Grazie, DonnaModerna.com

Si parla di: Club delle matrigne

Mie amate mogliastre,

questo è l’ultimo articolo che scrivo come ospite di DonnaModerna.com. Da lunedì 1 agosto trasloco il blog Mogliastre in un altro spazio virtuale, dove ovviamente siete tutte invitate.

Intanto però voglio ringraziare (e non lo faccio perché si fa, ma lo faccio col cuore) DonnaModerna.com per la meravigliosa e coraggiosa ospitalità che ci ha offerto in questi tre anni. Qui si sono create amicizie, si è riso, si è pianto, ci si è arrabbiate e poi consolate, e, soprattutto, si è cresciute tutte insieme.

Grazie, DonnaModerna.com, davvero. E arrivederci, magari con altri progettastri.

Noi, mogliastre, ci rivediamo prestissimo. E adesso mi commuovo anche, ecco.

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Ondine – il segreto del mare

Si parla di: film

Questa sera io e la mia figliastra sedicenne abbiamo visto (su mia insistenza, lei voleva vedere una roba terrificante sulle fotomodelle) il bel film “Ondine-il segreto del mare” di Neil Jordan, con quello strafigo di Colin Farrell.

Strafigo a parte, è una storia in cui, incredibilmente, sia il patrigno che la matrigna ci fanno una gran bella figura.

Lui, Colin, è un pescatore single, strafigo (insisto), divorziato, con una bambina malata ma molto sveglia e un’ex moglie terrificante e anche bruttacchiona, risposata, per fortuna, con un tipo coi capelli rossi.

A un certo punto il pescatore pesca letteralmente nella sua rete una strafiga (chi si somiglia si piglia), si innamorano, e, dopo tutta una serie di traversie che non vi sto a raccontare, i due si sposano felicemente e romanticissimamente, anche grazie alla bambina che apprezza molto Ondine, la neomatrigna pescata nella rete del papi.

La matrigna Ondine è buona, fa persino una magia (non si capisce se è magia o casualità, ma tant’è) per cui la bambina guarisce, anche se ci rimette le penne il patrigno che le dona un rene, e insomma, l’oscar della bontà va alla matrigna-sirena, il secondo oscar al patrigno defunto, e poi, va be’, il papà è bravino ma fa dei pasticci, mentre l’ ex moglie è decisamente perfida e non ne fa una giusta in tutti i 111 minuti di proiezione.

Il film è del 2009, e mi sembra un ulteriore segnale che qualcosa stia cambiando, nella percezione delle matrigne e dei patrigni e delle famiglie ricostituite in genere. Certo, ehm,  è classificato tra i film di genere “fantastico”, però, insomma, dai, non stiamo a sottilizzare.

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Kit

A grande richiesta, ripubblico il Kit di Sopravvivenza estivo 2010, con aggiunta di pod-cast.

Siore e siori, ecco a voi il sorprendente, imperdibile Kit di Sopravvivenza per Mogliastre nella sua versione pre-vacanze. Il kit, in una pratica confezione da viaggio, anti-urto e anti-furto, contiene:

N. 1 cane San Bernardo con fiaschetta alcolica al collo. Da scegliere nella versione whisky, prosecco, o tequila bum bum.  Croccantini, bistecche da tre chili e spese veterinarie, nonché tosatura, sono a vostro carico.

N. 1 pagnotta da carcerato compresa di lima in titanio per smussare la crescita inopinata di denti canini. (Non del cane, i vostri.) La pagnotta è disponibile alle olive, al cumino, o al gusto pizza.

N. 2 flaconi di adrenalina mannara da somministrare al vostro compagno. Funziona anche senza luna piena. Disponibili anche peli sintetici da applicare sulle mani per un effetto di maggior realismo quando finalmente strozza la ex. O, in alternativa:

N. 10 siringhe di anestetico da rinoceronte, con pennacchio rosso, da lanciare alle ex mogli in corsa. Con una lieve maggiorazione del prezzo, potete richiedere anche l’infallibile binocolo “Tibecco” ® per una mira più sicura.

