Ho letto che uno degli effetti, più o meno collaterali, di alcuni antidepressivi o ansiolitici è quello di creare una certa indifferenza affettiva, una specie di spilorceria emotiva. Cosa che, immagino, aiuti a gestire la depressione.

Mi è venuto in mente che, dopo un trauma affettivo, in ognuno di noi si sviluppa naturalmente, senza farmaci, la stessa reazione. Ci si chiude a riccio, nei limiti del carattere di ognuno, e ci si isola un po’ dalla tempesta emotiva appena trascorsa. I sentimenti sono più blandi, più contenuti, e ci si inaridisce un po’. Questa sorta di anestesia emotiva credo l’abbiamo provata più o meno tutte, e il nostro ruolo di matrigne in particolare è ricco di occasioni per traumatizzarsi affettivamente. Una miniera, direi.

Io stessa, che sono una delle persone più emotive che conosca, dopo i primi tempi di matrignato mi sono indurita (che io mi sia indurita equivale a dire che si è indurito un Mocho Vileda, ma va be’). Analizzandomi, credo di essermi in realtà un po’ fortificata, certo, e questo è positivo. Ma ogni tanto mi sorprendo a trattenere il fiato, a non respirare, simbolicamente, davanti a certe emozioni che potrebbero farmi male.

E il fatto per esempio che abbia finalmente imparato a dire di no, conquista basilare per la qualità della mia vita e di quella di chi mi sta accanto, un po’ è dovuto alla mia forza, ma un po’ anche a quella specie di anestesia di cui sto parlando. Nel momento in cui devo dire un bel NO secco, vengo subito assalita da tutta una serie di immagini del genere Pulcini Sotto la Pioggia, Topolini e Formaggi Piangenti nella Trappola, Peluche Dentro la Centrifuga, Passerotti Strozzati dalle Briciole di Pane d’Inverno, ma poi, zac, una bella punturina immaginaria di Indifferentil, o Menefott forte, e parte il NO.

Senza il trauma affettivo, e conseguente ritiro parziale delle truppe emotive, quel NO non sarebbe partito. O sarebbe partito uno di quegli odiosi NI che poi si sa come vanno a finire. Più che come, direi dove: in quel luogo oscuro e negletto, dove non batte mai il sole, ma dove c’è sempre una gran coda all’ingresso. Metafora, eh, moglià, metafora.

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Ci sono cose, cose pratiche, concrete, che, nel loro piccolo, aiutano molto la vita quotidiana di una matrigna (e in realtà di ogni donna). Propongo di uscire per un attimo dai massimi sistemi, e dedicarci ai minimi.
Allora, alcune di queste cose, o si hanno grazie al fattore principale, detto Fattore Culo, o si può cercare di ottenerle, o di cambiare le priorità. Oppure, purtroppo, non si hanno e basta. Tipo: grazie al F.C., una casa con due bagni aiuta moltissimo, insieme magari a uno studio dove rifugiarsi, soprattutto nei primi tempi del matrignato, quando si ha bisogno di respirare tanta aria fresca in silenzio. O anche per espletare i, uhm, doveri coniugali, in santa pace e con un lieve, beato senso di trasgressione. (Per queste cose vanno bene anche il box o la cantina, comunque).
Un’altra cosa, sempre dovuta al sopracitato Fattore Culo, è quella di disporre, ogni tanto, di una collaboratrice familiare. Anche questo aiuta a non commettere omicidi inter-familiari, e fregarsene delle briciole e/o delle braciole sul divano.
Spesso, anche un livello di cultura e di consapevolezza alti, tra tutti i familiari e gli ex familiari, aiuta. Ma non è detto, ci sono situazioni in cui il livello culturale è altissimo, e la stronzaggine altrettanto. O viceversa. Lo stesso, ovviamente, per la stabilità economica.

