della nostra matrigna e di un altro uomo che non è il nostro papà. Poi, giusto per aggiungere un po’ di pepe all’esperimento, aggiungiamo un pargoletto di un paio d’anni, figlio di papà e della matrigna.

Ora, si dia inizio alle danze.

E’ mattina presto, noi ci svegliamo in un letto di quelli che sembrano un cassetto, rasoterra, sotto il letto della nostra sorellastra. Eh sì, perché lei abita in quella casa sempre, visto che c’è la sua mamma, e ha un letto vero. Noi abitiamo lì solo qualche volta, perché la nostra mamma vive con noi da un’altra parte, quindi il letto è un po’ finto, quasi quasi tra un po’ ci viene il gatto a farci la pipì scambiandolo per la sua cassettina. E la cameretta è tutta sua, della sorellastra, anche se papà e matrigna dicono che è di tutte e due. Mica vero. I peluche sono i suoi, i vestiti sono i suoi, noi abbiamo lì  giusto un paio di mutande di ricambio e poco altro.

Iniziano i lavori lavaggio e striraggio prima di andare a scuola. La sorellastra viene aiutata dalla sua mamma a vestirsi e pettinarsi. Anche noi, certo, ma ci viene un po’ il magone a pensare che magari la matrigna fa le trecce fatte bene a lei, e fatte male a noi. Non è vero, ma il sospetto ci uccide un po’, in fondo siamo bambine, e, alla prima ciocca che scappa dalle nostre trecce, ci monta un istinto vampiresco peggio che in Twilight.

Nel frattempo, il fratellastrino, quello piccolo, fa il simpatico con noi. Veramente lo fa un po’ di più con la sorellastra, perché loro due vivono insieme tutti i giorni, e invece noi no e quindi gli siamo un po’ meno simpatiche. E anche lì, ci spunta un dentone canino dalla gelosia. Bau.

Dopo la scuola, arriva il pomeriggio. La sorellastra ha invitato una sua compagna di classe a casa, per la precisione la sua amica del cuore. E noi siamo lì come delle pere cotte, che ci sentiamo escluse. - Ma perché non inviti anche tu una tua amica – dice la matrigna. Perché, uno: non ci abbiamo pensato; due: la cameretta è già occupata da queste qua; tre: non ci sono i nostri giochi e noi cosa facciamo vedere alla nostra amica del cuore? (Quattro: ci piacerebbe che la nostra amica ci vedesse con nostra madre, non con la matrigna che poi bisogna spiegare per ore l’albero genealogico. Ma questo, alla matrigna, non lo diciamo).

Dopidiché, arriva l’ora di cena. Ovvero, la Babele educativa. Per esempio: a casa nostra, la mamma  non ci fa apparecchiare, forse perché, non avendo più il papà in casa, vuole viziarci un po’ per compensare. (Errore! NdM) Ma, in casa di papà e matrigna, i bambini devono aiutare ad apparecchiare. Eccheppalle. A noi, la mamma, se ne abbiamo voglia, per cena ci fa un panino col Philadelphia e via, qui invece ci tocca mangiare il minestrone. Ecchestrapalle.

E intanto, anche la nostra sorellastra non è mica contenta nemmeno lei, perché il nostro papà le dice: mangia le verdure, ma si vede che non è convinto, e la sua mamma si vede che vorrebbe ucciderlo. L’unico che fa un po’ quello che gli pare è il piccolino. Certo, lui vive sempre sia con la sua mamma che con il suo papà, e in più, con la scusa che è piccolo, viene viziato. Grrrrrr. E snif.

Ta dàmmmm, ora della televisione. Matrigna e papà si acciambellano sul divano. La nostra sorellastra, che ha diritti di parentela diretta ma non esclusiva con la sua mamma, le si controacciambella addosso. Noi ci appiccichiamo al papà, che è nostro, anche se in comproprietà col poppante. Ma arriva il piccoletto, e fa saltare il banco. Pfffffffffff. Fanculo a tutti, ce ne andremmo in camera nostra, se fosse nostra per davvero. Ci viene voglia di telefonare alla mamma, ma la mamma, quando noi non ci siamo, esce sempre, e, o il cellulare è spento, o ci risponde un po’ frettolosamente. Si vede che sta organizzando un’altra famiglia allargata anche a casa nostra, così non è più solo nostra nemmeno lei. Né la casa, né la mamma. Come quella cosa delle case in multiproprietà a Charm. Uffa.