N. 3 spinelli taroccati con foglie di Camomilla Bonomelli, da spacciare ai figliastri adolescenti fin dal primo mattino. Se dormono ancora, è sufficiente infilare la canna direttamente nelle narici. Per un effetto light, in una sola, per un effetto hard e definitivo, in entrambi gli orifici nasali. O in tutti e tre.

N. 1 stanza da bagno in stile origami, da aprire e in cui entrare in caso di crisi di pianto, perfettamente richiudibile e trasformabile in un foglio di carta A4 a crisi terminata.

N. 1 finto cellulare, imitazione perfetta di quello del vostro compagno (vogliate farci pervenire mail con marca e modello preciso almeno una settimana prima dell’ordinazione) da sostituire al suo. Il cellulare “Three monkeys” ® non vede, non sente e non parla, quindi vi garantisce la più assoluta privacy in vacanza.

N. 1 turista figo con cui scappare. Garantito orfano e sterile.

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Quarta disavventura della vostra Mogliastra di fiducia. (Poi la smetto, giuro, ma mi è presa l’ispirazione seriale).

La Mogliastra, all’epoca dei fatti, lavorava in un’agenzia di pubblicità. Ambiente creativo, informale, molto scherzoso.

Un giorno vide, al di là della strada, un’Audi grigio metallizzato. Riconobbe nell’abitacolo, nonostante i finestrini alzati, un collega con cui era molto in confidenza, con cui aveva da sempre un rapporto goliardico, cameratesco e ironico.

Ahà, si disse la Mogliastra, adesso lo faccio ridere, il collegastro.

Così, dall’altro lato della strada, lei cominciò a prodursi in vezzosi bye bye con la manina e a sbracciarsi con fare seduttivo e ammiccante in direzione Audi. Poi attraversò la strada e si diresse, dimenando ostentatamente i fianchi come una pantera nera, verso l’Audi grigia. Pitupitùm pah, arrivò davanti al finestrino alzato e vi si strusciò contro facendo le fusa, mimò baci che neanche Marilyn, si sollevò i capelli con malizia scoprendo il collo candido, mise in atto un movimento di spalle da regina del burlesque con relativo rimbalzo di tette, e appoggiò le labbra, appositamente atteggiate a cuore, sul vetro, mentre sgranava gli occhi in uno sbatter di ciglia da Vispa Teresa.

Bzzzzzzzzzzzz.

Il finestrino si abbassò lentamente. E, lentamente, come in una scansione, cominciò a profilarsi il volto della persona all’interno dell’abitacolo.

Il volto, assolutamente sconosciuto, era quello di un rispettabile e molto brizzolato signore sui sessanta, in doppiopetto blu, che, con gli occhi da triglia assoluta, guardava allibito quel pezzo di mogliastra ammiccante che gli era caduto dal cielo.

Tutto il sangue della Mogliastra affluì alle sue guance, che diventarono rosse e brucianti come lava incandescente, mentre lapilli di sudore, freddo, le imperlavano anche le dita dei piedi.

Occazzo, disse tra sé la talpastra. E a lui disse: “Scuuuuuuuusi, giuro che da domani mi metterò sempre gli occhiali, ventiquattr’ore su ventiquattro!”

E il signore in doppiopetto: “No, no, signorina, non li metta mai, è stato bellissimo.”

La Mogliastra decise di anestetizzarsi (quando fa figuracce del genere, riesce a radunare tutti i neuroni con la carta moschicida, per poi riporre il bottino ronzante dentro una scatoletta a chiusura ermetica che riaprirà ore dopo) e si allontanò, anzi fuggì, ovviamente inciampando rovinosamente sul marciapiede e mimando, per non cadere, l’arcangelo Gabriele in picchiata.

Poi, ridacchiando tra sé, si fiondò nel primo bar che trovò, ordinando, così alla cieca, due croissant e un tiramisù, giurando: mai più, mai più.

Nella foto, il gioco “Colpisci la talpa”.

Rossella Calabrò

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Era una sera d’estate di parecchi anni fa. Una Mogliastra, vestita in total black per timidezza, stava per andare a una festa. Non conosceva nessuno, quella sera, ma era lì apposta, accompagnata dal suo fidanzato nuovo di zecca, proprio per essere presentata ufficialmente agli amici di lui (e soprattutto alle amiche, pensava polemicamente).

