Grazie, DonnaModerna.com

Si parla di: Club delle matrigne

Mie amate mogliastre,

questo è l’ultimo articolo che scrivo come ospite di DonnaModerna.com. Da lunedì 1 agosto trasloco il blog Mogliastre in un altro spazio virtuale, dove ovviamente siete tutte invitate.

Intanto però voglio ringraziare (e non lo faccio perché si fa, ma lo faccio col cuore) DonnaModerna.com per la meravigliosa e coraggiosa ospitalità che ci ha offerto in questi tre anni. Qui si sono create amicizie, si è riso, si è pianto, ci si è arrabbiate e poi consolate, e, soprattutto, si è cresciute tutte insieme.

Grazie, DonnaModerna.com, davvero. E arrivederci, magari con altri progettastri.

Noi, mogliastre, ci rivediamo prestissimo. E adesso mi commuovo anche, ecco.

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Ondine – il segreto del mare

Si parla di: film

Questa sera io e la mia figliastra sedicenne abbiamo visto (su mia insistenza, lei voleva vedere una roba terrificante sulle fotomodelle) il bel film “Ondine-il segreto del mare” di Neil Jordan, con quello strafigo di Colin Farrell.

Strafigo a parte, è una storia in cui, incredibilmente, sia il patrigno che la matrigna ci fanno una gran bella figura.

Lui, Colin, è un pescatore single, strafigo (insisto), divorziato, con una bambina malata ma molto sveglia e un’ex moglie terrificante e anche bruttacchiona, risposata, per fortuna, con un tipo coi capelli rossi.

A un certo punto il pescatore pesca letteralmente nella sua rete una strafiga (chi si somiglia si piglia), si innamorano, e, dopo tutta una serie di traversie che non vi sto a raccontare, i due si sposano felicemente e romanticissimamente, anche grazie alla bambina che apprezza molto Ondine, la neomatrigna pescata nella rete del papi.

La matrigna Ondine è buona, fa persino una magia (non si capisce se è magia o casualità, ma tant’è) per cui la bambina guarisce, anche se ci rimette le penne il patrigno che le dona un rene, e insomma, l’oscar della bontà va alla matrigna-sirena, il secondo oscar al patrigno defunto, e poi, va be’, il papà è bravino ma fa dei pasticci, mentre l’ ex moglie è decisamente perfida e non ne fa una giusta in tutti i 111 minuti di proiezione.

Il film è del 2009, e mi sembra un ulteriore segnale che qualcosa stia cambiando, nella percezione delle matrigne e dei patrigni e delle famiglie ricostituite in genere. Certo, ehm,  è classificato tra i film di genere “fantastico”, però, insomma, dai, non stiamo a sottilizzare.

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Kit

A grande richiesta, ripubblico il Kit di Sopravvivenza estivo 2010, con aggiunta di pod-cast.

Siore e siori, ecco a voi il sorprendente, imperdibile Kit di Sopravvivenza per Mogliastre nella sua versione pre-vacanze. Il kit, in una pratica confezione da viaggio, anti-urto e anti-furto, contiene:

N. 1 cane San Bernardo con fiaschetta alcolica al collo. Da scegliere nella versione whisky, prosecco, o tequila bum bum.  Croccantini, bistecche da tre chili e spese veterinarie, nonché tosatura, sono a vostro carico.

N. 1 pagnotta da carcerato compresa di lima in titanio per smussare la crescita inopinata di denti canini. (Non del cane, i vostri.) La pagnotta è disponibile alle olive, al cumino, o al gusto pizza.

N. 2 flaconi di adrenalina mannara da somministrare al vostro compagno. Funziona anche senza luna piena. Disponibili anche peli sintetici da applicare sulle mani per un effetto di maggior realismo quando finalmente strozza la ex. O, in alternativa:

N. 10 siringhe di anestetico da rinoceronte, con pennacchio rosso, da lanciare alle ex mogli in corsa. Con una lieve maggiorazione del prezzo, potete richiedere anche l’infallibile binocolo “Tibecco” ® per una mira più sicura.