Vabbe’, tanto tra un po’ è ora di andare a dormire. Riapriamo il cassetto che fa finta di essere un letto, e ci sentiamo come la Piccola Fiammiferaia, il Brutto Anatroccolo, Cenerentola, Biancaneve, tutti quelli lì messi insieme.

Di là, intanto, sul lettone, il piccoletto gorgheggia felice con la sua mamma privata e il suo privato papà. E a noi viene un po’ voglia di piangere.

Ok, mogliastre, ecco qua la pozione per tornare grandi. POF.

Però, non dimentichiamoci di questo piccolo esperimentastro in cui abbiamo vissuto da piccolastre.

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Ieri mi è successa una piccola cosa di grande soddisfazione matrignesca, che vi racconto per portare un contributo di ottimismo al nostro ruolo. E’ vero che a me, come direbbe una principessa, è andata di gran culo, ma è anche vero che, sempre parlando di quarti posteriori, me ne sono fatta uno enorme, all’inizio della mia carriera di mogliastra. Quindi mi sento autorizzata a raccontarvi il fatterello senza paura di essere detestata, perché ho vissuto sia il lato oscuro che, poi, quello luminoso della matrignitudine, e adesso, a cinquant’anni (cinquantuno, cinquantuno, vabbè), me ne sto un po’ alla luce, anche se i black-out ogni tanto arrivano lo stesso.
Allora, il fatterello: la mia figliastra grande era in grandi ambasce perché doveva prendere al volo una decisione su un cambio di lavoro. Mi chiama, e mi dice: sai, ho chiamato la mamma, poi il papà, poi te, e adesso che vi ho sentiti tutti e tre ho deciso che accetto la proposta di lavoro che mi hanno offerto.
Al momento, siccome ero concentrata sul suo dubbio lavorativo, non ci ho fatto caso. Poi, messo giù il telefono con la mia logorroica figliastra, (madonna quanto parla ‘sta ragazza) mi son detta: cosa cosa cosa? Ha sentito la mamma, il papà, e la matrigna, inserendomi con estrema naturalezza in un triumvirato che non avevo calcolato.
Be’, mi sono sentita importante, care mogliastre belle. Non mi sono sentita un’amica grande con cui confrontarsi, ma addirittura un pezzo imprescindibile di famiglia. Poi, che io detesti il concetto di famiglia, purtroppo, è un altro discorso.
Ecco, io ho pianto per anni chiusa nel cesso (è sempre la principessa di sangue reale che parla), somatizzando mi sono ammalata seriamente, mi sono triturata i maroni, e li ho triturati gravemente anche al principe consorte, ma il premio, non certo per eleganza nel linguaggio, è arrivato.
Volevo dirvelo, perché, mentre per le ex mogli io non ho grandi parole di speranza da darvi, e credo sia normale, per i figliastri la speranza c’è, eccome. Speranza, non certezza. Ma non sono la sola (siamo in tante) ad avere avuto, in età matura, un’esperienza positiva del genere. Che ripaga, generosamente, tanti anni di lavori in corso per costruire. Va ricordato, però, che tutto questo è arrivato in età, diciamo, da menopausa o quasi, non è che arrivi subito. E non è nemmeno detto che una abbia voglia di aspettare che arrivi. Ma, quando arriva, vi assicuro che è una bella cosa. Resta il fatto che le leggi vanno adattate alle nuove famiglie, che la percezione che si ha di noi va rivista operando una sorta di rieducazione degli adulti, resta insomma ancora un sacco da fare. Però, come diceva più o meno qualcuno, il cambiamento deve avvenire prima dentro di noi, e poi nella società.