Vestitino nero, sandali neri, gioielli etnici d’argento, capelli ricci perché tanto d’estate, con l’umido che c’è, è proprio inutile stirarli o bigodinarli.

Scortata dal nuovo fidanzato (nuovo per lei, perché per buona metà delle femmine presenti, sospettava la Mogliastra, era un po’ usatello) e scortata anche dall’immancabile plotone personale di zanzare, stava per entrare nel loft (ettepareva che non fosse un loft, pensava sempre un po’ polemicuccia la Mogliastra debuttante) adibito a sede della festa.

Ma l’incauta debuttante commise un’imprudenza, all’apparenza assolutamente innocua: si fermò un attimo nel cortile, staccandosi dal braccio del fidanzato, per accendersi una sigaretta. Il tempo di un click (l’accendino) e di un puf (la prima boccata d’aria arricchita di nicotina), e la situazione prese una svolta inaspettata.

Dovete sapere (molte di voi lo sanno) che la Mogliastra in oggetto è cieca come una talpa, ma non mette gli occhiali manco morta, ed è troppo pasticciona per usare le lenti a contatto. Ora, nella nebbia fuori stagione di quella miope serata d’agosto, la talpastra intravide un gruppetto di festanti che si accalcava intorno a qualcuno. Grazie al super-udito (sviluppato con gli anni per sopperire alla talpitudine) giunsero al suo orecchio frasi del genere: “Ohhhhh, finalmente ce la presenti! Ma che piacere! Ma che bella coppia!”

Curiosa come una donnola (incrociata con un talpone), e assetata di gossip, la Mogliastra strizzò gli occhi ben bene per vedere cosa stesse succedendo qualche metro più in là.

E mise a fuoco la seguente, raccapricciante scena: il suo fidanzato era a braccetto di una sconosciuta, vestita in total black, e la stava presentando ufficialmente a tutti come la sua nuova fiamma, in un trionfo di ohhhhhh e ahhhhhhh.

Grrrrrrrrrr, ruggì sommessamente la talpastra, si cacciò gli occhiali sul naso e fanculo anche la vanità, si scaraventò come un’Erinni al fianco del suo fidanzato, spostò, con un colpo di culo ben assetato, l’usurpatrice e, trasformatasi improvvisamente in una pescivendola occhialuta nonostante i suoi genitori avessero tanto insistito per darle un’educazione urbana e impeccabile, apostrafò il babbeo con un ahò? sesquipedale. Non so perché sesquipedale, ma ci stava bene.

Detto babbeo, riconosciuta nonostante tutto la voce dell’amata, si voltò verso di lei. Poi guardò la tipa che aveva accanto fino a un minuto prima, ri-guardò la Mogliastra, ri-guardò la tipa, pensò di essere a una partita di tennis, e invece era nella merda.

E come si giustificò, il babby?  “Ehhh, vabbe’, ho visto una che ti assomigliava, l’ho presa sottobraccio soprapensiero convinto fossi tu, e siamo entrati”.

Una che mi assomigliavaaaaaaaaa? Un botolo rognoso come quella lì mi assomigliavaaaaaa? Ma io ti caccio il mio intero set di bigodini negli occhi, e dico occhi perché stiamo parlando di vista, se parlassimo di metabolismo sai dove te li caccerei, i suddetti bigodini, e scegliendo accuratamente quelli col diametro di una pigna e con tutto il velcro sopra che ti arpiona le budelle.

Poi però alla Mogliastra venne da ridere, un po’ perché di natura è una persona poco seria, e un po’ perché  il babbeo l’aveva fatta talmente grossa che non si poteva infierire. Oltretutto la Mogliastra, di suo, è sempre stata inflessibile sulle questioni irrilevanti, mentre su quelle epocali si annoia un po’ e glissa spesso.

Unica vendetta: ogni anno, da una dozzina d’anni, di questi tempi si celebra l’anniversario della vicenda della Talpa e del Babbeo, con presa per il culo del Babby davanti al maggior numero possibile di testimoni.