N. 3 spinelli taroccati con foglie di Camomilla Bonomelli, da spacciare ai figliastri adolescenti fin dal primo mattino. Se dormono ancora, è sufficiente infilare la canna direttamente nelle narici. Per un effetto light, in una sola, per un effetto hard e definitivo, in entrambi gli orifici nasali. O in tutti e tre.

N. 1 stanza da bagno in stile origami, da aprire e in cui entrare in caso di crisi di pianto, perfettamente richiudibile e trasformabile in un foglio di carta A4 a crisi terminata.

N. 1 finto cellulare, imitazione perfetta di quello del vostro compagno (vogliate farci pervenire mail con marca e modello preciso almeno una settimana prima dell’ordinazione) da sostituire al suo. Il cellulare “Three monkeys” ® non vede, non sente e non parla, quindi vi garantisce la più assoluta privacy in vacanza.

N. 1 turista figo con cui scappare. Garantito orfano e sterile.

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Quarta disavventura della vostra Mogliastra di fiducia. (Poi la smetto, giuro, ma mi è presa l’ispirazione seriale).

La Mogliastra, all’epoca dei fatti, lavorava in un’agenzia di pubblicità. Ambiente creativo, informale, molto scherzoso.

Un giorno vide, al di là della strada, un’Audi grigio metallizzato. Riconobbe nell’abitacolo, nonostante i finestrini alzati, un collega con cui era molto in confidenza, con cui aveva da sempre un rapporto goliardico, cameratesco e ironico.

Ahà, si disse la Mogliastra, adesso lo faccio ridere, il collegastro.

Così, dall’altro lato della strada, lei cominciò a prodursi in vezzosi bye bye con la manina e a sbracciarsi con fare seduttivo e ammiccante in direzione Audi. Poi attraversò la strada e si diresse, dimenando ostentatamente i fianchi come una pantera nera, verso l’Audi grigia. Pitupitùm pah, arrivò davanti al finestrino alzato e vi si strusciò contro facendo le fusa, mimò baci che neanche Marilyn, si sollevò i capelli con malizia scoprendo il collo candido, mise in atto un movimento di spalle da regina del burlesque con relativo rimbalzo di tette, e appoggiò le labbra, appositamente atteggiate a cuore, sul vetro, mentre sgranava gli occhi in uno sbatter di ciglia da Vispa Teresa.

Bzzzzzzzzzzzz.

Il finestrino si abbassò lentamente. E, lentamente, come in una scansione, cominciò a profilarsi il volto della persona all’interno dell’abitacolo.

Il volto, assolutamente sconosciuto, era quello di un rispettabile e molto brizzolato signore sui sessanta, in doppiopetto blu, che, con gli occhi da triglia assoluta, guardava allibito quel pezzo di mogliastra ammiccante che gli era caduto dal cielo.

Tutto il sangue della Mogliastra affluì alle sue guance, che diventarono rosse e brucianti come lava incandescente, mentre lapilli di sudore, freddo, le imperlavano anche le dita dei piedi.

Occazzo, disse tra sé la talpastra. E a lui disse: “Scuuuuuuuusi, giuro che da domani mi metterò sempre gli occhiali, ventiquattr’ore su ventiquattro!”

E il signore in doppiopetto: “No, no, signorina, non li metta mai, è stato bellissimo.”

La Mogliastra decise di anestetizzarsi (quando fa figuracce del genere, riesce a radunare tutti i neuroni con la carta moschicida, per poi riporre il bottino ronzante dentro una scatoletta a chiusura ermetica che riaprirà ore dopo) e si allontanò, anzi fuggì, ovviamente inciampando rovinosamente sul marciapiede e mimando, per non cadere, l’arcangelo Gabriele in picchiata.

Poi, ridacchiando tra sé, si fiondò nel primo bar che trovò, ordinando, così alla cieca, due croissant e un tiramisù, giurando: mai più, mai più.

Nella foto, il gioco “Colpisci la talpa”.