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Il Tendine di Achille

Si parla di: figliastri, interviste

Quando abitavo da poco tempo con la mia famiglia ricostituita, come molte di noi mi ero tenuta un monolocale d’emergenza, che chiamavo studio, ma che avevo attrezzato con cucina e lavatrice, che non sono propriamente cose indispensabili in uno studio. Ma avevo pensato che, se le cose nella casastra fossero andate male, almeno avrei potuto lavarmi le mutande in santa pace e cucinarmi una ventina di chili di pastasciutta al giorno per sopravvivere alla sconfitta.
C’era una custode, in quello stabile. Una donna molto semplice, che una volta mi aveva raccontato di aver ricevuto una diagnosi di Tendine di Achille (una patologia infiammatoria) e aveva telefonato, indispettita, al medico, avvertendolo che aveva sbagliato paziente, perché lei non era il signor Achille, ma la signora Rosa.
Eppure questa signora Rosa dal tendine scambiato, senza sapere niente di famiglie allargate, ricostituite, disfunzionali, mi ha dato, nel suo italiano incerto, uno degli insegnamenti più efficaci, e delicati, della mia vita da matrigna.
“ Le figlie del tuo moroso, cerca di chiamarle con dei nomi speciali, solo vostri, vedrai che saranno contente”.
E io, che quando c’è da giocare abbocco subito, ho cominciato, prima nascondendomi dietro una risata perché in fondo sono timida, poi trasformando lo scherzo in una cosa vera, a chiamare le figliastre con dei nomi speciali, solo nostri.
Ed è stata una magia. Per loro, e per me.
Ci sentivamo tutte e tre più importanti, perché avevamo un segreto da condividere, speciale, tutto nostro, e senza filtri paterni.
Poi ho anche inventato dei riti, un modo tutto nostro – diversificato per figliastra – di salutarci, con dei gesti assolutamente idioti, ma, ancora una volta, speciali e tutti nostri.
Gesti che mantengo tutt’ora, con grande orrore delle figliastre, adesso entrambe quasi in età da marito. Ma, nel loro orrore, intravedo anche dell’amore, tant’è che una volta ho salutato, scherzando, una loro amica nel nostro modo speciale (ormai apparentemente scaduto per sopravvenuti limiti di età) e ho scorto un lampo di gelosia negli occhi figliastreschi che mi ha fatto un sacco di piacere.
Io devo tanto della mia salute mentale, nella famiglia ricostituita, alla signora Rosa. Che, il Tendine di Achille lo sbaglia, ma, la strada giusta, non la sbaglia per niente.

Cià, vi regalo la foto di un Achille-Brad, vah. :-)

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Da matrigna a matriarca

Si parla di: matrigna

Stasera ci sarà una cena per festeggiare un evento. E, siccome ho deciso di sviluppare il mio software da Matrigna.12 a Matriarca.1, ho stilato la lista degli invitati al ristorante: io, mio marito, la mia figliastra grande con il suo fidanzatone, e la mia figliastra piccola con il suo fidanzatino. Fino a qualche anno fa non mi sarei mai nemmeno immaginata una configurazione, e una cena, del genere. Una cena in cui, non solo le gelosie sono state sostituite da complicità, i complessi di Edipo anzi di Elettra sterminati per sopraggiunti fidanzati veri e obbiettivi limiti di età, le intrusioni delle ex più o meno neutralizzati, ma addirittura una cena in cui io sono quella che fa e disfa. Non l’ultima arrivata che subisce una situazione pregressa, ma, sebbene resti comunque l’ultima arrivata in termini temporali, quella che, come dire, ha ottenuto una promozione, si è guadagnata i gradi sul campo, ed è diventata generalessa. (E vi assicuro che io, della generalessa, non ho niente. Sono comunque timida, e delicata, e riservata. E il mio ego, anche se cicciottello, fa una gran fatica a imporsi, e poi sono contraria ideologicamente all’egocentrismo sfrenato.)

Ecco, volevo fare una riflessione su questa cosa dei gradi. Durante i miei primi anni di lavoro e di tensione verso la carriera, avevo imparato una cosa, dopo un periodo di frustrazioni e di “non è giusto però” alla Calimero. La cosa è che non è sano aspettare che i gradi ci vengano attribuiti dall’alto, è molto più produttivo comportarsi come se, i gradi, li avessimo già, anche se siamo soldati semplici, e poi ottenerli sul serio. Perché, comportandoci da graduate, viene più facile che si accorgano che ci meritiamo la promozione.
Siamo arrivate nella famiglia allargata come soldati semplici? (O sguatteri, va be’.) Bene, anzi male, ma, intanto, cominciamo a chiamarla ricostituita, ‘sta famiglia, che allargata non va bene. E poi, proprio perché la famiglia è ricostituita, ricostituiamola, a partire da noi stesse e dal nostro ruolo (o da come vorremmo che il nostro ruolo fosse).
Poniamoci – pian pianino che sennò ci prendono per pazze – come parte integrata nel nucleo, e anzi, come parte integrante. Come centro della nuova famiglia, insomma. Perché è quello che siamo, o che potremmo essere. Lasciamo da parte le sindromi da piccola Fiammiferaia, da Calimera, da ultima arrivata, e diventiamo parte attiva del ménage familiare. Insomma, da matrigne, diventiamo matriarche. Contando solo su noi stesse e sul nostro lavoro per ottenere i risultati, senza aspettarci aiuti dagli altri, altrimenti non ci arriviamo più, e accumuliamo un sacco di aspettative disattese e inutile rancore.
Se ci crediamo noi, nel nostro ruolo di matrigne-matriarche, anche solo un po’, poi ci crederanno anche gli altri.
Ci proviamo, in quest’anno che è appena cominciato? O, perlomeno, ci pensiamo su?