Rossella Calabrò

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Chi ha provato a mangiare da sola al ristorante? Mediamente, non sappiamo dove guardare, non avendo di fronte nessuno. E, fingere di avere di fronte qualcuno, intavolando perdipiù una conversazione brillante, è molto peggio, e la camicia di forza non dona al décolleté.

Possiamo provare a portarci un libro, ma, se lo posizioniamo davanti al piatto,  gli spaghetti, durante il tragitto piatto-libro-bocca, spesso si accasciano sulle pagine del libro. Se lo posizioniamo dietro il piatto, dobbiamo sporgere il collo come delle tacchine, con il rischio di essere assoldate dallo chef per il pranzo di Natale.

Guardare un punto fisso nel vuoto potrebbe essere una soluzione, ma dopo un po’ ci lacrimano gli occhi, oltre a ottenere un’espressione un po’ da pesce lesso.

Fissare qualcuno, non si fa, è maleducazione, lo sanno anche le triglie.

Smanettare col telefono è una soluzione talmente ovvia che veniamo sgamate in tre secondi.

Impiccarsi con gli spaghetti alle vongole? Può essere una soluzione definitiva.

Lo stesso per quell’altra cosa tremenda che è andare a una festa da sole. Con l’aggravante, classificata ai primi posti tra gli sport estremi, di non conoscere nessuno tranne la padrona di casa. I guai cominciano già quando siamo di fronte al citofono.

Bzzzzzzzzzz.  “Sìiiii?” “Ehm, sono Grimilde.” “Ah, sali.” Sì, ma sali dove? Non ci ricordiamo più il piano, quindi siamo costrette a suonare di nuovo. Bzzzzzzz. “Sìiiiii?” “Scusa, non mi ricordo il piano”. “Terquartinto”. Oddio, il tram doveva passare proprio adesso? Non abbiamo capito niente del piano. Rifiutandoci di citofonare per la terza volta, che oltretutto quello lì che ha risposto manco sa chi siamo, ci appostiamo sotto al portone aspettando che arrivi qualcuno con l’aria di andare alla nostra festa. Ci lamentiamo come vitelli perché non arriva nessuno, ma, quando qualcuno arriva, è ancora peggio. Andranno alla festa veramente?  O stanno solo andando a congiungersi carnalmente a casa loro, senza party, né Martini, né niente? “Hehehe, scusate, andate alla festa di Crudelia?” “Sì.” Un lapidario sì, mentre la lei ci squadra sospettosa, e il lui ci scansiona ad alta definizione il lato b. “Hehehe, non mi ricordavo il piano, salgo con voi.” “Mhm.”

Ma poi, mica ci si può attaccare come cozze alla coppia, quando si entra in casa. Anche perché la coppia ci molla immediatamente per marinarsi altrove. E noi lì, a precipitarci verso il buffet, non per fame ma per avere qualcosa da fare mentre, con un gamberetto infilato nel naso per errore, scrutiamo l’orizzonte alla ricerca della padrona di casa. La padrona di casa c’è, ovvio, ma è attorniata da un nugolo di amici stretti,  così stretti che fanno muro, anzi una muraglia cinese intorno al lei, e noi non riusciamo a valicarla. Da sotto la muraglia cinese uggioliamo in mandarino stretto: “Buonaselaaaa!” E lei, cortesemente,  annuisce e morta lì. Che si fa? Si va a fumare sul balcone? Mhmmm, poco trendy. Ci si chiude in bagno simulando un attacco di salmonellosi? Può essere, ma nel bagno ci son già due che stan trombando. Allora si simula una chiamata al cellulare, e poi, risimulando un impegno mondanissimo e galantissimo, ci si fionda nell’ascensore e ci si pigiama a casa, dopo un tempo di permanenza al party di circa diciotto minuti.

Io, che se ho scritto questo articolo queste cose le ho provate eccome, ormai da parecchi anni ho imparato a mangiare al ristorante da sola, e oltretutto mi piace tantissimo. E, alle feste, anche se vado da sola, sopravvivo la maggior parte delle volte, e rischio anzi ogni volta di divertirmi parecchio. Chissà, forse è anche l’allenamento estremo,  il master in famiglie allargate, che ci fa diventare delle impavide Super-Mogliastre.

