Parliamo di chi giudica l’aborto

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solitudineOggi ho aperto il giornale e ho trovato questo articolo.

Un medico all’Ospedale di Melzo ha dato delle “Assassine”, urlando, a tre donne che si trovavano in ospedale per abortire. “Sta uccidendo suo figlio”, ha aggiunto poi a una di queste in mezzo alla corsia.

Ecco, io davanti a questi fatti resto senza parole perchè significa che ancora oggi ci sono medici (quindi persone presumibilmente colte, con una panoramica sull’evoluzione della società) che non solo si permettono di giudicare ma addirittura maltrattano una donna che voglia abortire.

Per mia esperienza personale so che ogni gravidanza è prima di tutto un fatto emotivo, del quale nessuno può capire la portata se non la diretta interessata. Perchè inizia tutto dentro il suo corpo, nella sua mente, nel suo desiderio di diventare madre. Non è un fatto sociale.

Un aborto la maggior parte delle volte viene deciso in condizioni dolorose e raramente con leggerezza (ma c’è anche chi non ne soffre, certo). C’è chi si porta dietro un fardello per tutta la vita, rischiando e temendo di venire giudicate da chicchessìa e colpevolizzate. Perchè è vero, si interrompe una possibilità di vita. Ma quello è prima di tutto il frutto un’esperienza personale, che parte dalle nostre viscere, che ci trasforma fisicamente, emotivamente e che trasformerà la nostra esistenza, che lo vogliamo o no…


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La zucca di Halloween

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zuccaIeri mia figlia ha voluto fare la zucca di Halloween.

Non sono un’amante di questa festa, che peraltro ha ben poco di allegro e festoso e ci è stata inculcata giusto per ‘fare gruppo’ anche noi.

Però la cosa della zucca me la porto dietro dalla mia esperienza negli Stati Uniti, dove in questo periodo dell’anno le famiglie si recavano in gran delegazione il sabato pomeriggio a scegliere le proprie zucche, da decorare poi in cucina in allegria, giusto per trascorrere una giornata insieme. Mi era piaciuto quello spirito, quella tradizione familiare così sentita. Andare a scegliere le zucche per loro è come andare a scegliere l’albero di Natale: un momento di unione familiare che potrà sembrare vacuo e superficiale, ma che a mio avviso racchiude attorno a sè un valore di cui fare tesoro, di questi tempi. Che non si trascurino i piccoli grandi riutali, che non si sorvoli su una giornata passata insieme attorno a un tavolo con i propri figli rincorrendo un, pur leggero, progetto comune.

E quindi la settimanas scorsa sotto l’acqua torrenziale io e mia figlia Public Enemy siamo corse a procurarci questa zucca immensa dall’ortolano, che tra l’altro l’aveva messa lì solo per bellezza e non aveva nessuna intenzione di venderla. Una zucca che pesava venticinque chili e che mi sono dovuta portare dal negozio fino alla macchina abbracciandola come se fosse un panda gigante incontrato in una riserva, dopo aver insisito invano per pagarla…


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Ma cosa fanno quando sono all’asilo?

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asiloLa vita scolastica di mia figlia Public Enemy è avvolta da un alone di mistero a dir poco impenetrabile. Una fitta coltre di nebbia nella quale io brancolo da mesi, senza un risultato soddisfacente.

Premetto che mia figlia frequenta una scuola dell’Infanzia che al primo approccio mi aveva un po’ frastornata (classi suddivise in gialli, rossi, lilla e verdi, a loro volta ripartiti in scoiattoli, leprotti, bruchi, coccinelle, al punto che non capivo più la natura di mia figlia: scoiattolo giallo o bruco lilla?) ma che tutto sommato mi sembra funzionare.

Il fatto è, che ciò che succede all’interno di quell’edificio quando mia figlia è lì, non mi è dato sapere.

Lei per prima non racconta, o se racconta sono in genere storie che sono evidente frutto della fantasia, del tipo che hanno preso un razzo e sono andati sulla luna ad assaggiare il formaggio, oppure che hanno visto Topolino e Pippo in giardino. Roba che neanche se mangi il Peyote sugli altipiani del Messico.

In secondo luogo, le maestre. Ai tempi dell’asilo nido, arrivavi la mattina e ti dicevano cosa avrebbero fatto, con chi e con quali materiali. Poi all’uscita ti dicevano se aveva mangiato, e quanto; ti dicevano se aveva fatto pipì o popò, se nel vasino o nel pannolino; se aveva parlato, se aveva pianto e perchè, ti dicevano “Oggi ha parlato per la prima volta del fratellino”, oppure “Oggi ha chiesto dell’altro puré”.