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Nel condominio in cui abito c’è un ingresso spazioso, dotato di caloriferi e panche. (E inquietanti, orripilanti cassette della posta, un giorno ve le fotografo, ma questo non c’entra).
Stasera, tornando a casa, ho visto, dalle porte di vetro dell’ingresso, due adolescenti sconosciuti, con tanto di felpa slandra e cappuccio calato sugli occhi, che se ne stavano lì sulle panche, con quel tipico modo di sedersi svaccati poggiando il peso sulla schiena e non sul sedere (che non si chiama sedere per niente) a chiacchierare, o meglio, grugnire.
Odiandomi, mi sono sorpresa a pensare: mbè? che ci fate qua? Mica casa vostra.
Poi, mentre mi detestavo profondamente per il pensiero, e mi preoccupavo tantissimo di essere diventata così gretta e borghese: bzzzzzzzzz.
Il bzzzzzz è che uno dei due, vedendomi arrivare, mi ha aperto la porta, evitandomi di cercare le chiavi del portone per ore nella borsa.
Pàffeta.
Il pàffeta è che mi si è smorzata immediatamente l’aggressività verso i due incappucciati. Non solo: mi sono sentita una merdaccia. E giustamente, anche.
La morale è che sorprendere il proprio nemico con un’arma che non si aspetta, ha un potere detonante mille volte superiore. Un gesto di cortesia contro un grugno incazzato, spiazza. (Non che avessi il grugno incazzato, eh, non sono arrivata a questo punto, il mio era stato solo un lampo di pensiero orrendo).
O, più semplicemente, ricordiamoci, senza stare a giocare a nemici e amici, quanti ingressi e pianerottoli, da adolescenti, abbiamo illegalmente occupato noi. Magari senza felpa col cappuccio, ma anche senza aprire il portone agli adulti.
Poi, certo, Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo, insegna.
Ma secondo me questi due ragazzi non erano né Arsenio, né Lupin. Erano solo due ragazzi.

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Mostri

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Mi ricordo di quando, da bambina, una notte ho fatto la pipì a letto.

La mattina dopo io e miei genitori abbiamo preso l’ascensore, poi abbiamo fatto due rampe di scale in discesa, e siamo arrivati nella cantina condominiale. Abbiamo aperto il lucchetto della numero 12, la nostra porta, e siamo entrati.

Poi loro sono usciti, e mi hanno lasciato lì.

C’era odore di legno e segatura, si sentiva il suono dell’acqua che passava dalle tubature, e filtrava un po’ di luce dalla piccola finestra con le sbarre. Per il resto, era buio e un po’ freddino.

Io non ero mai stata in cantina da sola, e mi sembrava una bellissima avventura. Sapevo che in ogni cantina che si rispetti ci dovevano essere anche dei topi, ma non li vedevo. Ci speravo, nei topi, perché a me i topi piacciono. Ma niente.
Quello che non mi piaceva, e non mi piace nemmeno adesso, sono i mostri. E invece quelli c’erano, e facevano dei versi terribili.

Un po’ troppo terribili, a dire il vero, e poi avevano, quei versi, un tono strano, che mi faceva sentire al caldo. Avevano il tono di voce, preciso identico spiaccicato, a quello della mia mamma e del mio papà.

Io ho capito a quel punto che dovevo piangere, perché sennò i due mostri dietro la porta ci sarebbero rimasti male, e se ci fossero rimasti male mi avrebbero voluto meno bene, e allora ho pianto un po’, ma per finta.
Allora mi hanno aperto la porta e siamo tornati a casa.