Rossella Calabrò

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Ieri, per la mia inguaribile mania della puntualità, sono arrivata venti minuti prima a un appuntamento fuori da un teatro dove era in corso un saggio di danza. L’appuntamento sarebbe stato a spettacolo terminato, ma, già che ero lì, e dato che fuori c’era un plotone di zanzare coi pungiglioni puntati verso di me, sono entrata. E, peggio di una matrigna, mi sono seduta in fondo in fondo, nell’ultima fila. Essì, perché ieri ero ancora meno di una matrigna, ero l’amica di una zia di una nipote sconosciuta, e oltretutto ero dentro soltanto perché spinta a pungiglionate dalle zanzare. Non solo: il saggio, manco a dirlo, era su Cenerentola. Perfetto. Infatti un getto di aria condizionata dell’Alaska, evidentemente dotato di sensori-step-mother, mi ha seguito col suo occhio sintetico e si è diretto, con pervicacia, dritto dritto sul mio collo e relativa cervicale.
Il saggio era un saggio, quindi c’erano ballerine brave e ballerine che avrebbero avuto più successo in uno spettacolo di casacioff tra vecchie otarie. E poi c’erano ballerine-mini, bambine dai quattro agli otto anni, chi vestita da topino, chi da uccellino, chi forse da figliastra di qualche spettatrice delle ultime file. Ma io, dall’alto della mia estraneità, perché per una volta non ero davvero nessuno e non conoscevo nessuna delle bambine svolazzanti sul palco, ho potuto notare alcune cose.
Intanto, che non sono stata l’unica al mondo, quando ho fatto il mio saggio di danza, a otto anni, a sbagliare implacabilmente tutta la coreografia e ad andare sempre (ma proprio sempre, eh) a destra quando bisognava andare a sinistra, a sbattere contro le mie colleghe-cigni bianchi indignate dalla mia inaudita inadeguatezza, a traballare sulle punte come un dente da latte, a perdere il fermaglio dei capelli e farlo rotolare sotto ai piedi della mia amica bravissima che faceva il cigno nero ma che stava per cadere rovinosamente sul suddetto fermaglio e che poi non mi ha parlato per sei giorni.
Anche loro, le ballerine di ieri sera, hanno fatto dei disastri, non tutte, ma alcune. E io, per quelle alcune, ho provato una simpatia che era quasi amore. Una poi, l’ho vista benissimo che si scaccolava, aveva un cerchietto con le orecchie da topolino, ma si scaccolava come un pachiderma. E un’altra, perché non mi sfugge niente, appena la scarpetta di cristallo è rimasta senza sorveglianza sul palco, l’ha afferrata quatta quatta e se l’è provata con un ghigno, cosa che nella fiaba non risulta. E quella che, avendo le mutande che le davano fastidio, se le è spostate in mondovisione, ravanando a piene mani con la grazia di un gorilla assediato dalle pulci? Ho amato anche lei.
E allora ho pensato, ma se ci fa simpatia l’imperfezione altrui, non potrebbe farci simpatia, finalmente, anche la nostra?

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Esperimentastro per matrigne

Si parla di: figliastri

Prendiamo una pozione magica, tipo quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, e rimpiccioliamoci di un bel po’ di centimetri, avendo cura di lasciare che la testa e gli occhi rimangano piuttosto grandi. Togliamoci anche, con un’altra pozione magica che poi brevetteremo e ci renderà milionarie, un cinque o sei ettolitri di cellulite dalle cosce, e appiattiamoci le tette (senza protestare tanto è un esperimento temporaneo). Stiracchiamo le corde vocali fino a ottenere una vocina più acuta, e, hop-là, eccoci trasformate in bambine.

Ora, con l’agevole sistema del teletrasporto, o con una pozione magica per chi soffre di cinetosi, fiondiamoci in casa di un papà (nostro) e della sua nuova compagna, presi in prestito per l’occasione. Noleggiamo anche, già che siamo in ballo, un’altra bambina, più o meno della nostra età, figlia della nostra matrigna e di un altro uomo che non è il nostro papà. Poi, giusto per aggiungere un po’ di pepe all’esperimento, aggiungiamo un pargoletto di un paio d’anni, figlio di papà e della matrigna.