Rossella Calabrò

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Esperimentastro per matrigne

Si parla di: figliastri

Prendiamo una pozione magica, tipo quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, e rimpiccioliamoci di un bel po’ di centimetri, avendo cura di lasciare che la testa e gli occhi rimangano piuttosto grandi. Togliamoci anche, con un’altra pozione magica che poi brevetteremo e ci renderà milionarie, un cinque o sei ettolitri di cellulite dalle cosce, e appiattiamoci le tette (senza protestare tanto è un esperimento temporaneo). Stiracchiamo le corde vocali fino a ottenere una vocina più acuta, e, hop-là, eccoci trasformate in bambine.

Ora, con l’agevole sistema del teletrasporto, o con una pozione magica per chi soffre di cinetosi, fiondiamoci in casa di un papà (nostro) e della sua nuova compagna, presi in prestito per l’occasione. Noleggiamo anche, già che siamo in ballo, un’altra bambina, più o meno della nostra età, figlia della nostra matrigna e di un altro uomo che non è il nostro papà. Poi, giusto per aggiungere un po’ di pepe all’esperimento, aggiungiamo un pargoletto di un paio d’anni, figlio di papà e della matrigna.

Ora, si dia inizio alle danze.

E’ mattina presto, noi ci svegliamo in un letto di quelli che sembrano un cassetto, rasoterra, sotto il letto della nostra sorellastra. Eh sì, perché lei abita in quella casa sempre, visto che c’è la sua mamma, e ha un letto vero. Noi abitiamo lì solo qualche volta, perché la nostra mamma vive con noi da un’altra parte, quindi il letto è un po’ finto, quasi quasi tra un po’ ci viene il gatto a farci la pipì scambiandolo per la sua cassettina. E la cameretta è tutta sua, della sorellastra, anche se papà e matrigna dicono che è di tutte e due. Mica vero. I peluche sono i suoi, i vestiti sono i suoi, noi abbiamo lì  giusto un paio di mutande di ricambio e poco altro.

Iniziano i lavori lavaggio e striraggio prima di andare a scuola. La sorellastra viene aiutata dalla sua mamma a vestirsi e pettinarsi. Anche noi, certo, ma ci viene un po’ il magone a pensare che magari la matrigna fa le trecce fatte bene a lei, e fatte male a noi. Non è vero, ma il sospetto ci uccide un po’, in fondo siamo bambine, e, alla prima ciocca che scappa dalle nostre trecce, ci monta un istinto vampiresco peggio che in Twilight.

Nel frattempo, il fratellastrino, quello piccolo, fa il simpatico con noi. Veramente lo fa un po’ di più con la sorellastra, perché loro due vivono insieme tutti i giorni, e invece noi no e quindi gli siamo un po’ meno simpatiche. E anche lì, ci spunta un dentone canino dalla gelosia. Bau.

Dopo la scuola, arriva il pomeriggio. La sorellastra ha invitato una sua compagna di classe a casa, per la precisione la sua amica del cuore. E noi siamo lì come delle pere cotte, che ci sentiamo escluse. - Ma perché non inviti anche tu una tua amica – dice la matrigna. Perché, uno: non ci abbiamo pensato; due: la cameretta è già occupata da queste qua; tre: non ci sono i nostri giochi e noi cosa facciamo vedere alla nostra amica del cuore? (Quattro: ci piacerebbe che la nostra amica ci vedesse con nostra madre, non con la matrigna che poi bisogna spiegare per ore l’albero genealogico. Ma questo, alla matrigna, non lo diciamo).

Dopidiché, arriva l’ora di cena. Ovvero, la Babele educativa. Per esempio: a casa nostra, la mamma  non ci fa apparecchiare, forse perché, non avendo più il papà in casa, vuole viziarci un po’ per compensare. (Errore! NdM) Ma, in casa di papà e matrigna, i bambini devono aiutare ad apparecchiare. Eccheppalle. A noi, la mamma, se ne abbiamo voglia, per cena ci fa un panino col Philadelphia e via, qui invece ci tocca mangiare il minestrone. Ecchestrapalle.

E intanto, anche la nostra sorellastra non è mica contenta nemmeno lei, perché il nostro papà le dice: mangia le verdure, ma si vede che non è convinto, e la sua mamma si vede che vorrebbe ucciderlo. L’unico che fa un po’ quello che gli pare è il piccolino. Certo, lui vive sempre sia con la sua mamma che con il suo papà, e in più, con la scusa che è piccolo, viene viziato. Grrrrrr. E snif.