Erano i primi anni Sessanta, e i criteri per educare i bambini erano molto diversi da quelli attuali. Ma io credo che i veri danni ai bambini si facciano trattandoli da adulti quando ci fa comodo, e da piccoli quando, i più piccoli, siamo noi.

Io credo che mettere i bambini di fronte alla realtà sia molto più costruttivo che metterli di fronte ai mostri. Quei mostri che infestano le nostre notti, non le loro.

Questo, in tutte le famiglie del mondo, e soprattutto in quelle ricostituite.

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Figliastri: libretto di istruzioni

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Nozione base: il figliastro, nonostante le folkloristiche apparenze talvolta demoniache, è un bambino o un adolescente. Questo si nota agevolmente appoggiandolo con cautela per terra e osservandone le dimensioni. Può capitare però che, se si è acquistato il modello “teenager”, questo ci superi in altezza, ma è immediato notare che le proporzioni sono diverse, lo sguardo è assente, l’abbigliamento è bizzarro e alquanto griffato, tutto a dimostrazione del fatto che, appunto, è un adolescente. Con annessi e connessi dell’età ingrata. Una nota: se voi non vi riconoscete nei comportamenti di detto figliastro, se pensate che alla sua età non eravate così, avete probabilmente ragione. Ma alla vostra età i genitori erano diversi, voi eravate diversi, e anche la società era diversa, quindi non accanitevi a cercare differenze, perché le troverete tutte, ma sarà una pedalata a vuoto. Limitatevi ad accettare, capire, e gestire.

Upgrade 1: se il figliastro acquistato presso la nostra onorata ditta è di sesso femminile, vi consigliamo di ordinare anche, presso la farmacia con noi convenzionata, o dal pusher sotto casa, un kit di psicofarmaci da tenere sul comodino. Vanno bene anche i Fiori di Bach, ma da iniettare direttamente nella carotide. (La vostra. Per usi diversi da questo, decliniamo qualsivoglia responsabilità). Ottemperata la premessa chimica, vi informiamo che la gelosia femminile è un fatto inevitabile, e si verifica anche tra le madri biologiche e le loro figlie. Sono stati scritti fiumi di parole su Edipo, Elettra, e tutti quei complessi lì. Quindi non accettiamo reclami, in quanto i problemi non dipendono dalla qualità della nostra fornitura, ma dai capricci della natura umana. Che non ha alcun legame commerciale con noi.

Upgrade 2: se avete acquistato un modello “Baby”, osservate attentamente la dicitura tatuata sulla nuca, appena sotto la zona dove si annidano i pidocchi: il modello baby richiede una quantità smodata di attenzioni. Ma smodata-smodata. Del resto è nella sua fisiologia. Vi siete mai chieste perché le voci dei cuccioli, d’uomo o di qualunque altro mammifero, sono così stridule e assassine? Proprio perché la natura ha dotato i piccoli di corde vocali da stadio, in modo da essere sentiti dagli adulti, in caso di bisogno, anche a distanze galattiche. In effetti il kit di teletrasporto“Galassia Lontana” che avevamo commercializzato recentemente, è stato un flop, perché le voci dei nostri modelli Baby arrivavano a spaccare i timpani, e non solo, anche su Betelgeuse.

Upgrade 3: se ritenete i figliastri maleducati, andate a osservare la nostra dicitura tatuata sotto la loro chiappa destra: dice che, in casa vostra, siete libere di imporre le vostre regole, impostando adeguatamente l’appostito chip posto sotto l’ascella sinistra. A casa loro il chip ascellare verrà ri-impostato in altro modo, poi di nuovo a casa vostra nell’altra modalità e così via. Ma niente paura, i nostri chip in silicio extra-strong sono praticamente indistruttibili, quindi continuate pure a regolarli ogni santo giorno allargato. Alla fine il chip si autoregolerà autonomamente, senza necessità di un vostro intervento.

Upgrade 4: se notate che il figliastro che vi abbiamo recapitato tende pericolosamente ad assomigliare alla sua madre biologica, non preoccupatevi. Ogni nostro figliastro è stato fornito di una funzione “monkey” per cui imiterà ogni vostro gesto fino ad assomigliarvi parecchio. Cosa che, vi assicuriamo, vi ripagherà (in termini emotivi, s’intende, noi non rimborsiamo niente, eh) di tutti i disagi che inizialmente avrete eventualmente patito. E su questo ci spingiamo a fornirvi garanzia scritta. (Fatti, non pugnette).