Ora, si dia inizio alle danze.

E’ mattina presto, noi ci svegliamo in un letto di quelli che sembrano un cassetto, rasoterra, sotto il letto della nostra sorellastra. Eh sì, perché lei abita in quella casa sempre, visto che c’è la sua mamma, e ha un letto vero. Noi abitiamo lì solo qualche volta, perché la nostra mamma vive con noi da un’altra parte, quindi il letto è un po’ finto, quasi quasi tra un po’ ci viene il gatto a farci la pipì scambiandolo per la sua cassettina. E la cameretta è tutta sua, della sorellastra, anche se papà e matrigna dicono che è di tutte e due. Mica vero. I peluche sono i suoi, i vestiti sono i suoi, noi abbiamo lì  giusto un paio di mutande di ricambio e poco altro.

Iniziano i lavori lavaggio e striraggio prima di andare a scuola. La sorellastra viene aiutata dalla sua mamma a vestirsi e pettinarsi. Anche noi, certo, ma ci viene un po’ il magone a pensare che magari la matrigna fa le trecce fatte bene a lei, e fatte male a noi. Non è vero, ma il sospetto ci uccide un po’, in fondo siamo bambine, e, alla prima ciocca che scappa dalle nostre trecce, ci monta un istinto vampiresco peggio che in Twilight.

Nel frattempo, il fratellastrino, quello piccolo, fa il simpatico con noi. Veramente lo fa un po’ di più con la sorellastra, perché loro due vivono insieme tutti i giorni, e invece noi no e quindi gli siamo un po’ meno simpatiche. E anche lì, ci spunta un dentone canino dalla gelosia. Bau.

Dopo la scuola, arriva il pomeriggio. La sorellastra ha invitato una sua compagna di classe a casa, per la precisione la sua amica del cuore. E noi siamo lì come delle pere cotte, che ci sentiamo escluse. - Ma perché non inviti anche tu una tua amica – dice la matrigna. Perché, uno: non ci abbiamo pensato; due: la cameretta è già occupata da queste qua; tre: non ci sono i nostri giochi e noi cosa facciamo vedere alla nostra amica del cuore? (Quattro: ci piacerebbe che la nostra amica ci vedesse con nostra madre, non con la matrigna che poi bisogna spiegare per ore l’albero genealogico. Ma questo, alla matrigna, non lo diciamo).

Dopidiché, arriva l’ora di cena. Ovvero, la Babele educativa. Per esempio: a casa nostra, la mamma  non ci fa apparecchiare, forse perché, non avendo più il papà in casa, vuole viziarci un po’ per compensare. (Errore! NdM) Ma, in casa di papà e matrigna, i bambini devono aiutare ad apparecchiare. Eccheppalle. A noi, la mamma, se ne abbiamo voglia, per cena ci fa un panino col Philadelphia e via, qui invece ci tocca mangiare il minestrone. Ecchestrapalle.

E intanto, anche la nostra sorellastra non è mica contenta nemmeno lei, perché il nostro papà le dice: mangia le verdure, ma si vede che non è convinto, e la sua mamma si vede che vorrebbe ucciderlo. L’unico che fa un po’ quello che gli pare è il piccolino. Certo, lui vive sempre sia con la sua mamma che con il suo papà, e in più, con la scusa che è piccolo, viene viziato. Grrrrrr. E snif.

Ta dàmmmm, ora della televisione. Matrigna e papà si acciambellano sul divano. La nostra sorellastra, che ha diritti di parentela diretta ma non esclusiva con la sua mamma, le si controacciambella addosso. Noi ci appiccichiamo al papà, che è nostro, anche se in comproprietà col poppante. Ma arriva il piccoletto, e fa saltare il banco. Pfffffffffff. Fanculo a tutti, ce ne andremmo in camera nostra, se fosse nostra per davvero. Ci viene voglia di telefonare alla mamma, ma la mamma, quando noi non ci siamo, esce sempre, e, o il cellulare è spento, o ci risponde un po’ frettolosamente. Si vede che sta organizzando un’altra famiglia allargata anche a casa nostra, così non è più solo nostra nemmeno lei. Né la casa, né la mamma. Come quella cosa delle case in multiproprietà a Charm. Uffa.

