Il gioco del silenzio

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bimbo telecomandoQuando sei piccolo dai per scontate un sacco di cose, cioè credi che tutto quello che fanno i grandi sia giusto e motivato, sempre.

Soprattutto a scuola.

Poi arriva un giorno, quando sei adulto, in cui ad un tratto ti ricordi di questo o quell’altro episodio e mentre lo racconti ti si palesa con esso tutta la sua assurdità

A me è capitato qualche giorno fa, con la storia del gioco del silenzio.

Alle elementari, spesso le insegnanti quando mancava mezz’ora alla fine delle lezioni (mezz’ora! cioè, in mezz’ora se vuoi spieghi a cosa serve e come funziona una centrale idroelettrica, o cos’è il fuso orario, o perchè no, il motivo per cui i salmoni risalgono i fiumi per deporre le loro uova)… beh, morale, ci facevano fare il gioco del silenzio. Consisteva nel rimanere tutti belli seduti, braccia conserte sul banco, testa appoggiata sulle braccia e tutti zitti. Chi apriva bocca veniva eliminato dal gioco, il che di per sè non era una grande perdita data la nullità della cosa, ma il fatto umiliante era che il suo nome veniva scritto a gran caratteri cubitali alla lavagna a titolo di insulto, come dire ‘il somaro, di cui scriviamo nome e cognome, non sa stare alle regole‘. E poi quel nome rimaneva lì, in bella vista fino al mattino successivo, per rinfrescare la memoria a tutti coloro i quali avevano magari anche già rimosso il super-gioco e il suo illuminante scopo…


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Mamma, prima che io nascessi tu chi eri?

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mamma e bimbi a spasso

“Mamma, ma prima che io nascessi, tu chi eri?”

“Come, chi ero? Ero sempre io. Solo che non avevo due bambini. Ero una ragazza”.

Non eri una Mamma?”

“No, Tesoro. Non avevo bambini, dunque non ero una Mamma”.

“E allora cos’eri?”

“Ero Io. Una persona”.

“…”

Accidenti, che dialogo illuminante.

Dacchè sono nati i nostri figli, noi siamo La Mamma. Entità senza un passato.

La Mamma apparentemente per i nostri figli (finché sono in età prescolare come i miei) è una persona preparata per ogni evenienza. Non sono previste défaillances, non sono previsti né spazi né tempi per sé, a meno che non se li ritagli con la forza, a gomitate, e con mille sensi di colpa.

E’ sempre disponibile, ventiquattr’ore su ventiquattro, è ovunque, sa tutto, fa tutto, è instancabile ed equilibrata.  Da lei ci si aspetta che non alzi mai la voce, non perda mai il controllo, tenga in aria tutti i birilli che compongono la vita familiare, sempre sorridendo. E se non sorriderà, tutti le chiederanno cosa ci sia mai che non vada…


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Il costume di Carnevale

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bimba birichina“Avanti, scegline uno”, esorto mia figlia Public Enemy di quattro anni e mezzo una volta raggiunto lo scaffale.

Con un gesto del braccio disegno nell’aria un ventaglio davanti alla merce esposta, come fanno le guide turistiche di Versailles quando mostrano alla folla di turisti la Gran Sala da Ballo dopo averne spalancato le porte, “…et voilà, mesdames et messieurs!”

Ma noi, niente Versailles. Noi siamo davanti a un grigio scaffale, assaltato come una diligenza nel Far West, con esposti i rimasugli dei costumi di Carnevale da bambina in un affollatissimo centro commerciale il sabato pomeriggio.

Gente che urla, gente che lancia coriandoli aprendo le confezioni. Gente che si rimprovera a vicenda.

Perchè martedì, alla scuola dell’Infanzia di mia figlia i bambini dovranno andare in maschera.

E non è più come ai miei tempi: se volevi, quando volevi, ti mettevi addosso un lenzuolo o tre piume in testa e uscivi di casa ora fantasma, ora pellerossa


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La Domanda

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sorrisoEcco, mia figlia oggi mi ha colto di sorpresa con La Domanda.

La famosa domanda che prima o poi tutti noi genitori ci sentiamo porre dai nostri figli.

Domanda alla quale devi rispondere in modo semplice, sincero, ed esauriente.

Domanda alla quale devi rispondere però in base all’età dell’inquisitore per non sovvracaricare la sua già machiavellica e instancabile immaginazione.

Io pensavo che, per opera di chissà quale delirante meccanismo di difesa, a me non sarebbe mai capitato.

Pensavo fosse una situazione da film, da sit-com, da barzelletta di Pierino.

Invece…
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Non ti accorgerai nemmeno di averli

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duebimbiQuando è nato il mio secondo figlio, Godzilla, mi sono ritrovata improvvisamente a dover affrontare una situazione nuova e ben più complessa. Ero un po’ frastornata.

Pur avendo un grande aiuto quotidiano da parte dei miei genitori, presenti e disponibili in ogni momento, e pur essendo Godzilla un bambino molto tranquillo, mi ritrovai a dover gestire le incombenze di una casa, la nuova situazione di trasferta permanente del Capofamiglia, la mia nuova condizione di bi-mamma e le necessità di Public Enemy che aveva poco più di due anni.

 A volte ero un po’ stanca.

Vedrai, la difficoltà è adesso, ma tra un paio d’anni giocheranno insieme e non ti accorgerai nemmeno di averli“, mi dicevano le altre mamme, quelle che sanno. Quelle che forse non si ricordano, mi viene spontaneo pensare.