 

N.B. Ci scusiamo per non aver allegato le istruzioni prima, causando alcuni disguidi con la precedente fornitura di figliastri. Fotocopiate e distribuite a chi era rimastro senza. In cambio riceverete un ulteriore figliastro del tutto gratuito. Scherziamo, scherziamo.

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E la matrigna disse: bau

Si parla di: figliastri, libri

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Mie mogliastre, vi riporto un brano tratto dal libro di Konrad Lorenz  “E l’uomo incontrò il cane”. La scena racconta di come l’etologo tentò di inserire un cucciolo estraneo nella cucciolata di una cagnolina. Insomma, un figliastro nella casa di una matrigna.

 

“Nella speranza che Senta (la cagnolina matrigna, NdM) lo portasse subito nella cuccia, deposi il dingo (il cagnolinastro, NdM)  al suolo. Infatti, fra i mammiferi, se si vuol far sì che una madre adotti un piccolo non suo, si deve presentarglielo fuori dal nido e in modo che appaia, quanto più è possibile, bisognoso di aiuto, e ciò allo scopo di scatenare più fortemente in lei l’istinto della cura della prole. Se lo si depone fuori, può darsi persino che la madre adottiva porti essa stessa il piccolo al nido; se invece lo trova già dentro, tra i suoi piccoli, può sentirlo come un intruso e divorarlo.” (…)

Senta si avvicinò al cucciolo, ma l’odore diverso e sconosciuto che aveva la colpì in pieno. Così “…spaventatissima fece un salto indietro, si allontanò di qualche metro, a bocca aperta, sputando e soffiando come un gatto, per tornare poi ad avvicinarsi e annusare con grande cautela il piccolo. “ (…)

Poi la cagnolina cominciò a leccarlo furiosamente, troppo furiosamente, “ …sempre più rapido era l’alternarsi degli opposti impulsi: l’uno che la spingeva a portare il piccolo dentro il nido e l’altro che l’induceva a divorare quel mostriciattolo indesiderato che aveva un odore “non giusto”. Si vedeva chiaramante quanto tormentata era la povera Senta da questo conflittto. E d’un tratto, sotto il peso di quella sofferenza interiore, la povera bestia crollò: si sedette sulle cosce, allungò il naso verso il cielo e si mise a mugolare.

A questo punto presi non solo il dingo ma anche i figliolini di Senta e li misi tutti insieme in una cassetta stretta che collocai in cucina accanto al focolare. Là li lasciai per dodici ore a rotolarsi tra loro e a “profumarsi” a vicenda.

La mattina seguente la cagna era piuttosto nervosa ma riportò tutta la prole nel canile, e il dingo insieme con essa, se non per primo, nemmeno per ultimo. Non lo respinse più e lo allattò come i suoi, ma una volta però gli morse seriamente un orecchio, tanto che gli si formò una cicatrice per cui il dingo ebbe sempre un orecchio un po’ storto.”

 

 

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Dienneà-Houdini

Si parla di: figliastri

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Ieri una persona ha detto che la mia figliastra mi assomiglia.

Qualche mese fa un’altra persona ha detto la stessa cosa dell’altra mia figliastra, quella con gli occhi azzurri.

Persino mio padre, un signore di ottantasei anni che è sposato con la stessa donna da cinquantatré, un po’ per trovare una spiegazione al fatto per lui incomprensibile, e deplorevole, che io viva part-time con delle figlie che non sono mie figlie, un po’ perché l’ha notato veramente, ha detto: be’, ma sai che ti assomigliano? (Certo aveva la stessa faccia, mentre lo diceva, di quando ti regalano un paio di pinne e tu stai andando in montagna, però l’ha detto.)

Considerando che le mie figliastre tra di loro non si assomigliano per niente (sono figlie di due madri diverse), il fatto è ancora più bizzarro. Cioè, non si assomigliano tra loro, ma assomigliano entrambe alla matrigna, con la quale non condividono nemmeno un’elicuccia di dienneà. Ohibò.