Qui invece non si sa nulla. Tu arrivi la mattina e fai fatica a vedere se c’è la maestra, che in genere sta sempre provando la febbre a qualcuno. Ti saluta, poi si gira e tu esci dal suo campo visivo-percettivo-insomma-sensoriale. Poi alle quattro, ancora peggio. Tutti arrivano, acchiappano il bambino e se ne vanno. Io invece chiedo sempre se ha mangiato, se ha dormito, come è andata. La maestra mi guarda ogni giorno colla smorfia tipica di noi italiani quando vogliamo dire ‘Boh!’ E poi aggiunge ”Sissì, bene, perchè?” 

Si dà comunque il caso che mia figlia non abbia mai raccontato cosa facciano, non abbia mai parlato delle maestre o dei bambini e dei loro giochi. Ogni tanto, ecco, tira fuori una canzoncina nuova.

Arriva a casa con una fame da lupo (lei che non ha mai voluto la merenda in vita sua), si ingoia dieci biscotti con due tazze di latte per merenda, e a cena sembra un velociraptor – quello che in Jurassic Park si divorava una capra in dieci secondi. Mah.

Arriva con graffi, morsi, lividi sulle gambe e sulla schiena, un po’ alla Lara Croft, ma non sa proprio dire come se li sia procurati. “E’ stato un giaguaro”, mi ha detto l’ultima volta che l’ho interpellata.

Ma a me non è dato sapere. Eppure vedo che le altre mamme convivono benissimo con il fatto che questa ’finestra’ sulla giornata dei propri figli rimanga chiusa.

Forse mi devo abituare all’idea che i miei figli abbiano una loro vita, separata dalla mia.

E voi? vi ci siete abituate facilmente a quest’idea?  

(Foto di wohack)

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Di scivoli e altalene

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scivoloOggi ho portato mia figlia Public Enemy al nuovo parcogiochi del nostro quartiere.

Strutture eco-friendly colorate, aiuole con erbetta appena piantata, pavimentazione in gomma per proteggere i piccoli dalle cadute, panchine in legno che profumano ancora di nuovo.

Purtroppo quando porti un bambino di cinque anni al parco giochi c’è il rischio (molto alto, da queste parti) di incappare nella situazione non-ci-sono-altri-bambini-mamma-mi-annoio-gioca-tu-con-me. E così è stato. Ma io mi chiedo, ma dove diamine sono tutti i bambini alle dieci e mezza di mattina del diciassette ottobre? Mah.

A ogni modo, come temuto, ho dovuto partecipare con gaudio a tutte le attrazioni. Come prima cosa mi è toccato il quarto d’ora sulla giostrina che gira a duemila all’ora, sempre nello stesso senso, che io mi domando come facciano i bambini così piccoli a trovare la cosa divertente. Ma non gli viene su il latte del giorno prima? Io ogni cinque minuti ho dovuto fermare l’arcano infernale, con disappunto della mia compagna di giochi, per cambiare senso di rotazione. “E adessooo…. Si gira dall’altra parteee!!! “. Mi chiedo se anche Angelina Jolie quando porta i suoi sei figli al playground debba ridursi a tanto, o se magari ha la controfigura che ci sale al posto suo.

Poi, dopo aver spinto per venti minuti l’altalena con la foga di un gondoliere veneziano, mi è toccata la cosa più allucinante, niente di meno che il castello con scivolo annesso.  “Mamma, vieni su anche tu, guarda che bello! Giochiamo a pirati! Questa è la nostra nave!!!”

Come deludere tanto entusiasmo? Mollo per terra la borsa (la mia nuova neverfull che, ho pensato, se ci fa sopra la pipi’ un cane, scendo e lo scuoio), salgo le scalette in miniatura e arrivo in cima, fingendo stupore. Poi prepariamo la pappa, con agglomerati di fango secco e fili d’erba. Pappa per l’inesistente ciurma della nave. Ovviamente lei il capitano e io la sguattera…


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Cuore di burro

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sonnoLa Mamma Blogger ospite di oggi è Wonderland. Ecco cosa ci racconta:

 I nostri problemi col sonno di Viola – tredici mesi – ormai li conoscono anche i sassi. Questa notte ha avuto luogo un’epica battaglia tra il papà della Polpetta ed Estivill, l’autore del mefistofelico metodo Fate la nanna.