Però, ci sono anche cose che non hanno a che fare con il Fattore Culo ma solo con il Fattore Ingegno, che danno sicuramente una mano a sopravvivere, e che hanno un impatto economico minimo. Un esempio per tutti? Be’, i tappi per le orecchie, quelli di cera perché quelli di gommapiuma a mio parere, a parte l’inquietante colore giallino, funzionano meno. I figliastri, o il proprio marito, guardano programmi inguardabili in tivù a un livello di decibel da stadio? Invece di urlare a nostra volta il solito, inascoltato, abbassaaaaaaaaa, tanto vale appallottolare, scaldandoli con il calore della mano, i tappi di cera, e hop, sembra di essere in un monastero zen. Anche le cuffie per l’ascolto di tivù, stereo etc sono utili, e di ‘sti tempi le regalano coi punti al super, ma il problema è farli indossare sul caro, familiare capino di legno massello. Quindi, tanto vale indossare noialtre i rosei tappi di cera e amen.
Un’altra cosa furbetta, anche se assolutamente impopolare, sono i lucchetti. Sempre al super ne vendono di graziosissimi, colorati, piccoli, e con combinazione per non dover girare con le tasche tintinnanti piene di chiavi come carcerieri. Il cassetto delle pashime, lo vogliamo tenere fuori dall’altrui portata? Certo, occorre una sana linea di educazione parentale o parentastrale, ma, nel frattempo, un piccolo lucchettino blu, blu come il cielo, aiuta il nostro sistema nervoso, reso un po’ fragile dalla convivenza.
Il nostro computer, se abbiamo la fortuna di averne uno personale, ce lo vogliamo tenere stretto? Hop-là, una bella password richiesta all’accensione, e siamo a posto. (E’ una procedura facile, ci sono riuscita persino io).
Il telefono di casa è sempre occupato da adolescenti giustamente logorroici? C’è Skype, e si può persino eliminare la linea fissa. Oppure ci sono i cellulari di ognuno, con scheda prepagata, così i piccoli imparano ad amministrarsi. (Ci vorranno una quarantina d’anni, lo so, ma poi impareranno. O si fanno richiamare da amici più abbienti). Oppure, semplicemente, visto che ci si vede così poco, invece di stare al telefono, si sta tutti insieme a chiacchierare. Alla peggio, i nostri bei tappi di cera di cui sopra, si possono riutilizzare anche in questo caso.
L’importante insomma è non delegare tutto al nostro sovraccaricato fegato, ma ricordarsi di affidarci anche agli oggetti, che il loro lavoro salva-fegato lo sanno fare.

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Mie mogliastre, un po’ per chi non l’ha ancora letto, un po’ per non lasciarvi senza post nuovi (o seminuovi) mentre sono blindata per un lavoro, eccovi un brano tratto dal libro “Di matrigna ce n’è una sola” edito da Sonzogno.

Un aspirapolvere

La prima volta che sei nata, è stato il giorno in cui ti ho preso per i piedi e ti ho fatto giocare a fare l’aspirapolvere per tutta la casa del tuo papà. In effetti, anche i bambini, quando nascono, vengono presi per i piedi e tenuti a testa in giù. Il nostro parto, però, è stato un po’ più tecnologico.

Vroooom, ti ho portato dietro i divani, vicino alle porte, persino sotto le sedie.

Sulla caviglia avevi un interruttore che regolava la potenza del motore, e poi ogni tanto, quando ci allontanavamo troppo dal muro, la spina si staccava dalla presa e tu smettevi di fare vroooom, suscitando in me uno stupore da colf e da pagliaccio.

Non so perché l’ho fatto, quel giorno in cui sei nata. Avevi quattro anni e io quaranta. Eppure, invece di dirti ciao, mi è venuta subito voglia di giocare con te.

Mentre tu aspirapolveravi, io con un occhio controllavo che non ti facessi male, mentre con l’altro controllavo tuo papà per scoprire se per caso disapprovasse il nostro gioco. Ho visto che rideva, e abbiamo continuato a ridere anche noi.

Ne sei uscita con il pigiama lurido e i capelli a scarabocchio, ma si sa, al momento della nascita non si è mai perfettamente in ordine.

Poi, a un certo punto, quella sera, il tuo papà ti ha messo a letto. E io, lo confesso, ti ho salutato e ho fatto finta di andarmene a casa mia, perché era ancora presto, forse, per dirti che sarei diventata la tua matrigna.

Invece sono rimasta a dormire col tuo papà, che era anche il mio fidanzato.

Solo che poi è successa una cosa, proprio nel bel mezzo di un’altra cosa da fidanzati: tu, nella tua cameretta, ti sei messa a piangere fortissimo, ti facevano male le orecchie. Piangevi proprio tanto, sai, mia piccola husky con gli occhi lucidi, e si capiva benissimo – lo capivo benissimo persino io che ero abituata a sentir piangere solo cani e gatti – che non era un capriccio.

Solo che io, ufficialmente, ero andata a casa mia.