Ta dàmmmm, ora della televisione. Matrigna e papà si acciambellano sul divano. La nostra sorellastra, che ha diritti di parentela diretta ma non esclusiva con la sua mamma, le si controacciambella addosso. Noi ci appiccichiamo al papà, che è nostro, anche se in comproprietà col poppante. Ma arriva il piccoletto, e fa saltare il banco. Pfffffffffff. Fanculo a tutti, ce ne andremmo in camera nostra, se fosse nostra per davvero. Ci viene voglia di telefonare alla mamma, ma la mamma, quando noi non ci siamo, esce sempre, e, o il cellulare è spento, o ci risponde un po’ frettolosamente. Si vede che sta organizzando un’altra famiglia allargata anche a casa nostra, così non è più solo nostra nemmeno lei. Né la casa, né la mamma. Come quella cosa delle case in multiproprietà a Charm. Uffa.

Vabbe’, tanto tra un po’ è ora di andare a dormire. Riapriamo il cassetto che fa finta di essere un letto, e ci sentiamo come la Piccola Fiammiferaia, il Brutto Anatroccolo, Cenerentola, Biancaneve, tutti quelli lì messi insieme.

Di là, intanto, sul lettone, il piccoletto gorgheggia felice con la sua mamma privata e il suo privato papà. E a noi viene un po’ voglia di piangere.

Ok, mogliastre, ecco qua la pozione per tornare grandi. POF.

Però, non dimentichiamoci di questo piccolo esperimentastro in cui abbiamo vissuto da piccolastre.

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Le case della vita

Quando penso alle case della mia vita, mi succede una cosa strana. Chissà se succede anche a voi. Non riesco a credere fino in fondo che non siano più mie, che ora ci abitino altre persone, che siano cambiate, che la chiave per entrare sia un’altra, che, insomma, non esistano più. Non per un senso materiale del possesso, ma per un’intimità che mi sembra impossibile sia sparita nel nulla.

Quegli angolini del sottoscala, da mia nonna, in cui mi nascondevo da piccola, quei pavimenti di marmo di cui guardavo le venature immaginandomi di riconoscere i volti di mostri, gatti, fate. O quei mobili importati dall’Oriente un secolo fa, pieni di cassettini segreti, in casa dell’altra nonna, insieme a bambole di pezza e collana di ambra vera che mi aspettavano quando andavo a trovarla, due volte all’anno.

Oppure la prima casa in cui ho vissuto da sola, un monolocale con i muri dipinti a fiorelloni, in cui ora vivono altre persone, altre risate, altri odori. O il mio primo studio, tutto vernicato d’argento, col soppalco, e un sole giallo dipinto sul soffitto perché dalle finestre entrava poca luce.

Non ci posso più entrare, in quelle case lì. Eppure, mi sembra impossibile. Sono state mie, ho infilato i miei pensieri tra le crepe dei muri come bigliettini d’amore, ho colorato l’aria coi miei respiri a volte chiari a volte scuri, mi sono trovata mille volte bella e mille volte brutta mentre mi scrutavo negli specchi del bagno. Sono state mie, quelle case.

Mie dentro.

Spesso sogno di tornare in quelle case, di nascosto, perché la chiave non l’ho mai buttata via. E, nei sogni, nessuno se ne accorge. Quelle volte, provo una nostalgia così grande che diventa dolcezza. E mi risveglio come innamorata.

Rossella Calabrò

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Sigla: deng deng deng deng deng-deng, derededèng!
Non sapete cosa regalare a Natale? Niente paura, care lettrici di questo blog. Le intrepide mogliastre hanno la soluzione giusta per ognuna di voi.