“Secondo me la vizi” ha sentenziato vedendomi dondolare il passeggino e mugugnare fra martino campanaro, ormai collaudatissima ninna nanna.

“La vuoi addormentare tu?”

“Nooo, io non le faccio queste cose. Io sono pro-Estivill! Anzi dimmi: perchè non l’abbiamo ancora applicato? Facciamolo oggi!”

“Ehm, oggi?? Ma serve il rito, il pupazzo, il saluto, tutta sta roba qua.”

“Facciamolo domani.”

“Ehm, domani?? Domani viene mia madre…”

“Dopodomani?”

“Ehm, dopodomani?? Dovrebbe arrivare l’armadio di Ikea…”

“Ecco: tu non vuoi applicarlo! Vuoi dipendere dai suoi capricci e vuoi metterla nel lettone fino a quando non avrà quindici anni!”

Accusarmi di cotanta idiozia materna era davvero un colpo basso perchè, se c’è qualcosa che io non condivido, sono i genitori che fanno dormire il pupo nel lettone. Cosa dite? Anche io la metto nel lettone? Ehm, si, ma è un discorso di sopravvivenza, è un’altra cosa (e comunque non mi condivido, sappiatelo)…


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Come entra in casa nostra Babbo Natale?

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Babbo Natale“Ecco, bambini, guardate: oggi sono venuti degli operai e hanno messo tutte queste inferriate sulle nostre finestre”.

“Perchè? Cosa ce ne facciamo?”

“Servono perchè così quando andiamo via, o anche quando dormiamo, nessuno può entrare in casa nostra. Nessun ladro, nessun delinquente. Siamo più sicuri, capisci?”.

“Mamma, c’è un problema però con queste ferriate“, obietta mia figlia Public Enemy, di cinque anni.

“E sarebbe?”

“Che adesso per lasciare fuori i denquilenti e i ladri, non può entrare in casa nemmeno Babbo Natale”.

Apro il frigo.

Ebbene sì, apro il frigo per pensare. Quando devo pensare a qualcosa da dire, da fare, quando devo prendere una decisione, io apro il frigorifero e penso. Fisso i limoni secchi tagliati a metà, studio i tappi delle marmellate e leggo i nomi dei formaggi. Certosino, Crescenza, Ricotta. Adoro il mio frigorifero. Così luminoso, lucido, spazioso, capiente e confortante. Un frigo dei tempi moderni, un frigo che la sa lunga…


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Una mamma decisamente fit

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fit“Buongiorno Lisa. Hai già mangiato?”

Sì.

“Vedo che ti alleni tutti i giorni. Brava! solo così raggiungerai il tuo obiettivo”.

Speriamo bene.

“Sei pronta per il test del corpo?”

Sicuro.

“Bene, allora sali sulla pedana, e dimmi che tipo di abbigliamento indossi”.

Eccomi. Indumenti leggeri. Click.

“Mmmmh. Hai perso 0,3 kg da ieri. Bene!”

‘Benissimo’, vorrai dire.

“Iniziamo l’allenamento?”

Certo…


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Vaccinazioni sì, vaccinazioni no

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vaccinazioneIn questo ultimo anno ho avuto a che fare con il famoso dilemma “vaccinazioni sì- vaccinazioni no”, e non è stato affatto  facile, data soprattutto la delicatezza di salute del mio secondo figlio.

Ecco come è andata.

Dalla pediatra curante:

“Signora, le prescrivo il vaccino Antipneumococcico, quello Antinfluenzale, quello anti Morbillo-Parotite-Rosolia, e quello Antimeningococcico. Li può fare uno per volta, nei prossimi mesi. Mi raccomando, è importante che il bambino stia bene quando va, ma li deve fare. Perciò appena sta bene… zac! Di corsa a vaccinarlo!”

All’Ospedale Pediatrico:

“Signora, Tranquilla! Può farlo vaccinare quanto vuole, anche se prende l’antibiotico – tanto il dosaggio che gli stiamo somministrando è blando – e anche se le sembra che abbia un po’ di catarro nei polmoni, l’importante è che respiri bene. L’unica cosa, ci raccomandiamo, è che ne faccia al massimo una per volta, perchè il bambino è delicato e non si sa come potrebbe reagire nel caso in cui avesse già un’infezione in corso. Metta caso, un’infezione di cui nessuno si accorge…”…


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