Quindi, indovina? mi sono nascosta nell’armadio, mentre tuo papà ti dava le gocce per l’otite, che io pensavo fossero per le otarie.

Non puoi immaginare come mi sia sentita, quella sera.

Non avevo fatto niente di male per nascondermi nell’armadio, non ero una ladra, e neanche un’amante, visto che papi era single. Mi ci ero nascosta per non tradire la tua fiducia: ti avevo detto che sarei tornata a casa mia e non volevo che tu mi trovassi ancora lì, rivelandomi una bugiarda. Ma mentre ti disperavi, mia aspirapolverina, avrei voluto venire lì a darti una controllatina ai circuiti, a cambiarti il sacchetto raccogli-polvere, a spegnere l’interruttore del dolore alle orecchie.

E mentre piangevi, mia implume pre-figliastra, veniva da piangere anche a me, che oltretutto ero anche mezza nuda.

Piangere vestiti è molto meglio che piangere nudi, sai?

Poi il male alle orecchie, quella sera, ti è passato. Ma io, a casa mia, ci sono andata veramente. Con le orecchie basse come se facessero male anche a me.

Ripensandoci ora che sono passati tanti anni, non sarebbe stato necessario fare tutta quella pantomima dell’armadio, perché scommetto che a te, in quel momento, avrebbe solo fatto piacere avere accanto, oltre al papà, anche la tipa dell’aspirapolvere.

Noi adulti facciamo un sacco di cose strane per non ferirvi, mentre tante volte la verità, spiegata in modo che possiate capirla, è la scelta migliore.

Ma, soprattutto quando si è impantanati nella ricostituzione di una famiglia, cosa a cui, qui in Italia, siamo ancora poco abituati, anche la più piccola cosa appare gigantesca. Entrano in campo le eredità della cultura cattolica, il senso di colpa, la paura del peccato, la sacralità della famiglia e l’indissolubilità del matrimonio, cose ormai un tantino desuete per molti  italiani. Desuete significa che non si usano più, come i pantaloni a zampa, mia husky dalle zampette trendy.

La semplicità, invece, è la ricetta migliore. Insieme alla sensibilità, e soprattutto alla capacità degli adulti di ricordarsi come erano da piccoli. Che poi non è altro che empatia, il modo più diretto e naturale di comunicare, provando le stesse cose che prova l’altra persona, comprendendole non per via verbale, ma assimilandole da pancia a pancia. Ciaf ciaf.

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Enzimi

E’ ufficiale: mi manca un enzima per metabolizzare l’alcol. Quindi sono, mio malgrado, astemia. In più sono quasi del tutto vegetariana. Come se non bastasse, sono pure matrigna.
Astemia, vegetariana, matrigna. Insomma, sono una che, da portare fuori a cena con gli amici, è un disastro.

Cosa bevi?
Nieeeeeeente, sono intollerante all’alcol.
Uh, non sai cosa ti perdi.
Eh, immagino, ma so cosa mi succede se bevo: svengo, e poi, quei bei sessanta chili di lardo, ve li dovete smazzare voi, a tirarli su dal pavimento.

Mmmmm, ce la mangiamo, una bella fiorentina al sangue?
No no, son vegetariana.
Eccheppalle.
Eh, lo so, ma a me a guardare una fiorentina viene in mente un cadavere, che ci posso fare?

Allora, come stanno i vostri bambini?
I bambini sono di mio marito, li ha fatti con altre donne, io sono la matrigna.
Ah.

Ecco. A quel punto, che di solito è circa tre minuti dopo il mio esordio in società, o la gente decide che sono folkloristica, o mi detesta. Dipende: se hanno l’enzima per digerire la diversità, mi amano. Se non ce l’hanno, gli resto sullo stomaco.

(Cosa c’entra la foto? Boh, io gli enzimi me li immagino così. Pensate se bevessi.)

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Pensiero di Natale

Che poi, siamo matrigne anche dei nostri animali domestici, perché loro, una madre, ce l’hanno già. Solo che, presumibilmente, almeno lei non ha copulato col nostro uomo.

Così, un pensierino prima di andare a dormire, in queste notti inquietantemente prentalizie.

‘Notte, mie matrigne.

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Matrigne si nasce?

Si parla di: Vacanze

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Sole toscano. Piscina di acqua salata in un bellissimo agriturismo. La matrigna è sdraiata, beata, rilassata, senza famiglia allargata.