Deng deng deng deng deng-deng, derededèng!
Regalo numero uno: a soli euro 8,5o, siore e siori, ecco per voi l’introvabile libroUova di matrigna” di Orsella Nehman, ed. Excogita. Anche nella mirabolante versione audiolibro, ed. GoodMood. Si ordina solo on-line, e forse farete anche un po’ di fatica a riceverlo, ma averlo finalmente tra le mani dopo immani traversie sarà di grande soddisfazione, e ne uscirete fortificate. (Consiglio l’affidabile IBS)

Deng deng deng deng deng-deng, derededèng!
Attenzione, non è finita. Regalo numero due, siore e siori: a soli euro 11, ecco per voi: “Mogliastre, manuale semiserio per seconde mogli e matrigne” Autore: Rossella Calabrò, Editore ExCogita. Introvabile come il precedente, ma, come il precedente, ordinabile on-line.

Deng deng deng deng deng-deng, derededèng!
E ora, graaaaande, grandissima novità. Tenetevi forte: a soli euro 16, e fresco di stampa: “Di matrigna ce n’è una sola”. Autore: Rossella Calabrò (sempre lei, sì). Editore: Sonzogno. Questa volta comodamente acquistabile in qualsiasi libreria d’Italia, reale o virtuale. Un libro dedicato a tutte le donne, matrigne o non matrigne, e soprattutto alle adolescenti.

Venghino venghino, siore e siori, che un libro è cibo per la mente, e chi ingrassa sono solo i neuroni.
Sigla: deng deng deng deng deng-deng, derededèng!

Ah: gli introvabili Uova di Matrigna e Mogliastre, chi abita a Milano può trovarli comodamente alla libreria-caffè Il Bistrò del Tempo Ritrovato, in via Foppa, 4. Ne uscirà meno fortificata, ma con l’espressione decisamente più distesa.
Chi poi volesse i libri autografati dall’autrice, si presenti il 13 dicembre alle 19 al suddetto Bistrò, dove ci sarà l’autrice con la penna in mano, insieme a un’orda di matrigne abbevazzate.

(Ehm, non sapete quanto imbarazzo mi è costato scrivere questo post. Del resto, la pubblicità è uno sporco mestiere, ma qualcuno deve pur farlo).

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“Questioni di cuore”

Si parla di: interviste

Mie mogliastre, vi copio, tagliuzzando qua e là, una lettera arrivata alla rubrica di Natalia Aspesi (che io adoro) e pubblicata in questi giorni su il Venerdì di Repubblica. Sentite cosa racconta un uomo e cosa risponde la fantastica Aspesi. (Che non mi risulta sia matrigna).

Titolo:
ALLA EX NON SA DIRE CHE HA UN’ALTRA. IL CORAGGIO NON ERA UNA DOTE MASCHILE?

Lettera di lui : “Sono un uomo infelice di 50 anni. E’ da un anno che abito in affitto dopo essermene andato di mia spontanea volontà. Il mio matrimonio era diventato una sofferenza, una lotta continua. Sono sempre stato troppo buono con mia moglie, tollerando le sue insoddisfazioni, le sue polemiche e anche un tradimento. (…) Sono davvero stanco di fare cose che non sento, di essere falso, di dovermi nascondere agli occhi degli altri con la mia nuova compagna perché mia moglie non pensa che io abbia un’altra relazione. Sono stanco di aver perso casa mia e le mie cose, e di vivere in affitto. Sono stanco di non poter fare questo discorso a mia moglie e aspettare che sia lei a parlarne, perché è come se mia moglie avesse rimosso che io con lei non voglio avere nessun rapporto, e che la mia non è stata una scappatella, ma una decisione maturata ancor prima dell’arrivo di questa donna.”

Risposta di Natalia Aspesi: “(…) Non è che per essere felice, lei vorrebbe riavere le sue cose e la sua casa cacciando la moglie abbandonata? Intanto le chiedo: perché, vivendo ormai da separato, nasconde la sua compagna? Se lei vivesse normalmente, pubblicamente, la sua nuova relazione, forse sua moglie capirebbe. Ma anche: se lei accorre a ogni sua richiesta, perché sua moglie non dovrebbe pensare che prima o poi lei tornerà a casa? Ha così poco coraggio da non riuscire a dirle la verità? Ma il coraggio non è una virtù maschile? A parte il fatto che le persone non si possono cancellare, soprattutto una moglie per quanto tiranna (ma era lei a farsi tiranneggiare) con cui si è vissuto per anni. Io credo che certi legami non si tagliano mai, e che tra due persone che sia pure in un tempo lontano si sono amate, resta sempre il dovere di csoccorrersi in caso di necessità. Sono sicura che se lei davvero facesse come se quella donna non fosse mai esistita, ne proverebbe un grande rimorso. Comunque abbandoni la sua viltà e dica a sua moglie che ormai ha un’altra compagna e che non tornerete mai più insieme.”