Vabbe’, tanto tra un po’ è ora di andare a dormire. Riapriamo il cassetto che fa finta di essere un letto, e ci sentiamo come la Piccola Fiammiferaia, il Brutto Anatroccolo, Cenerentola, Biancaneve, tutti quelli lì messi insieme.

Di là, intanto, sul lettone, il piccoletto gorgheggia felice con la sua mamma privata e il suo privato papà. E a noi viene un po’ voglia di piangere.

Ok, mogliastre, ecco qua la pozione per tornare grandi. POF.

Però, non dimentichiamoci di questo piccolo esperimentastro in cui abbiamo vissuto da piccolastre.

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Ho letto che uno degli effetti, più o meno collaterali, di alcuni antidepressivi o ansiolitici è quello di creare una certa indifferenza affettiva, una specie di spilorceria emotiva. Cosa che, immagino, aiuti a gestire la depressione.

Mi è venuto in mente che, dopo un trauma affettivo, in ognuno di noi si sviluppa naturalmente, senza farmaci, la stessa reazione. Ci si chiude a riccio, nei limiti del carattere di ognuno, e ci si isola un po’ dalla tempesta emotiva appena trascorsa. I sentimenti sono più blandi, più contenuti, e ci si inaridisce un po’. Questa sorta di anestesia emotiva credo l’abbiamo provata più o meno tutte, e il nostro ruolo di matrigne in particolare è ricco di occasioni per traumatizzarsi affettivamente. Una miniera, direi.

Io stessa, che sono una delle persone più emotive che conosca, dopo i primi tempi di matrignato mi sono indurita (che io mi sia indurita equivale a dire che si è indurito un Mocho Vileda, ma va be’). Analizzandomi, credo di essermi in realtà un po’ fortificata, certo, e questo è positivo. Ma ogni tanto mi sorprendo a trattenere il fiato, a non respirare, simbolicamente, davanti a certe emozioni che potrebbero farmi male.

E il fatto per esempio che abbia finalmente imparato a dire di no, conquista basilare per la qualità della mia vita e di quella di chi mi sta accanto, un po’ è dovuto alla mia forza, ma un po’ anche a quella specie di anestesia di cui sto parlando. Nel momento in cui devo dire un bel NO secco, vengo subito assalita da tutta una serie di immagini del genere Pulcini Sotto la Pioggia, Topolini e Formaggi Piangenti nella Trappola, Peluche Dentro la Centrifuga, Passerotti Strozzati dalle Briciole di Pane d’Inverno, ma poi, zac, una bella punturina immaginaria di Indifferentil, o Menefott forte, e parte il NO.

Senza il trauma affettivo, e conseguente ritiro parziale delle truppe emotive, quel NO non sarebbe partito. O sarebbe partito uno di quegli odiosi NI che poi si sa come vanno a finire. Più che come, direi dove: in quel luogo oscuro e negletto, dove non batte mai il sole, ma dove c’è sempre una gran coda all’ingresso. Metafora, eh, moglià, metafora.

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Ne faccio un post appost, anche se ne abbiamo discettato più volte qua e là, perché è un argomento che causa polemiche, difficoltà, confusione e dolore su tutti i fronti, e di cui voglio ufficializzare la mia personale opinionastra da tenutaria del blog.

Allora, 12 maggio 1974: in Italia passa la legge sul divorzio. Se la matematica non è un’opinione, son passati trentasette anni. Tren-ta-set-te.

In trentasette anni uno fa in tempo a cambiare una decina di creme per i brufoli e/o una ventina di modelli di jeans, da quelli a zampa a quelli a sigaretta a quelli cargo a quelli a vita alta a vita bassa a mutanda esposta e cavallo che pascola sull’asfalto.