La spiegazione non può essere che una: l’acido desossiribonucleico è come il grande Houdini, passa anche attraverso l’aria. E attraverso le cattiverie, i pregiudizi, le difficoltà.

Evidentemente, tanti anni in comune hanno creato un varco attraverso il quale i modi di dire, i modi di fare, le battute sceme, le barrette Kinder divorate insieme, sono tutti passati, in punta di piedi, da una pancia all’altra, saltando a piè pari il cordone ombelicale. E si sono depositati sugli sguardi, sui gesti, sui pensieri, trasfigurando un po’ i tratti.

O sono i miei tratti che, trasfigurati nei primi tre anni passati a piangere di rabbia, hanno finito per assomigliare, modello Frankenstein, alle due figliastre? Mah.

Dite che ho un occhio azzurro e uno marrone e non me ne sono mai accorta?

 

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Una magia temporanea

Si parla di: Allarme Ex, figliastri

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Buongiorno, sono la fata dei Transformers, e ora le faccio una magia.

Uh, fata, mi fa bionda con gli occhi azzurri e senza un buchino di cellulite neanche se strizzo le cosce a due mani e le guardo con la lente?

No. La trasformo in un’ex moglie.

Orcatroia, fata.

Embè.

Eccomi qua: separata, una figlia di dieci anni, un ex marito che ora vive con una tipa. E dico tipa per non dire altro. La fregatura ulteriore è che io non so che questa trasformazione dura solo il tempo di scrivere il post, quindi sono un filino in ansia. E oltretutto, non è per essere pignola, ma i Transformers mica hanno una fata, quindi sento aria di sòla, ma va be’.

Dicevo: son separata, e fin qui, va bene. L’abbiamo deciso insieme, che a me ormai, solo a sentire che lui suonava il citofono, veniva il vomito. Che poi, se hai le chiavi di casa, cosa suoni il citofono a fare, che mi tocca mollare tutto e venire ad aprirti manco fossi un postino, che notoriamente suona sempre due volte, ma poi fa due volte anche un’altra cosa sul tavolo della cucina? Quella cosa che noi non facciamo da anni, sì, quella, caro.

Va be’. Io, il mio ex, non lo rivorrei indietro neanche sottoforma di involtino primavera, o meglio di maiale in agrodolce. Quello che non mi va giù, invece, è la sua tipa. Ma non per lei, eh, che manco la conosco, a parte sapere anche quante volte al giorno fa la pipì spiandola su FaceBook. E’ che ‘sta tipa vede mia figlia ogni mercoledì, e un weekend sì e uno no. E, scusate, ma io per mia figlia ho fatto un casting di babysitter che manco vi immaginate, controllo anche quello che le dicono le maestre, le nonne, le zie ed eventuali alieni in visita. Figuratevi se mi va che la mia bambina se ne stia giorni interi con una che manco conosco. E se ‘sta qua magari le insegna, chessò, che ai gatti bisogna tirare la coda per fargli abbassare le orecchie? E se fanno la gara di rutti a tavola? E se le dice che Va dove ti porta il cuore è un capolavoro? Se la obbliga a cantare le canzoni dei Pooh?

Io mica posso fidarmi del giudizio del maiale in agrodolce, eh no. Davvero, divento pazza di dolore al pensiero che la mia bambina venga messa a letto da una sconosciuta, venga educata, cresciuta, magari anche sgridata da una che è stata scelta dal suino in salsa di ananas e peperoni gialli basandosi su criteri assolutamente ormonali. E se poi la chiama mamma? E se ‘sta qua la vizia, tanto che gliene frega, e poi io passo per quella cattiva?

Madonna che male che mi fa questa storia. Non ci posso fare niente, lo so, funziona così, dopo una separazione. E siccome sono una persona civile, democratica ed evoluta, e anche buona di fondo, me ne sto nel mio angolino. Anche perché, quel tipo che mi piace, se venisse a vivere con noi, be’, sarebbe un po’ la stessa storia che con la tipa. Ma almeno lui lo controllerei e, al primo idiota cartone animato giapponese, lo defenestro. E comunque mica si sostituirebbe alla mamma, ma al suino con l’ananas.

Pof!

Cos’è ‘sto pof adesso?

Magia delle magie, son la fata dei Transformers, e tu sei tornata matrigna.

Miiiii, fata, che spavento mi ero presa.

 

 

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