A un certo punto punto si staglia all’orizzone una bimbetta di quattro anni.

Pfiuuu, non è una figliastra, è solo la figlia di altri ospiti dell’agriturismo, peraltro sconosciuti. La matrigna torna quindi all’incanto della sua vacanza, ristretta come da accordi legali.

“Rossetta, sono senza braccioli, annego.”

Occazzo, chi è? Ma è la bimbetta, ovviamente, che, mollata sola in piscina dai genitori, ha deciso di farsi adottare dalla bagnante sconosciuta, previo annegamento e storpiamento del nome.

La matrigna Rossetta si precipita smadonnanndo a metterle ‘sti cavolo di braccioli rosa, griffati, nota con raccapriccio, Hello Kitty. Dopodiché, torna, sempre smadonnando, alla sua sdraio. Della legittima genitrice, nessuna traccia. Del supposto padre, nemmeno.

No, dico, ma non è che, matrigne, si nasce?

 

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Il compleanno del blog

Si parla di: Club delle matrigne

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Mie mogliastre, in questi giorni il blog compie due anni esatti.

Due anni fa non sapevo nemmeno cosa fosse un blog, e quando mi hanno proposto di ospitarmi qui su Donnamoderna.com (grazie grazie) confesso che, un attimo dopo aver accettato, sono andata sul vocabolario a guardare cosa fosse, appunto, un blog. Un po’ è successa la stessa cosa quando ho accettato di stare con un uomo separato con prole, che non sapevo esattamente cosa fosse, e in più non c’era nemmeno un vocabolario dove cercare informazioni precise.

Sì, certo, era un uomo di cui ero innamoratissima, e che aveva due figlie. Ah, due figlie, ma va’, chissà che carine. Ma nessuna di noi all’inizio si rende conto in profondità delle conseguenze di questo particolare, la prole aliena. Ognuna di noi, forse obnubilata dalla tempesta ormonale, non realizza pienamente che se ci sono dei figli ci sono anche delle madri, che non sono semplicemente ex mogli, sono madri in carica da qui all’eternità.

Tutte si pensa che, certo, l’uomo scelto è un po’ usato, ma che saremo in grado di disinfeltrirlo e farlo tornare quasi nuovo. E invece no, l’usato è usato, sulle maniche ci sono le toppe, le tarme hanno fatto numerosi banchetti, e, insomma, il profumo del tessuto non è proprio di violetta, piuttosto di carciofo un po’ stantio. Un adorabile carciofo, ma pur sempre un carciofo, di quelli che si cucinano alla Giudea, no? Mhm, combinazione assomiglia a Giuda. Va be’ va be’, non stiamo a cavillare adesso.

E i carciofini? Anche quelli staranno con lui, e quindi presumibilmente con noi, da qui all’eternità. Lo sapevamo, ma una cosa è la teoria, una cosa è la pratica, quella che ci toglie ogni momento di intimità di coppia, che non ci fa decidere in autonomia dove e quando e se andare in vacanza, e tutte quelle cose che sappiamo ormai a memoria.

A me personalmente i carciofi, quelli verdi dell’orto, non piacciono per niente, ma invece  a tutto ‘sto carciofame roseo mi ci sono molto affezionata. E anzi, a distanza di quasi undici anni, posso dire che rappresenta un valore aggiunto. Certo, a me piacciono le sfide, le situazioni ingarbugliate, mi piace mettermi alla prova e la mia più grande aspirazione è crescere, evolvermi. E devo dire che in questi quasi undici anni sono cresciuta tantissimo, e di questo devo ringraziare, oltre che me stessa, anche questa famigliastra carciofata in cui mi sono buttata senza paracadute.

Anche questo blog è cresciuto tantissimo, grazie a questa splendida famigliastra, per niente carciofata, che siete voi. E credo che insieme siamo cresciute un po’ tutte, qua sopra, confrontandoci, sfogandoci, fermandoci a riflettere, o anche solo a sghignazzare sulle nostre comuni sventure. Che possono diventare bellissime avventure, mie mogliastre, se  cerchiamo di vedere il lato positivo del carciofo, quello un po’ bruciacchiato dalla padella, ma che ha il sapore più speciale.

Va be’, la smetto con la melassa, che coi carciofi non ci sta. Tanti auguri a questo blog, ma soprattutto tanti, tantissimi auguri a tutte noialtrastre.