In trentasette anni uno fa in tempo ad abituarsi alla televisione a colori, al telecomando, poi al cellulare, poi ancora al personal computer, poi a internet. In trentasette anni uno fa in tempo ad avere almeno due figli, e a vederli crescere. In trentasette anni uno fa in tempo anche a cambiare, a vedere la sua donna che cambia, a non ritrovarsi più innamorati come prima. In trentasette anni uno fa in tempo a cambiare idea, a stufarsi, a infiammarsi di nuovo, a capire tutto, a non capire niente.

Ma com’è che, in questi famosi trentasette anni, il fatto che, in seguito al divorzio, le famiglie si ricostituiscono, nessuno riesce a capirlo né ad accettarlo?

Abbiamo accettato le truffe dei vari governi, abbiamo accettato guerre ignobili, bugie enormi, prese per il culo epiche. Ma che le famiglie abbiano preso nuove forme, no.

Bene, anzi male, malissimo. Però, se siamo noi le prime a non combattere questa sorta di opossumismo (*) sociale, non se ne esce vive, e non si costruisce nulla.

E allora, tanto per passare al lato pratico: c’è la comunione, il saggio, il rito di iniziazione al chewing gum di un figliastro? Dove c’è suo padre, ci siamo anche noi, che siamo le mogli in carica. Con tutta la delicatezza e il buongusto di cui siamo capaci, ma ci siamo.

Si verificheranno, tra tutti, momenti di imbarazzo, di disagio, anche di dolore, certo. Ma se cominciamo a tirarci indietro noi, certo non si farà avanti nessun altro, e continueremo a essere considerate quellelà, una via di mezzo tra un’amante e uno scheletro nell’armadio. (Quanto vorrei essere considerata uno scheletro, in questo periodo di invasione di ciccia sulle cosce).

Occorre adattarsi, tutti. E ringrazino che abbiamo aspettato trentasette anni, per dichiararlo.

Una seconda, o terza o quarta moglie non vale meno di una prima. Che abbia procreato o meno. Il matrimonio è un patto sociale, e che sociale sia. La società sta in piedi (più o meno) per alcune regolette sociali? Occhèi, allora rispettiamole. Ma rispettiamole tutte, mica solo quelle che non ci creano difficoltà.

Non ci si scaccola mentre si aspetta che il semaforo diventi verde? E allora si ammette anche l’ovvia presenza di una seconda (o terza o quarta) moglie a un evento sociale. Punto. Anzi, punto e virgola, perché ribadisco: altrettanto ovvie siano però la delicatezza e il buongusto necessari alla situazione, che, non socialmente, ma emotivamente, è destabilizzante.

E non mi si dica, come mi ha detto un signore l’altro giorno: sai, la comunione è la festa dei bambini (?) e quindi decidono loro chi c’è. I bambini, in quanto bambini, non possono decidere cose che nemmeno gli adulti, spesso, sono abbastanza adulti per affrontare. Ma, della serie scegliere il male minore, che decidano gli adulti, e stilino una bella lista degli invitati, pensando a quei trentasette anni che son passati da quando hanno detto sì (che poi era un no perché c’era tutto quel giro di parole sull’abrogazione etc) al divorzio.

Però, per favore, basta pippe. E lo dico, per prime, a noi. E, subito dopo, ai nostri mariti.

Che poi, in occasioni spinose e conflittuali in cui il secondo matrimonio non c’entra, succede spesso che un marito dica ai parenti-serpenti: se non inviti mia moglie non vengo nemmeno io. Ecco, e allora perché, se la moglie non è la prima, questo non succede? Per i vecchi, cari, fottuti sensi di colpa maschili, lo so. Ma, suvvia, la psicanalisi, anche quella, c’è da tanti, tanti, tanti anni, e ormai le sue teorie la leggiamo anche sulla Settimana Enigmistica o sulla Gazzetta dello Sport. E allora, dai, su, forza. Eccheccavolo.

Non siamo delle babysitter procaci da nascondere alla famiglia, mi sembra. Cioè, procaci sicuramente sì, babysitter spesso, ma da nascondere no.

Si dia inizio al linciaggio. Son qua.

(*) Dicesi opossum (e di conseguenza opossumismo), per chi fosse nuova di questo blog, quel marsupiale che, come gli uomini (maschi), in caso di minaccia si finge morto stecchito.

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