Oggi quei fatidici due anni sono passati e io mi ritrovo qui, capelli in piedi, completamente sopraffatta dalla mia frenesia quotidiana e la vivacità di due bambini irrazionali e imprevedibili…
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La dieta della mamma non lavoratrice

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Fotolia.comUna mamma che sta a casa e si occupa dei propri figli a tempo pieno segue in genere una dieta piuttosto particolare. Una mamma che non lavora e non frequenta adulti durante i pasti, mangia cose che voi umani non potete nemmeno immaginare.

E così ecco a voi la succulenta dieta per una giornata-tipo di una mamma come me:

colazione:

  • caffelatte (ci mancherebbe che non bevesse almeno del caffè, non riuscirebbe nemmeno a infilarsi le scarpe nel piede giusto per uscir di casa);
  • croste di pane a cassetta con marmellata rosicchiate e buttate sulla tovaglia, a mo’ di osso di pollo – chissà perchè poi, ché le croste son la parte più buona;
  •  pezzi di cheerios appiccicosi e umidi, infilati in bocca dal figlio di due anni che gioca a ‘zoo’, dove la mamma è ovviamente un animale; forse la scimmia, forse il lama);

pranzo:

  • tre  o quattro cucchiaiate di maccheroni prosciutto e ricotta, ormai freddi e cementati come la malta dei muratori;
  • cubetti di carota piluccati dal piatto della figlia di quattro anni, perchè i cubi imperfetti lei non li mangia (essendo la carota a base circolare va da sè che di scarti se ne creino parecchi);
  • forchettate di spinaci lessati come piovesse – roba da farci una torta pasqualina di recupero;
  • pezzi di frutta abilmente e amorevolmente sbucciata e tagliata a dadoni, che a quel punto ovviamente diventa talmente viscida che a mangiarla così con le mani ci si sente davvero un’attrazione dello zoo (perchè la mamma che sta a casa in genere non apparecchia nemmeno per sè e quindi o usa le forchette dei Power Rangers sporche di pesto, oppure usa le mani e tanti saluti).
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Ma vissero davvero sempre felici e contenti?

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Fotolia.comIeri sera ho letto a mia figlia di quattro anni una fiaba. Una di quelle fiabe in cui la principessa abbandonata per un motivo o per l’altro dalla mamma, supera le difficoltà procuratele dalla matrigna invidiosa e riesce ad accapparrarsi il tanto conteso Principe.

Posto che io non ho mai visto di buon occhio questa faccenda della mamma che vien meno (vedi Biancaneve, Cenerentola, La Bella Addormentata, Bambi, Dumbo, e via discorrendo) perchè instilla nel bambino una insicurezza inutile e precoce – del tipo che mia figlia è andata a letto chiedendomi se a me spareranno mai i cacciatori nel bosco, e so già che questo sarà il leit motiv di tutti i suoi incubi della nottata che ci aspetta, c’è da dire che da questa sera ho una perplessità in più.

E cioè.

Quando si arriva al gran finale delle fiabe, in genere ci sono il Principe e la Principessa felici, che si baciano davanti al di lui maniero, con uno stuolo di scoiattoli e cerbiatti festanti tutt’attorno e la servitù sorridente che non vede l’ora di arrabattarsi come delle formiche in fermento per far felici quei due. E la fiaba finisce con le classiche parole: … E vissero felici e contenti.

Ora, io mi chiedo: ma nessuno mai è andato a curiosare successivamente nel matrimonio di quei due? Nessuno ha mai parlato del dopo?
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Dal cordless al laptop per parlare di noi

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Fotolia.comQuello che fu il telefono cordless per noi adolescenti, ora è il PC portatile per noi mamme.

Da ragazze tornavamo a casa da scuola e, subito dopopranzo, ci tuffavamo sul nostro letto in compagnia dei nostri sogni e dei nostri segreti, prelevavamo furtivamente il telefono cordless dalla sua base in corridoio (ai tempi era una novità, e quindi il cordless in genere era gigantesco e con un’antenna chilometrica da estrarre che ti si ingarbugliava nei capelli), e ci immergevamo in conversazioni infinite e riservatissime con la nostra amica del cuore. C’era il monopolio della SIP, che con le sue tariffe allucinanti ha sbancato intere famiglie e incrinato i rapporti con i nostri genitori. Mio padre una volta addirittura mi staccò la spina mentre chiacchieravo, dalla disperazione. Andavamo in bagno, sul balcone, in giardino, dentro l’armadio. Ci sfogavamo mentre ci pitturavamo le unghie di rosa, mentre ci preparavamo latte e nesquik per merenda.
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Il male corto

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Fotolia.com“Mamma, oggi a scuola non è andata bene“, ha esordito ieri sera durante la cena Public Enemy, la mia primogenita di quattro anni e mezzo, posandosi una manina sul pigiamino all’altezza del petto.

“E che è successo?”

“E’ successo che avevo mal di stomaco”. Un accenno di broncio sulla sua bocca, un ricciolo biondo le cade sulla fronte.

“Davvero? E non l’hai detto alla maestra?” Una fitta allo stomaco mi sorprende.

“Si che gliel’ho detto”. Una forchettata di pasta lasciata a mezz’aria, il capo chino.

“E… la maestra cosa ha fatto?” Domani vado e pianto un casino che non finisce più. Mia figlia sta male e non mi avvertono? Ma io cosa lascio a fare il mio numero di telefono in segreteria?, penso fra me e me.

“La maestra ha chiamato tutti i dottori“. Mi guarda, fiera e diretta. Tutti i dottori? Okay, è ufficiale. Si sta prendendo gioco di me.

“Dottori?”

“Sì. Mi hanno visitato, mamma”. L’intonazione è ormai quella di un veterano del Vietnam che racconta le sue prodezze a una scolaresca…
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