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Un bellissimo venerdì

un-bellissimo-venerdi.jpgVenerdì, come molte di voi sanno, c’è stata la presentazione della sezione torinese del Club delle Matrigne e, già che c’eravamo, dei miei libri Uova di Matrigna e Mogliastre. Eccomi subito con i ringraziamenti, davvero di cuore:

alle mie delegate Iria e Francesca, bravissime e generosissime e anche bellissime.

A Silvia e Simona, che sono arrivate fino a Torino sfidando code di auto e  torme di gianduiotti solo per applaudirci. Anche loro bellissime, ovviamente. Le matrigne, non le code né le torme.

A tutte le matrigne e non matrigne torinesi presenti, e anche a quelle assenti ma presentissime col pensiero (Tutte bellissime, certo.)

Alla bellissima collana della bellissima Marcela che ha fatto di me una matrigna bellissima, collanamente parlando.

Alle Librerie Coop che ci hanno ospitato. (Bellissime.)

Al bellissimo Circolo dei Lettori che ospiterà i bellissimi Aperitivi delle bellissime Matrigne torinesi, ogni primo bellissimo venerdì del mese. (Inaugurazione: un bellissimo 15 gennaio).

Com’era il tempo? Bellissimo, c’era un bellissimo sole e 12 bellissimi gradi.

Non so se si è capito, ma la presentazione è stata bellissima.

Poi, giusto per non lasciarvi così sul più bello, volevo aggiungere un sondaggio, dato che a Torino qualche uomo c’era e sembrava anche interessato all’argomento: cosa ne pensano i vostri maritastri o compagnastri, della vostra frequentazione del Club delle Matrigne o del blog?

Indifferenti, diffidenti, contenti? 

 

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mogliastra-farcita-al-pandoro.jpgOggi la mia figliastra adolescente è venuta a pranzo con me, noi due sole. Non doveva chiedermi niente, non era un mercoledì né un weekend di turno, non era di passaggio dalle mie parti né doveva salire a fare la pipì. E’ venuta a mangiare da me, così, di sua iniziativa. Per chiacchierare, per ridere insieme, per raccontarci le prime cose che ci venivano in mente.

Ecco, è anche per queste cose che vale la pena di essere matrigna. Quando funziona, il matrignato è una cosa bellissima: si respira la purezza unica di un rapporto che non è cementato dal sangue, dalla legge, o dal denaro.

Valeva la pena di passare i miei primi anni di apprendistato chiusa nel cesso a piangere. E vale la pena, oggi, di dirvelo.

Non solo: vi inviterei a ricordarvi, e magari a raccontare qui sopra, le volte, poche o tante, in cui i figliastri vi hanno sorpreso con un gesto affettuoso e spontaneo, magari anche piccolissimo, ma vero. Sono cose importanti da ricordare, sono energia preziosa per percorrere la nostra strada, che è tutta in salita.

Sì, oggi ho mangiato un pandoro intero, dev’essere per questo che scrivo così.

 

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La bussola di Noè

Si parla di: libri

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La bussola di Noè, di Anne Tyler, secondo me è un bel libro. Ne avevo letti altri due della stessa autrice e non mi avevano entusiasmato. Ma questo, sarà perché è pieno di matrigne, mi è piaciuto.

Il protagonista è un sessantenne solo, vedovo e divorziato al tempo stesso, reduce quindi da due matrimoni. Ha una figlia dal primo matrimonio, a cui la seconda moglie ha fatto da madre, e due dal secondo, fornite di patrigno bravissimo che addirittura ha esonerato il protagonista dal pagare gli alimenti.

A un certo punto lui si innamora di una donna, che pare essere la candidata al terzo matrimonio, nonché al matrignato delle sue tre figlie.

Ma a parte la trama, la cosa quantomeno bizzarra è che le figure delle matrigne, in questo libro, sono positive.

O meglio, una è un po’ stronza di suo, l’ex moglie, ma come matrigna è ineccepibile. E l’altra è un po’ sfigata di suo, ma si capisce che come matrigna sarebbe bravissima.

Ora, o Anne Tyler è una matrigna, o veramente sta pian piano cambiando qualcosa. Certo, l’autrice è americana, lì con divorzi e matrimoni sono secoli avanti rispetto a noi, però, insomma, sono rimasta piacevolmente stupita.

Diciamo che l’Oscar della stronzaggine qui lo vincono le figlie, che alla fine, ah, no, non ve lo posso dire, che magari leggete il libro. 

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