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Mogliastre insonni, è la vostra occasione: martedì 19 ottobre all’una e mezza di notte accendete la tivù e sintonizzatevi sulla trasmissione GAP (Rai Tre). Ci sarà Paola Galantino, la mia bellissima e bravissima e matrignissima delegata romana del Club delle Matrigne che parlerà di noi.
Qualcosa da dire sull’orario? Be’, l’ora delle streghe è dopo la mezzanotte, no?

In ogni caso poi pubblicherò il link per vedere la trasmissione in streaming a un orario non da streghe ma da fate.

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Scene da una vacanzastra

Si parla di: Vacanze

scene-da-una-vacanzastra.jpg

 

Finalmente arriva il giorno della partenza per le vacanze. Alle 12 in punto, come da accordi col maritastro, sarà tutto pronto.

Alle 12 meno un quarto detto maritastro si presenta dalla mogliastra con quattro  mutande in mano e, con l’aria da cocker, uggiola: me le laveresti? Occazzo, a un quarto d’ora dalla partenza, ti devo lavare le mutande? Ma non ne hai già una ventina in valigia, che oltretutto stiamo via solo una settimana? Non sapevo di essermi sposata un igienista. Perdipiù evidentemente sprovvisto di mani.

Va be’, per quieto vivere la mogliastra butta le mutande in lavatrice, mette un programma brevissimo, felice al pensiero che ne usciranno grigiastre e sporchignaccole, ed evita di litigare.

Mentre si risolve la disfida della mutanda, lui, quatto quatto, si mette a sbrinare il frigo. Ommadonnasanta, dice la mogliastra, ADESSO  ti metti a sbrinarlo? Oltretutto, amore santo, verrà ad abitare qua la gatto-sitter, che userà il frigo, quindi, uhm, che cazzo ti sbrini? Ehhhh, ma almeno una volta all’anno va fatto. Mentre il ghiaccio si scioglie, alla mogliastra Magda escono vampate di fuoco dalle narici. Meglio, così il ghiaccio si scioglie prima.

A mutanda lavata e frigo sbrinato, incredibilmente si esce di casa.

Arrivati alla macchina, la Mogliastra scopre che il suo legittimo sposo deve ancora caricare la Vespa sul carrello, perché mica si può andare una settimana al mare senza uno scooter. Oh, una settimana, eh, mica un anno. La vena sul collo le si gonfia mentre adocchia la giugulare coniugale e affila i caninastri. Poi, siccome ormai è sulla via della beatificazione, si siede sul marciapiede, faccia e gambe al sole, e inizia l’abbronzatura mentre lui smanetta con cavi e tiranti. Una bella mezz’oretta dopo – si sa che gli uomini sulle questioni tecniche son tignosi – finalmente Vespa e carrello sono sistemati, la melanina si è messa anche lei in moto e, insomma, si parte.

Vroom.

Sput.

Toh, la batteria della macchina è scarica. Be’, a quel punto la mogliastra scoppia in una risata sgangherata e si rotola per terra, perché quando è troppo le viene troppo da ridere.

Poi si riprende e gli dice: be’, ma c’è il nostro amico al bar che ha i cavetti. Lui grugnisce uhm, e parte a smadonnare in giro. Telefona all’elettrauto, telefona al 1244, telefona forse anche alla zia ottuagenaria, e dopo un’ora di tregenda torna affranto e le comunica: niente, un disastro. La mogliastra commenta: maaaa, i cavetti? Quali cavetti? I cavetti del nostro amico. Ha dei cavetti??? Eh, te l’ho detto prima. Ah, è che io non ti ascolto quando parli.

 

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